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Occupazione abusiva: in Italia si tutela occupante non proprietario

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Occupazione abusiva

Tra paradossi di violazione di domicilio, sgomberi impossibili, fallimento dello Stato e giustizia fai-da-te

In nessun Paese civile il proprietario di una casa finisce in carcere per aver provato a rientrare nel proprio immobile. In nessuno. Tranne l’Italia.

A Torino una madre e i suoi due figli scoprono la seconda casa di famiglia occupata da uno sconosciuto senza titolo. Si presentano, colluttazione, ferite lievi.

Risultato: i proprietari in cella, l’abusivo a casa.

Per il giudice sono pericolosi perché potrebbero «reiterare il reato», ossia tentare di nuovo l’imperdonabile gesto di rientrare in un immobile che è loro.

Il reato che viene quotidianamente reiterato – l’occupazione abusiva – non produce conseguenze per chi lo commette. Difendere la proprietà in Italia è più pericoloso che violarla.

Non è un giudice impazzito a Torino. È giurisprudenza consolidata. La Cassazione ha stabilito che chi occupa abusivamente un immobile gode della tutela penale del domicilio.

L’articolo 614 protegge il luogo in cui una persona si trova, non il luogo in cui ha diritto di trovarsi.

L’abusivo ha il «domicilio».

Il proprietario che entra in casa propria commette «violazione di domicilio».

Un proprietario è stato condannato per aver cambiato la serratura della porta di ingresso del suo appartamento. Un altro per aver rimosso i beni dell’occupante.

A Ferrara trecento euro di multa al proprietario per aver sostituito un lucchetto. Zero conseguenze per chi non pagava.

E quando lo Stato non c’è, o fa cose che il buonsenso fa ritenere pazzie, può accadere che il vuoto si riempia in altro modo.

Lo scorso anno una trasmissione televisiva ha raccontato un caso del laborioso e spiccio nordest. Un’anziana esce per delle analisi in ospedale, torna e trova la casa occupata, manco a dirlo, da tre extracomunitari.

Chiama il figlio, capo cantiere edile. Non i Carabinieri. L’uomo arriva con alcuni colleghi, muratori e carpentieri dell’Europa dell’est, il tipo di persone con cui non si discute due volte della stessa questione.

Sfondano la porta e, senza dire una parola, buttano i tre occupanti dalla finestra. Fortuna vuole che l’abitazione sia all’ammezzato. Di sicuro, loro non avrebbero fatto caso al piano.

Nessuna denuncia. I clandestini, si viene a sapere, curiosamente non hanno piacere a incontrare di nuovo i muratori e i carpentieri.

Non è legale. Non è giustizia. Ma accade perché quando un ordinamento impiega sei anni per restituire a un cittadino ciò che gli appartiene e lo arresta se ci prova da solo, qualcuno decide che le regole non valgono più.

La giustizia fai-da-te è il sintomo terminale di uno Stato che ha smesso di proteggere chi ha ragione da chi ha torto.

Infatti, qualcuno riesce a spiegare a un cittadino che lavora, paga le tasse e rispetta le regole, perché il ladro della sua casa ha più diritti di lui?

La risposta dell’ordinamento è raggelante: il proprietario deve far valere i suoi diritti attraverso il giudice. E il giudice ci mette da due a sei anni.

Sei anni in cui l’abusivo dorme nel letto del proprietario, mentre il proprietario paga le tasse su un immobile di cui non può disporre.

Nel 2025 le richieste di sfratto ai tribunali sono state 73.000. Quelle eseguite poco più di 19.000, una su quattro. Tre proprietari su quattro che hanno ottenuto ragione dal giudice restano comunque fuori di casa propria.

A Roma la proporzione diventa addirittura grottesca. Su 45.000 case popolari, 7.700 sono occupate abusivamente. Trecento decreti di rilascio emessi, 15 sfratti eseguiti.

Il commissario straordinario ha spiegato: “nel novanta per cento dei casi ci sono minori o disabili e lo sgombero è impossibile”.

La fragilità dell’abusivo – vera, presunta o strategicamente esibita – è un’arma più efficace di qualsiasi atto notarile.

Ma il capolavoro è un altro. Sessanta immobili romani sono occupati da venti o trent’anni. In almeno quindici di questi le bollette sono ancora intestate al Comune.

Ovvero, i contribuenti inconsapevolmente pagano luce, acqua e gas agli abusivi.

Mezzo milione di euro in sei anni per un solo stabile a Ostia. Non è occupazione: è un servizio alberghiero gratuito finanziato da chi rispetta la legge.

A questo punto conviene guardare fuori. Non per masochismo, ma per capire se questa sia una fatalità o una scelta.

Nella Spagna governata dalla sinistra gruppettara, la legge antiokupas del 2025 prevede due binari.

Se l’occupazione è appena avvenuta, la polizia interviene entro 48 ore senza ordine del giudice.

Se è già consolidata, il tribunale ha 15 giorni per emettere sentenza e ordine di sgombero. In entrambi i casi l’onere della prova è invertito: è l’occupante a dover dimostrare il suo diritto, non il proprietario.

E dove lo Stato non arriva in tempo, ci pensano imprese private specializzate con negoziatori, avvocati e addetti alla sicurezza.

Gente pratica, insomma, che sgombera in 72 ore per conto del proprietario. Fine della fiera.

Oltre 7.000 operazioni riuscite in dieci anni. Un’industria nata dal fallimento dello Stato, come nasce ogni mercato: dove c’è un bisogno che nessuno soddisfa.

Il governo ha introdotto l’articolo 634-bis: da due a sette anni per chi occupa illecitamente un immobile.

Acqua fresca, perché la norma esiste ma non viene applicata. Sintesi perfetta di un Paese che sa scrivere le leggi e non sa farle rispettare da chi dovrebbe applicarle.

Chi rappresenta il potere operativo dello Stato ha scelto da che parte stare. E non è dalla parte di chi rispetta la legge.

Non so perché, ma mi ricorda molto quello che accade con i rimpatri. Ditemi voi.

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