Home Opinioni SINDONA E IL VATICANO- PARTE II

SINDONA E IL VATICANO- PARTE II

0

di Vito Sibilio

Tuttavia i dirigenti delle società e i rappresentanti vaticani nei CdA protestarono energicamente per le decisioni prese senza consultarli e criticarono Sergio Guerri. L’inchiesta sul valore di mercato delle imprese messe in vendita che fu realizzata per l’occasione persuase monsignor Benelli a stoppare tutto. Fu Eugenio Cefis, presidente dell’ENI e amico di Benelli, ad allertarlo, su consiglio di Cuccia. Cefis fu talmente persuasivo che Benelli dimenticò di aver precedentemente approvato e siglato l’accordo con Sindona, del quale temeva improvvisamente l’insolvenza. Aveva forse sospetti politici? In ogni caso Sindona fu avvisato che avrebbe trattato nuovamente con monsignor Giuseppe Caprio, anch’egli proveniente dalla diplomazia e ora nuovo Segretario della Seconda Sezione dell’APSA, visto che Guerri era diventato Cardinale e Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Benelli non voleva più eliminare tutte le partecipazioni, ma solo quelle in perdita, tanto quanto però Sindona mirava alle aziende sane e non alle malate. Egli mirava a fondere l’Immobiliare con la Società dei Beni Stabili, per poi rivenderla agli americani della Equity Found di Los Angeles nel 1971, e voleva le Condotte d’Acqua. Caprio gli obiettò che i prezzi pattuiti non corrispondevano al valore di mercato. Sindona gli rinfacciò la falsificazione dei bilanci, avvenuta alle spalle dell’APSA, da parte dei CdA delle aziende in vendita. Il Papa in persona seguiva la trattativa. A lui Vagnozzi aveva detto che il prezzo pattuito con Sindona non era conveniente e che il pagamento in due anni non dava garanzie. Erano gli stessi timori di Caprio. Sindona allora avvicinò Paul Marcinkus, che dal 1968 era diventato Segretario dello IOR e che, tramite monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI, poteva influire su di lui. I due si erano conosciuti quando lo IOR aveva acquistato la quota di minoranza che la famiglia Feltrinelli aveva nella Banca Unione. Marcinkus cercò di far incontrare Sindona con Paolo VI, ma il leggendario incontro notturno tra i due, raccontato dalla stampa anglosassone, non avvenne mai, perché monsignor Benelli lo impedì. Fu lui infatti a condurre le trattative, anche se nel corso del colloquio Benelli accompagnò Sindona da Paolo VI. Le azioni dell’Immobiliare e delle Condotte d’Acqua vennero vendute al prezzo pattuito, anche se il Vaticano tenne per sé l’1% delle quote. La Pozzi e le Smalterie Genovesi sarebbero state anch’esse vendute a Sindona al prezzo pattuito. Il Banchiere mantenne i suoi impegni e pagò regolarmente le rate dal 1969 al 1972, rifiutandosi alla fine di pagare solo i titoli della Pozzi, che erano precipitate al valore complessivo di 32 milioni. Caprio registrò così una perdita di 17 miliardi che però compensò con nuovi investimenti all’estero.

Fu sempre nel 1969 che Giuliano Magnoni, consuocero di Sindona, gli presentò Roberto Calvi, allora funzionario del Banco Ambrosiano. Questi chiese a sua volta di essere presentato a Massimo Spada, al quale Sindona prospettò i vantaggi di una alleanza col Banco Ambrosiano. Fu Sindona ad aiutare Calvi a creare quella rete di consociate straniere che impressionò tanto Alexander Alexevitch Soldatov, gran maestro del terrorismo internazionale e spia di altissimo livello del KGB in Italia e Inghilterra, tanto da farlo confidare con Licio Gelli, che gli garantì che mai esse sarebbero state usate contro l’URSS. Quella rete di consociate che poi portò Calvi alla rovina. Fu Sindona a creare le basi dell’impero di Calvi e i presupposti perché diventasse direttore dell’Ambrosiano. I due crearono il Banco Ambrosiano Holding in Lussemburgo e la Cisalpine Overseas Nassau Bank delle Bahamas, che tanta parte avrebbero avuto nel futuro catastrofico della finanza italo vaticana.

