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Zelensky sotto pressione, Fedorov lo sfida

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Sfida tra Fedorov e Zelensky

L’anticorruzione torna a prendere di mira l’Ufficio presidenziale

A cura di Agenzia Nova

“La democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia”, ha detto l’ex ministro della Difesa ucraina

Con la nomina di Yevheniy Khmara al ministero della Difesa e di Andrii Sybiha a quello degli Esteri, l’Ucraina ha formalmente riempito le due caselle ancora affidate a titolari ad interim dopo il rimpasto del governo a luglio.

Nelle stesse ore, però, fuori dal Parlamento si protestava contro la scelta di Khmara, l’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov chiedeva elezioni nonostante la guerra e gli organismi anticorruzione annunciavano una nuova inchiesta che coinvolge figure vicine all’Ufficio presidenziale.

Il risultato è un quadro che non configura una crisi istituzionale – la maggioranza parlamentare continua a sostenere le scelte del presidente Volodymyr Zelensky – ma che rende sempre più evidente l’apertura di una fase politica diversa, meno compatta e più difficile da governare rispetto ai primi anni dell’invasione russa.

La Verkhovna Rada (il Parlamento monocamerale di Kiev) ha approvato la nomina di Khmara con 312 voti, ben oltre i 226 necessari. Ex comandante delle forze speciali e già alla guida ad interim del Servizio di sicurezza dell’Ucraina, Khmara esercitava le funzioni di ministro della Difesa dal rimpasto di luglio, quando Fedorov era stato escluso dal governo.

Anche Sybiha, ministro degli Esteri prima del rimpasto e successivamente rimasto alla guida del dicastero ad interim, è stato confermato dal Parlamento.

Zelensky ha ringraziato i deputati per il sostegno ai due candidati, affermando che per entrambi il compito è chiaro: “L’Ucraina ha bisogno di più forza”.

Se la conferma di Sybiha rappresenta essenzialmente una scelta di continuità diplomatica, quella di Khmara continua invece a dividere.

Nel parco Mariinsky, a poche centinaia di metri dalla Verkhovna Rada, gli attivisti che da settimane chiedono il ritorno di Fedorov alla Difesa hanno accolto l’esito del voto gridando “Vergogna!”

Dopo la nomina hanno annunciato nuove manifestazioni, mantenendo una mobilitazione iniziata il 16 luglio e divenuta uno dei fenomeni politici più insoliti dell’Ucraina in guerra.

A fine luglio circa seimila persone avevano partecipato a Kiev a una marcia per chiedere dialogo e riforme nel settore della difesa. La contestazione non è però rivolta direttamente contro il profilo militare di Khmara.

Gli stessi attivisti hanno insistito sul rispetto per il nuovo ministro, ma contestano la scelta politica che ha portato alla rimozione di Fedorov e il modo in cui la presidenza ha gestito l’intera vicenda.

Già a luglio Zelensky aveva riconosciuto l’esistenza di un rapporto difficile fra Fedorov e l’allora comandante in capo Oleksandr Syrskyi, sostenendo che restavano irrisolti problemi sul campo di battaglia, nelle brigate e nel sistema di mobilitazione.

La successiva sostituzione di Syrskyi con Mykhailo Drapatyi ha soddisfatto una delle richieste della piazza, ma non quella relativa a Fedorov.

A complicare ulteriormente la situazione è stato lo stesso Fedorov. Martedì sera l’ex ministro ha rotto uno dei principali tabù della politica ucraina dall’inizio dell’invasione su vasta scala, chiedendo che venga individuato un meccanismo per consentire lo svolgimento di elezioni anche durante il conflitto, dato che non vi sono segnali, al momento, di una possibile conclusione delle ostilità.

“La democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia”, ha affermato, sostenendo che il Paese attraversa una crisi di governo e che occorre individuare una procedura “legale, sicura e realistica” per ripristinare pienamente il processo democratico.

La legislazione ucraina vieta attualmente le elezioni durante la legge marziale e Fedorov non ha annunciato una propria candidatura. La sua presa di posizione segna tuttavia la più netta presa di distanza da Zelensky da parte di un esponente che, fino a poche settimane fa, apparteneva al nucleo più riconoscibile della squadra presidenziale.

La mossa è politicamente significativa anche perché non riflette necessariamente un’istanza espressa dalla maggioranza dell’opinione pubblica.

Un sondaggio dell’Istituto internazionale di sociologia di Kiev indicava il 5 agosto che il 57 per cento degli ucraini riteneva opportuno attendere la fine della guerra prima di votare.

Le difficoltà sono inoltre evidenti: centinaia di migliaia di militari sono al fronte, milioni di cittadini vivono all’estero o sono sfollati e una parte del territorio nazionale resta sotto occupazione russa.

La proposta di Fedorov appare quindi, almeno per ora, più come l’apertura di un terreno di confronto politico che come l’indicazione di una procedura elettorale concretamente praticabile.

L’aspetto rilevante del messaggio di Fedorov risiede nel fatto che, sebbene non abbia dichiarato apertamente di voler sfidare Zelensky alle urne, l’ex ministro ha cominciato a costruire una propria soggettività politica.

