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USA, NAVE SENZA NOCCHIERO IN GRAN TEMPESTA

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Un paio di endecasillabi danteschi ben si attagliano all’attuale situazione degli Stati Uniti d’America.

Nel VI Canto del Purgatorio Dante scrive: “…nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!”.

Il riferimento dantesco era all’Italia, ma oggi ben si addice agli Usa che sono una nave il cui nocchiero è Joe Biden, ossia, come appare sempre più evidente, un incapace, la cui amministrazione non è in grado di giocare sui troppi tavoli aperti da una follia che ha associato, negli ultimi trent’anni, i Rino (repubblicans in name only) di Bush il giovane, quello che si è inventato le armi chimiche di Saddam per regalare l’Iraq agli sciiti, con il Clan Clinton, la squadra più deleteria per l’Occidente che si sia mai presentata sulla scena della storia.

Gli Usa hanno messo in campo l’Iraq, l’Afghanistan, poi, con Victoria Nuland e Joe Biden, hanno fatto di tutto per arrivare alla guerra in Ucraina. Ora, vivono la drammatica politica della distrazione, perché chi non ha alcuna intenzione di diventare un suddito del Clan Clinton, sta accendendo focolai di guerra a macchie di leopardo, costringendo il povero Antony Blinken a girare come una trottola, mentre in America ci sono pezzi dello Stato che vanno per conto loro.

Accade così che del ricovero del segretario alla Difesa americano Lloyd Austin non sia stato informato Joe Biden, ossia il comandante in capo delle forze armate Usa.

Secondo Politico, il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan, assieme ad altri alti dirigenti della Casa Bianca, ha saputo solo tre giorni dopo della spedalizzazione di Austin.

La questione ha sollevato un putiferio, in quanto evidenzia una crepa profonda all’interno dello Stato americano.

Negli Usa si stigmatizza il sostanziale fallimento della deterrenza nel Mar Rosso dell’Operazione Prosperity Guardian. Un fallimento che mette allo scoperto la mancanza di fiducia degli alleati nei confronti dell’Amministrazione Usa.

Nel frattempo emerge la notizia che gli Usa, attraverso l’ambasciata svizzera, che cura gli interessi americani in Iran, sta tentando di dialogare con il governo di Teheran, immettendo, ancora una volta, una inutile confusione, dal momento che i sunniti continueranno a non fidarsi con un’Amministrazione che tiene i piedi in troppe scarpe.

Non vi è dubbio che Cina, Russia e Iran stanno attuando la politica della distrazione, accendendo focolai di guerra.

Non mancano, peraltro, nemmeno le provocazioni americane.

Come scrive Giorgio Cuscito (Limes 11/2023).

La Corea del Sud “ospita il sistema antimissilistico americano Thaad e una base della Space Force (la prima su suolo straniero), utile a raccogliere dati a nord del 38° parallelo e soprattutto in terra cinese. Con particolare attenzione alla crescente combinazione tra attività marittime e spaziali sviluppate da Pechino. Senza contare che se necessario Washington potrebbe alimentare le frizioni tra Seoul e P’yongyang per distrarre Xi Jinping dal dossier Taiwan, memore della scelta di Mao”.

Nel poligono del deserto cinese del Taklamakan è sbucata una portaerei americana USS Gerald R. Ford. O meglio, è spuntata una sua sagoma in dimensioni reali, costruita per potenziare le attività di addestramento dell’esercito di Pechino e renderle più efficaci in caso di guerra nelle acque dell’Oceano Pacifico.

P’yongyang ha prima fatto sapere e poi smentito di aver bombardato un’isoletta della Corea del Sud.

Il Washington Post ipotizza che Benjamin Netanyahu, possa vedere nel Libano, e nella sconfitta di Hezbollah, una soluzione per rinsaldare le fila di un governo diviso e provato da tre mesi di conflitto.

La guerra tra Israele e Hamas, entrata nel suo quarto mese, fa temere un’esondazione con l’aumento della violenza non solo al confine israelo-libanese, ma anche in Iraq, Siria e nel Mar Rosso.

L’entrata in campo dell’Isis apre un nuovo scenario dai risvolti ancora non chiari, ma comunque chiari da un solo punto di vista: i sunniti chiedono di bloccare gli sciiti in Iraq, perché, bisogna ricordarlo, l’Isis è nata dai servizi segreti iracheni mandati allo sbaraglio da Bush il giovane.

In Ucraina la situazione è di totale stallo e l’unica decisione saggia sarebbe quella di chiudere la partita con una soluzione coreana.

Lo può fare Joe Biden? No.

Gli Usa devono decidere da che parte vogliono stare, cosa intendono fare, come lo vogliono fare. Non lo possono fare con un presidente che ha un’autonomia di due ore e con un’Amministrazione spaccata.

I Dem hanno fallito e stanno trascinando l’Occidente nel loro fallimento.

Forse è davvero ora che torni Trump. Con lui c’è stato l’Accordo di Abramo e non si è sparato un solo colpo.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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