In quanto alla SGI in mani sindoniane, trasformata in società per azioni, nel 1970 si fuse con la consociata canadese della Gulf & Western, per cui il suo presidente Charlie Bludhorn, ebreo, entrò nel CdA, non senza essere stato presentato da Sindona stesso a Giuseppe Caprio, che così entrava in relazione anche con la finanza ebraica. In un secondo momento ricomprò le azioni della SGI in quota alla Gulf & Western, in piena crisi di liquidità, e rilevò anche le quote della Hambros Bank. In quanto alle Condotte d’Acqua, coinvolte in un sistema tangentizio che Sindona non voleva sovvenzionare, dovevano essere vendute, dopo una buona ricapitalizzazione mediante appalti in Iran con lo Shah, all’impresa britannica di costruzioni di Taylor Woodrow, presentato al banchiere da Jocelyn Hambro. Tuttavia Raffaele Mattioli, presidente della COMIT, rivelò a Sindona che la società in vendita era esposta con le banche dell’IRI, le quali reclamavano l’acquisto a un prezzo inferiore a quello offerto da Woodrow. La Hambros Bank dovette accettare di essere estromessa e anche Sindona si piegò. La COMIT, tramite l’amministratore delegato Carlo Bombieri, creò una cordata che acquistò le Condotte d’Acqua. Fu così che la penetrazione del grande capitale britannico in Italia venne arginata da un composito schieramento politico economico che voleva salvaguardare il sistema misto tipico del nostro paese. Era lo stesso schieramento che aveva impedito, contestualmente, a Sindona di diventare il dominus della finanza italiana, deludendo le attese riposte in lui dal capitalismo d’Oltremanica, che da quel momento lo abbandonò. Ciò avrebbe implicato il declino di Sindona, anche se non prestissimo, e una ricaduta sul Vaticano.

Tornando alle trattative con quest’ultimo, Sindona, che di fatto aveva avuto tutto quel che voleva, intensificò le relazioni con Marcinkus, diventato nel 1971 Presidente dello IOR, per i buoni uffici di monsignor Macchi che, in effetti, gli avevano accompagnato tutta la carriera. Marcinkus si fece presentare a Sindona da Mark Antinucci, un uomo d’affari americano che viveva a Roma, perché non voleva avere più relazione con lui solo tramite Massimo Spada, Luigi Mennini e Pellegrino de Strobel, ispettore dello IOR  e membro del comitato direttivo della Finabank. Il neo Presidente ebbe presto bisogno dell’aiuto di Sindona, perché aveva affidato parte del denaro della sua banca ad un agente di cambio californiano che aveva commesso parecchie illegalità. Sindona lo mise in contatto con la Continental Illinois Bank e lo ammonì dal continuare operazioni spericolate di esportazioni illegali di capitali, specie dopo l’inasprimento della legge italiana, ma Marcinkus non gli diede molta retta Marcinkus e Luigi Mennini, stimato da Sindona, vennero poi coinvolti dal carisma del Siciliano e dagli alti profitti fatti negoziando titoli su mercati esteri grazie a lui, almeno stando a quanto disse il cardinale Vagnozzi. Tramite la Finabank, la Franklin Bank e la Banca Unione, Sindona movimentò i capitali dello IOR, della COMIT e del Credito Italiano. Tuttavia in quegli anni l’impero sindoniano franò su se stesso per i crack della Franklin Bank e della Privata Finanziaria nel 1974. Lo tsunami, sulla cui origine mi sono dilungato precedentemente su queste colonne, raggiunse tutti i nemici dell’URSS, che probabilmente lo aveva provocato e che ora lo usava a scopi propagandistici anticattolici: Nixon, Andreotti e il Vaticano, il quale si affannò a puntualizzare di aver subito solo minime perdite per la partecipazione del 5% nel patrimonio azionario della Banca Unione – confluita nella Privata Finanziaria – e per quella minoritaria nella Finambro, anch’essa messa in liquidazione. In realtà, la Santa Sede corse un rischio maggiore quando, nel 1975, William Lynch, del Dipartimento di Giustizia, incaricato della lotta alla criminalità organizzata, assieme a due funzionari dell’FBI, avvisò personalmente monsignor Benelli che Sindona e lo IOR erano complici nella vendita di falsi titoli. Marcinkus aveva comprato 1500000 di dollari di falsi titoli, pari alla loro metà, e la Handels Bank di Zurigo e il Banco di Roma avevano svolto la funzione intermediatrice, smascherata dalla Banker Association di New York. L’affare era iniziato due anni prima con il finanziere austriaco Leopold Liedl, che aveva coinvolto l’ex Re del Burundi e che era arrivato, tramite Mario Foligni e Carlo Pesenti, a Michele Sindona, oramai prossimo alla canna del gas. Marcinkus negò tutto, mentre il Vaticano ancora non aveva in mano il dossier che poteva smentirlo.