Lo mostrano anche i sondaggi. Una rilevazione del centro di ricerca e sociologia Socis condotta tra il 28 luglio e il 2 agosto attribuiva al presidente il 22,3 per cento delle preferenze in un ipotetico primo turno, contro il 21,4 per cento dell’ex comandante in capo Valeriy Zaluzhny e il 13,1 per cento di Fedorov.

Nel ballottaggio, però, l’ex ministro batterebbe Zelensky con il 63,8 per cento contro il 36,2. Zaluzhnyi vincerebbe con il 66,2 per cento e Kyrylo Budanov con il 60,3 per cento.

Sono scenari ipotetici, non previsioni elettorali, ma fotografano una vulnerabilità del presidente che fino a poco tempo fa era molto meno evidente.

È su questo terreno che assume particolare rilievo l’analisi di Ihor Hryniv, veterano della politica e delle campagne elettorali ucraine (in passato è stato a capo di quelle degli ex presidenti Petro Poroshenko e Viktor Yushchenko).

In un’intervista al quotidiano “Ukrainska Pravda”, Hryniv individua proprio nella destituzione di Fedorov un passaggio di emancipazione politica: fino a quel momento, osserva, l’ex ministro era “una persona della squadra di Zelensky” e il suo consenso veniva in parte assorbito da quello del presidente.

“Ora è diventato chiaro che sono due persone diverse e comincia a formarsi la soggettività politica dello stesso Fedorov”, afferma.

Hryniv parla anche delle manifestazioni a sostegno dell’ex ministro della Difesa, leggendole come espressione di una richiesta più ampia. Alla domanda su cosa rappresenti Fedorov per chi è sceso in piazza, risponde con due parole: “Il desiderio di cambiamento”.

La differenza rispetto a Zaluzhny, secondo lo stratega politico, sta nella natura del consenso. L’ex comandante in capo incarna innanzitutto la domanda di sicurezza e la fiducia nella capacità di affrontare la guerra; Fedorov raccoglie invece una richiesta di modernizzazione, efficienza e ricambio.

È una distinzione che aiuta a comprendere perché la sua rimozione abbia provocato proteste soprattutto tra settori giovani e urbanizzati dell’elettorato.

Ancora più severo è il giudizio di Hryniv sul presidente. Secondo il politologo, Zelensky avrebbe ricevuto per la prima volta un segnale forte di “basta”: “Abbiamo mostrato un cartellino giallo. Non è ancora rosso, ma bisogna già reagire”.

Hryniv sostiene inoltre che il presidente abbia sempre maggiori difficoltà ad attrarre al secondo turno gli elettori degli altri candidati e afferma che, se si votasse oggi, non sarebbe più favorito nemmeno al primo turno.

Su quest’ultimo punto è necessaria una cautela: l’ultima rilevazione Socis resa pubblica dava ancora Zelensky al primo posto, seppure per meno di un punto su Zaluzhny.

Nel sondaggio Socis del 28 luglio – 2 agosto, Zelensky risulta inoltre nettamente indietro nei tre ipotetici ballottaggi contro Zaluzhny, Budanov e Fedorov.

Come se la tensione politica non bastasse, nelle stesse ore è tornato in primo piano il dossier più sensibile per la credibilità della presidenza: la corruzione.

L’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (NABU) e la Procura specializzata anticorruzione (SAPO) hanno annunciato una nuova operazione relativa a una presunta organizzazione criminale che avrebbe coinvolto un deputato in carica, un ex parlamentare e alti funzionari dell’Ufficio del presidente.

Gli investigatori stanno ricostruendo un presunto sistema di riciclaggio di circa 150 milioni di grivnie, quasi 3 milioni di dollari, destinati secondo l’accusa al pagamento della cauzione di una persona coinvolta nel più ampio caso di corruzione “Midas”.

Gli organismi anticorruzione non avevano inizialmente indicato pubblicamente il nome del funzionario presidenziale coinvolto. Diverse fonti giornalistiche ucraine hanno però riferito di perquisizioni riguardanti Iryna Mudra, vicecapo dell’Ufficio presidenziale responsabile delle questioni giuridiche.

Poche ore dopo l’annuncio dell’operazione, Zelensky l’ha rimossa dall’incarico, senza indicare le ragioni della decisione.

Secondo il quotidiano britannico “Financial Times”, le indagini riguardano anche operazioni realizzate attraverso società controllate e la banca statale Sense Bank.

Quindi, mentre da una parte Zelensky prova a stabilizzare la catena di comando della guerra, formalizzando Khmara alla Difesa e confermando Sybiha agli Esteri, dall’altra, riemergono tre elementi che mettono sotto pressione il capo dello Stato: una piazza che non accetta più automaticamente le decisioni della presidenza, un ex ministro, al momento molto popolare, che comincia a parlare con un linguaggio da avversario politico e un’indagine anticorruzione che torna a raggiungere l’Ufficio del presidente.

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  • Redazione

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