Home Politica estera RESTI DI GUERRA FREDDA E NUOVI FALLIMENTI DELL’UNIONE EUROPEA – 4

RESTI DI GUERRA FREDDA E NUOVI FALLIMENTI DELL’UNIONE EUROPEA – 4

0

di Paolo Raffone

Capitolo IV – Il capolavoro di Macron, Biden e von der Leyen

Nel capitolo III precedente ci siamo occupati dell’Occidente composto tradizionalmente dalla “Vecchia Europa”, dal “Nuovo Mondo”. https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15198-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-3.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=

In questo capitolo IV, trattiamo del fantasma della Guerra Fredda, la Russia, e ci chiediamo a che serve l’Unione europea?

Nel prossimo capitolo V ci chiediamo a che serve la NATO? Tratteremo anche delle prospettive che si possono tracciare per il 2024-2025.         

Il fantasma della “Guerra Fredda”: la Russia.

Falliti i tentativi di rivoluzioni colorate in Asia centrale e Caucaso, nonostante l’effettiva collaborazione russa nella “guerra al terrore” i neoconservatori americani hanno nuovamente epitetato la Russia “Male assoluto”, cioè un rischio geopolitico perché non conforme alla storia universale. Nuove rivoluzioni colorate sono seguite culminando nel cambio di regime in Libia e poi in Ucraina. Capito il senso unico della riscrittura della storia, la Russia non ha nascosto la propria irritazione e poi ha reagito imponendo la realtà della Crimea all’immaginario mondo post sovietico inventato nei centri studi di Washington fedelmente riprodotti a Bruxelles.   

Molto peggio che durante la Guerra Fredda, i canali di comunicazione e di riferimento – i Trattati internazionali sulle armi di distruzione di massa; il vecchio “telefono rosso” e i contatti periodici tra militari – sono stati cancellati in buona parte per volontà statunitense alla quale si è adeguata la Russia che ha reciprocato le cortesie. I russi riconoscono il rischio di una tale situazione e restano aperti e disponibili al dialogo, purché tra pari.  

In Russia si capisce che in Occidente attualmente esiste in una “falsa normalità”, una parentesi all’interno della sua guerra culturale diventata esplicita nel 2014 e continuata fino ad oggi in vista del 2024. I russi, tuttavia, percepiscono alcuni ovvi parallelismi con la loro esperienza di radicale polarizzazione civile, quando la nomenklatura sovietica esigeva la conformità alla “linea” del Partito, pena una sanzione.

Scrive Alastair Crooke, al rientro da un suo viaggio a Mosca d’inizio dicembre, che il Cremlino è aperto al dialogo con l’Occidente ma gli interlocutori finora hanno rappresentato solo se stessi e non hanno alcun mandato. Questa esperienza porta alla conclusione che non ha molto senso “sbattere la testa” contro un muro di mattoni di una leadership occidentale ideologicamente guidata. I valori russi sono come uno straccio rosso per il “toro” ideologico occidentale. Non è chiaro quando arriverà il momento, se un interlocutore potenziato (in grado di impegnarsi) sarà presente a Washington per rispondere al telefono.

L’Unione europea con la NATO e insieme ai vecchi Stati nazione europei sembrano stregati dall’inimicizia proiettata da Washington nei confronti della Russia. Un atteggiamento europeo che in Russia è incomprensibile, soprattutto tra le élite europeiste di San Pietroburgo e Mosca. Tuttavia, il disprezzo occidentale nei confronti dei russi ha finalmente permesso alla Russia di andare oltre l’europeizzazione di Pietro il Grande. E’ certamente un diversivo dal vero destino della Russia ma riflette anche l’ascesa dello Stato-nazione in un contesto europeo post-Westfalia.

Questo diversivo si manifesta attraverso il recupero (e l’esaltazione) della tradizione russa. Un fenomeno già apparso dopo la fine dell’era sovietica. Oggi, circa il 75% dei russi si dichiara ortodosso. C’è certamente un elemento escatologico in tutto questo. L’Occidente lo epiteta “escatologia antagonista”, cioè contraria all'”ordine delle regole”!  Ma, il fatto reale, è che in Russia sono pochi quelli che piangono i “liberali russi” laici che sono stati i primi a lasciare la Russia (anche se alcuni stanno tornando). Non sembra affatto trattarsi di antagonismo russo ma di “sdoganamento dall’occidentalizzazione” dei secoli precedenti, anche se l’ambivalenza è inevitabile: la cultura europea – almeno in termini di filosofia e arte – era, ed è, una componente incorporata nella vita intellettuale russa, e non sta per scomparire.

