Addio al ‘Maestrone’ che ha fatto la storia della musica italiana
È morto Francesco Guccini e provo un dispiacere gigantesco. Come se fosse andato via un pezzo della mia vita.
Non era della mia generazione, era di quella dei nostri genitori, eppure l’avevo sempre sentito mio. E lo sento ancora. Da adolescente lo ascoltavo con gli occhi ideologici che avevo allora.
Ci ho messo anni per capire cosa fosse davvero “L’avvelenata”. Non era solo una canzone contro un critico. Era una canzone contro i tribunali del popolo. Perché di questo si trattava. In quegli anni le organizzazioni della sinistra avevano tirato su le loro tribune del popolo e ci mettevano dentro i cantanti.
Militanti che si erano messi la toga addosso da soli e avevano cominciato a comportarsi come giudici. Ti guardavano il testo come si guarda un’imputazione. Ti chiedevano conto della linea, dei soldi, di chi eri, di cosa avevi scritto e, soprattutto, di cosa non avevi scritto. Erano moralisti, esattamente come i preti che dicevano di combattere.
Non a caso Guccini, nella canzone, li mette nello stesso verso, il critico militante e il prete, uno accanto all’altro.
La prima vittima era stata De Gregori. Palalido di Milano, 2 aprile 1976, portato sul palco e processato davanti al suo pubblico. Borghese, si arricchiva sulla pelle degli operai, i testi non erano chiari. Gli hanno pure suggerito di ammazzarsi come Majakovskij.
Un mese e mezzo dopo esce “Via Paolo Fabbri 43” e dentro c’è “L’avvelenata”, che, con quei giudici improvvisati, chiude ogni discorso in modo definitivo.
Siamo nel 2026 e De Gregori è stato di nuovo messo sul banco degli imputati. Ha detto che prova imbarazzo per gli artisti che si schierano su tutto, che lui non dà lezioni.
La stessa identica cosa di cinquant’anni fa. Stessa aula, stessi giudici, stesso moralismo. Solo che adesso il Palalido è sostituito dai social network. Quanto era bella “L’avvelenata”.
E “La locomotiva”? Che poi era la storia di un macchinista anarchico, Pietro Rigosi, non un manifesto comunista come mi piaceva immaginare, e lui l’ha sempre spiegato a chi voleva farne una bandiera.
Guccini diceva di non essere mai stato comunista. Si definiva libertario, azionista, i suoi riferimenti erano i fratelli Rosselli. Dell’anarchia diceva di averne sentito il fascino, più romantico che reale.
A me piaceva pensarlo in un altro modo. Ma lui non ci ha mai assecondato e, alla fine, è per questo che gli sono grato. Così come gli sono grato per le canzoni d’amore del tempo passato, quell’occasione perduta in autogrill o l’incontro con un vecchio amico.
Non è nostalgia o rimpianto. Ma uno strumento lucido per interrogare il tempo che fugge, misurare le illusioni perdute e dare voce a ciò che si era e si è oggi.





