Home Politica estera WASHINGTON E MOSCA, D’ACCORDO DA AGOSTO?

WASHINGTON E MOSCA, D’ACCORDO DA AGOSTO?

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Quando il Cremlino dice “non abbiamo ricevuto nulla di ufficiale” è il classico codice diplomatico per evitare di confermare contatti indiretti già avviati. Dmitry Peskov è costretto a fare il notaio della prudenza: non può dare l’idea che la Russia stia inseguendo Washington, né può confermare che il negoziato parallelo esiste ed è avanzato.

Nelle ultime ore, fonti europee e americane hanno lasciato trapelare che Stati Uniti e Ucraina hanno elaborato una bozza “totalmente rivista” di 19 punti, come confermato al Financial Times dal viceministro Kyslytsya. È un numero importante che stravolge la precedente versione. In diplomazia, aggiornare i punti significa una cosa sola: si sta lavorando a un testo vero, non a un comunicato politico.

L’altro elemento è il luogo dei colloqui. Ginevra non è scelta a caso. Ogni volta che bisogna far passare un messaggio senza che nessuno lo attribuisca ufficialmente, si finisce lì. Non è Bruxelles, non è Kiev, non è Varsavia. È il terreno neutro dove Usa e Russia si incrociano da quarant’anni. Ed è lo stesso schema degli accordi sul nucleare, sui prigionieri, sui limiti alle armi strategiche.

Il fatto che Peskov citi proprio “le notizie dei media” significa che le informazioni che arrivano a Mosca non arrivano sui canali ufficiali, ma tramite intelligence e fonti diplomatiche incrociate. È il modo più elegante per far capire che i russi non controllano il tavolo, ma lo stanno osservando.

Poi c’è la posizione ucraina. Zelensky davanti al Parlamento svedese ribadisce che il nodo è la richiesta russa di riconoscimento legale dei territori occupati. È il suo modo per posizionare fin da ora la linea rossa che porterà al compromesso: non potrà mai dire “sì”, ma la formula finale potrebbe essere una di quelle invenzioni diplomatiche da manuale, tipo “status transitorio”, “amministrazione speciale”, “monitoraggio internazionale permanente”. È già accaduto nei Balcani, in Medio Oriente, nel Caucaso.

Il Cremlino intanto bolla il piano europeo come “non costruttivo”, ma lo fa perché l’accordo vero non passa da Bruxelles. Passa da Washington. E Mosca lo sa benissimo.

Il punto politico è semplice:
– L’Europa non ha forze militari sufficienti per sedersi al tavolo.
– L’Ucraina non può negoziare da sola.
– La Russia non può permettersi un altro anno di guerra a ritmi attuali.
– Gli Stati Uniti vogliono chiudere il dossier entro il 2026, con la presidenza Trump già indirizzata a un congelamento del conflitto.

Il resto sono frasi di rito.

La realtà è che, ogni volta che Peskov dice “non c’è nulla di ufficiale”, di fatto conferma che qualcosa, sotto traccia, si sta muovendo. E il nuovo piano in 19 punti è la prova che le due parti hanno già iniziato a scriversi addosso una possibile uscita.

È nella natura dei grandi giochi strategici: si negozia sempre quando si dice che non si negozia. E quando tutti iniziano a negare, in genere significa che il piatto è già sul fuoco.

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  • Redazione

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