Marcinkus rimase così al suo posto, mentre Sindona, arrestato nel 1976, rimase negli USA fino al 1984, quando l’omicidio dell’avvocato Ambrosoli rese impossibile evitare l’estradizione in Italia. Lo scandalo in effetti gettò la sua ombra su Paolo VI stesso, che la stampa comunista e massonica fu concorde nell’avvicinare alla mala gestione di Sindona. Questi aveva presentato Roberto Calvi a Marcinkus già dal 1968 e il primo aveva preso il posto del Siciliano nelle grazie del Presidente dello IOR. Marcinkus e Calvi sedevano insieme nel CdA della Cisalpine Overseas Nassau Bank, mentre lo IOR aveva accresciuto la sua partecipazione azionaria nel Banco Ambrosiano, che a sua volta aveva acquistato le quote della Banca Cattolica del Veneto dalla fiduciaria vaticana ad un prezzo (60 miliardi) maggiore di quello a cui esso le aveva ricomprate ai Vescovi del Triveneto (400 milioni), dopo avergliele donate.

Sindona non gradì i tradimenti dei suoi vecchi protetti. Nel 1980 i capi di imputazione contro di lui in America si accrebbero e il banchiere chiese al cardinale Sergio Guerri di testimoniare a suo favore. Egli accettò di farlo, assieme a Giuseppe Caprio, anch’egli insignito della porpora da Giovanni Paolo II. Alla vigilia della deposizione, che sarebbe stata registrata in Vaticano e che sarebbe stata resa anche da Marcinkus, il Segretario di Stato Agostino Casaroli proibì ai tre prelati di renderla, avendo capito la posta in gioco politica della questione, ossia il rischio dello scandalo sul Vaticano. Sindona addebitò questa scelta all’influenza di Marcinkus su Casaroli, ma sbagliava. I due infatti erano agli antipodi politici e lo IOR già si preparava a finanziare Solidarnosc con l’aiuto dell’Ambrosiano, cosa che il Segretario di Stato non voleva affatto. Sindona aveva rancore anche verso Gelli e la P2, alla quale si era inutilmente avvicinato dal 1975, dopo i suoi due disastrosi crack. Gelli aveva ascoltato il consiglio di Sindona di penetrare finanziariamente in America Latina e, dato che il siciliano era fuori gioco, si era affidato a Calvi e a Umberto Ortolani. Fu forse grazie a Sindona che le liste della P2, presentate dai magistrati milanesi ad Arnaldo Forlani, presidente del Consiglio, arrivarono alla stampa, tramite alcuni deputati socialisti, che ruppero il riserbo che avvolgeva quei delicati documenti e segnarono la fine della Loggia gelliana ma anche il prodromo dell’attentato a Papa Wojtyła.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui