Il delicatissimo compito diplomatico di Rubio
Ci sono momenti nella storia in cui la geopolitica torna a cercare il sacro e non per fede, ma per necessità strategica.
La visita di Marco Rubio in Vaticano tra giovedì 7 maggio e venerdì 8 maggio arriva in uno dei passaggi più delicati, in una fase in cui il sistema internazionale appare sempre più frammentato, la crisi con l’Iran, le tensioni energetiche, la pressione sulle rotte marittime, la difficoltà americana nel mantenere compatto l’Occidente e, soprattutto, la progressiva erosione della propria legittimità globale. Ed è qui che il Vaticano torna centrale.
Molti continuano a leggere la Santa Sede esclusivamente come realtà religiosa, sottovalutandone la vera natura duale. Il Vaticano è certamente il cuore spirituale del cattolicesimo, ma è anche uno Stato sovrano tra i più influenti e strategicamente potenti del pianeta.
Una struttura capace di muoversi contemporaneamente sul piano religioso, diplomatico, culturale e geopolitico con una rete globale che pochi altri attori internazionali possiedono.
Non dispone di eserciti tradizionali né della forza economica delle grandi potenze, ma possiede qualcosa che oggi manca a molti Stati, una legittimazione morale planetaria e una capacità di penetrazione culturale trasversale che attraversa continenti, governi, popoli e crisi. Per Washington questo elemento è diventato estremamente importante.
Gli Stati Uniti sanno che il Vaticano conserva canali aperti con aree del mondo dove l’influenza americana si è progressivamente indebolita, Medio Oriente, Africa, America Latina, ambienti sciiti e sunniti, governi ostili all’Occidente, reti umanitarie e culturali diffuse ovunque.
In un contesto in cui gli stati Uniti vengono sempre più percepiti come parte attiva del conflitto globale, la Santa Sede continua invece a essere vista da molti come interlocutore morale e spazio possibile di mediazione.
Dietro le visite sempre più frequenti in Vaticano non c’è dunque soltanto diplomazia istituzionale. C’è la consapevolezza americana che il consenso internazionale oggi non si costruisce più soltanto con la forza militare o finanziaria. Serve anche una legittimazione etica, simbolica, culturale.
Ed è proprio qui che emergono le tensioni tra Donald Trump e il Papa.
Negli anni Ottanta Washington e Vaticano combattevano insieme contro un sistema il blocco sovietico. Esisteva una convergenza strategica, politica e persino ideale.
Il Vaticano con Giovanni Paolo II rafforzava la visione americana dell’Occidente e gli Stati Uniti rappresentati da Ronald Reagan riconoscevano nella Santa Sede un alleato fondamentale nella battaglia contro il comunismo, tanto da costruire un solido “patto”.
Oggi il rapporto appare molto diverso.
Marco Rubio arriva a Roma non per consolidare una perfetta sintonia, ma soprattutto per evitare che tra Washington e Vaticano si apra una distanza irreversibile proprio mentre il mondo entra in una nuova fase di instabilità globale.
Perché se negli anni di Reagan il Vaticano sosteneva la strategia americana, oggi in alcuni casi ne rappresenta anche un limite morale, richiamando continuamente la necessità della mediazione, della prudenza e dei limiti etici della guerra.
Eppure, esiste una continuità impressionante tra ieri e oggi gli Stati Uniti continuano a sapere che il Vaticano possiede un potere che nessuna superpotenza riesce davvero a sostituire.
Un potere che non nasce dalle armi, ma dall’influenza sulle coscienze, sulla cultura e sulla legittimità morale globale.
Lo scontro non riguarda soltanto singole dichiarazioni o divergenze diplomatiche. Riguarda due idee diverse di ordine mondiale.
Da una parte una visione fondata sulla deterrenza, sulla forza, sulla sovranità nazionale e sul primato strategico americano; dall’altra una posizione che insiste sulla diplomazia, sui limiti morali della guerra, sulla centralità umanitaria e sulla necessità di contenere l’escalation globale.
La crisi iraniana ha reso questa frattura particolarmente evidente. Perché nel momento in cui il Papa richiama alla prudenza e alla mediazione, rischia di diventare un punto di riferimento morale alternativo rispetto alla narrativa della sicurezza occidentale guidata da Washington.
Ed è probabilmente questo il nodo più profondo della missione di Rubio, evitare che si produca una rottura aperta tra Stati Uniti e Santa Sede proprio mentre il mondo entra in una fase di instabilità sistemica.
Rubio, non a caso, rappresenta una figura di raccordo. È diplomatico, uomo dell’amministrazione americana, ma anche cattolico. La sua presenza serve a mantenere aperto un equilibrio delicato tra potere politico e autorità morale.
La vera lezione di queste settimane è che nei grandi momenti di transizione storica il Vaticano riemerge sempre. È accaduto durante la Guerra Fredda, nella caduta del comunismo, nelle crisi mediorientali, nei processi di mediazione internazionale, e accade ancora oggi.
Perché quando l’ordine mondiale entra in crisi, anche le superpotenze cercano interlocutori capaci di parlare non soltanto agli Stati, ma alle coscienze


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