A Mosca sembra chiaro che il tentativo dei neoconservatori americani, degli europei, dell’UE e della NATO in Ucraina sia fallito. La vittoria della Russia in Ucraina non si misura in miglia di territorio ma nel rendere impossibile in futuro che l’Ucraina sostenuta dall’Occidente possa nuovamente diventare una minaccia per la Russia. Putin, anche nel discorso del 14 dicembre, la chiama “de-nazificazione” dell’Ucraina. Gli americani cercano di “uscire” al più presto dai campi minati ucraini – hanno già ottenuto l’espansione della NATO a Finlandia e Svezia e il rafforzamento della cooperazione militare bilaterale con Polonia e Ucraina – lasciando all’UE il compito molto lungo ed oneroso di ricostruire quel che resta dell’Ucraina accettandola nell’Unione. La Russia, dopo negoziati ovviamente segreti con gli USA, potrebbe dichiarare la fine della guerra perché l’obiettivo è stato raggiunto. Il Consiglio europeo conclusosi il 15 dicembre – con un’enfasi surreale di “giornata storica” – ha ratificato questo stato delle cose.

La crisi di Israele e Palestina è vista da Mosca con attenzione. Da un lato è chiaro che “lo spirito” di Israele sia cambiato rispetto al passato, dall’altro la questione va affrontata in coordinamento con altre potenze. Infatti, non è un caso che Mosca abbia convocato i rappresentati di Hamas, il presidente iraniano Raisi, e che dialoghi con la Cina, l’Arabia Saudita e gli Emirati. Questo approccio russo va inquadrato nel nuovo assetto geopolitico mondiale che dal 1° gennaio 2024 vedrà la Russia presiedere il gruppo BRICS+ che includerà nuovi membri: Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita, e Emirati Arabi Uniti.

In conclusione, scrive Crooke, lo spettro dell’imperialismo russo viene fatto girare per instillare la paura tra la popolazione europea e per sostenere che l’Europa deve dirottare le risorse per preparare la sua logistica per una prossima guerra con la Russia.  Questo rappresenta un’altra svolta in quel circolo vizioso verso il basso di una guerra minacciata che fa presagire male per l’Europa. Non c’era – per l’Europa – alcun “problema” russo fino a quando i neo-conservatori americani – Nuland in testa – non hanno colto l'”apertura” di Maidan per indebolire la Russia.

A che serve l’Unione europea?

Si è appena concluso il Consiglio europeo di dicembre, il penultimo prima delle elezioni europee di giugno che saranno seguite da un Consiglio che dovrà identificare e proporre i nuovi vertici istituzionali europei e indicare le linee programmatiche e di prospettiva politica per l’UE. Il Consiglio appena concluso è stato descritto come “svolta storica” dal suo presidente, il belga Michel, perché ha deciso all’unanimità sull’apertura di negoziati di adesione a Ucraina, Moldova, Georgia e Bosnia. Una scelta che è stata adottata di concerto con l’alleato americano che dal 2024 sarà sempre meno disponibile a sostenere finanziariamente e militarmente quei paesi.

La “svolta storica” di Michel, impegnato in prima persona nei negoziati, probabilmente gli ultimi della sua carriera di presidente dell’UE, nasconde un “compromesso” raggiunto sul budget pluriennale europeo (2021-2027) resosi necessario dopo il veto dell’Ungheria a finanziare ulteriormente (50 miliardi di euro) l’Ucraina.

Il veto ungherese non ha bloccato solo i 50 miliardi di aiuti promessi da Ursula von der Leyen all’Ucraina (17 miliardi a fondo perduto, più 33 miliardi di prestiti garantiti dai paesi Ue). La revisione del bilancio pluriennale comprende (o comprendeva) anche nuove risorse per la politica d’immigrazione e vicinato e il sostegno ai rifugiati, per la competitività industriale per l’industria della difesa, nonché per il forte aumento della spesa per gli interessi, dovuto all’inflazione, riguardanti le euro obbligazioni contratte sul mercato per finanziare il fondo di ripresa per il “NextGenerationEU”. Nel compromesso a Ventisei, l’ammontare dei “soldi freschi” che gli Stati membri dovranno assicurare al bilancio comunitario fino al 2027 è di 21 miliardi di euro, circa un terzo di quello che aveva proposto la Commissione europea (65,8 miliardi), a cui si propone di aggiungere 10,6 miliardi reperiti attraverso il ri-orientamento delle priorità e la riallocazione di fondi tra diverse voci dell’attuale bilancio.

I tagli voluti dai “frugali”, che, significativamente, non toccano i fondi per l’Ucraina, colpiscono invece soprattutto la dimensione esterna e politica migratoria (da 15 a 9,6 miliardi), la competitività industriale (da 10 a 1,5 miliardi, interamente destinati al solo Fondo di difesa), lo “strumento di flessibilità” per le spese impreviste (da 3 a 2 miliardi), i “costi amministrativi” (1,9 miliardi, che riguardavano anche gli adeguamenti all’inflazione degli stipendi del personale Ue, e che vengono azzerati), e infine la spesa aggiuntiva per i tassi d’interesse sul debito (originariamente stimata a 18,9 miliardi, che dovrebbero essere ora reperiti tramite un complesso meccanismo “a cascata”, cioè quegli spostamenti di bilancio chiamati riallocazioni).

A ben vedere, quindi, di “storico” c’è il fallimento dell’UE, Consiglio, Commissione e Parlamento.

Lo scorso 8 novembre, Draghi intervistato dal FT ammoniva[1]: “L’Ue non scenda a compromessi. O agisce insieme o non sopravviverà”. “Il modello geopolitico, economico, su cui poggiava l’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, non c’è più”, aggiungeva sottolineando che “O l’Europa agisce insieme e diventa un’unione più profonda, un’unione capace di esprimere una politica estera e una politica di difesa, al di là di tutte le politiche economiche, o temo che l’Unione europea non sopravviverà se non come mercato unico”. “L’economia europea ha perso competitività negli ultimi 20 anni, non solo rispetto agli Stati Uniti, ma anche al Giappone, alla Corea del Sud e, naturalmente, alla Cina”. “Per avere un’economia in grado di sostenere una società che invecchia al ritmo che abbiamo in Europa, dobbiamo avere una produttività molto più elevata”. “Il punto in cui dobbiamo agire insieme è l’energia. Non andremo da nessuna parte pagando energia due o tre volte di più di quanto costa in altre parti del mondo”.

Povero Draghi! Non si è accorto che L’Europa non è L’America. Non si è accorto che con la separazione dalla Russia le importazioni di gas liquefatto russo sono scese solo dal 15.2% del secondo trimestre 2022 al 12.4% nello stesso periodo del 2023, ma che l’UE è dipendente nel 2023 per il 46.4% dagli USA. Da qui i costi esorbitanti dell’energia.

Eppure nel luglio scorso Draghi aveva pubblicato un piano per l’UE[2] nel quale, senza mezzi termini, poneva le scelte reali davanti agli europei dopo 20 anni di euro e di mancate riforme in senso politico e fiscale: “paralisi, exit o integrazione”.

Sull’opzione exit, l’esperienza del Regno Unito serve da monito anche per i più euroscettici. Sull’integrazione non si vedono passi avanti, anzi, al contrario, con l’allargamento proposto aumenteranno le divergenze e le asimmetrie all’interno dell’UE. Con buona pace dei Michel, non c’è stata una svolta storica ma una paralisi i cui esiti sono rimandati ad un possibile Consiglio straordinario di gennaio 2024. Difficilmente si vedranno risultati di rilievo. Intanto, Politico giustamente nota come il più grande progetto di innovazione tecnologica, industriale e ambientale voluto da von der Leyen e Timmermans – il Green Deal – sia naufragato con i tagli di budget[3].

Segue

 

[1] https://www.ft.com/content/39ec07ea-2ca6-4539-bf70-b0348347898f

[2] https://www.corriere.it/economia/finanza/23_luglio_12/testo-integrale-discorso-draghi-futuro-dell-unione-europea-45a7113a-209e-11ee-a8dc-d9488408334d.shtml

[3] https://www.politico.eu/article/eu-renewable-energy-green-lacking-funds-budget-guillotine-defense-immigration-climate-change/di

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui