
Negli Stati Uniti d’America, ossia nel Paese che vorrebbe essere il faro della democrazia e della libertà, la cloaca è stata messa nel frullatore e sta producendo effetti disastrosi e disgustosi.
Il confronto politico, in un Paese civile, come gli Usa pensano di essere, dovrebbe esplicarsi sulle idee, sui progetti, sulle soluzioni da dare a problemi concreti, nell’ambito di una visione generale di democrazia e di libertà.
Così non è.
Il primo dei possibili concorrenti repubblicani per le elezioni presidenziali del 2024, ossia Donald Trump, è inseguito da una raffica di provvedimenti giudiziari avviati da giudici di area democratica, alcuni dei quali eletti con il contributo di George Soros alla loro campagna elettorale.
Joe Biden è sottoposto ad un’attenta indagine del Congresso tesa a dimostrare che era consapevole e correo dei traffici del figlio Hunter Biden con soggetti cinesi e russi e con l’ucraina Burisma. Le risultanze fino ad ora in possesso del Congresso potrebbero portare ad una richiesta di impeachment.
Nei giorni scorsi il secondo concorrente repubblicano alla Casa Bianca, Vivek Ramaswamy, ha promesso di rendere pubblica l’intera lista dei clienti del pedofilo miliardario Epstein, suicidatosi in carcere.
Subito un miliardario amico di Epstein si è precipitato, come ha scritto il Daily Mail, a finanziare la campagna elettorale di Ramaswamy. Chiaro invito a soprassedere.
Ora, sempre sul Daily Mail, esce la storia della confessione di un maschio che afferma di aver consumato un rapporto omosessuale con Obama con il quale avrebbe anche consumato droga.
Inutile entrare nel merito del gorgoglio della cloaca.
Importante, invece, è occuparsi del frullatore.
Perché tanta porcheria mediatica sta sommergendo gli States?
Alla domanda, forse, è lecito rispondere che la strategia è tesa a depotenziare a tal punto la democrazia e le sue regole da creare le condizioni di una vera e propria guerra civile tra due mondi che sono sempre più evidentemente contrapposti e incompatibili.
Da una parte c’è il Paese reale della classe media e dalla working class che rivendicano occupazione, salari adeguati, rientro delle produzioni negli Usa.
Dall’altra un mondo di ricchi debosciati e paranoici, legati alla finanza, che teorizzano un mondo contrassegnato da isole verdi a loro riservate, attorniate da periferie abbandonate ad un’immensa plebe sempre più povera, nullatenente, totalmente dipendente. Questo mondo ha avuto come strategia la delocalizzazione dell’economia reale produttiva e la globalizzazione: due processi che si stanno rivoltando contro gli Usa nel quadro di una rivolta contro l’Occidente.
Il primo mondo, quello dell’economia reale, della democrazia e della libertà, è interpretato, in gran parte, da Donald Trump.
Il secondo dai Dem clintoniani e obamiani.
I due mondi hanno proiezioni internazionali opposte.
Mentre Trump ha una logica kissingeriana di un mondo multipolare che lo ha portato a concludere il Trattato di Abramo, con la stabilizzazione del Medio Oriente, il clan obamiano-clintoniano ha una postura guerrafondaia, peraltro devastante e inconcludente, con fughe vergognose a gambe levate dai teatri di conflitto da lui stesso creati.
Lo scontro è generale e senza possibili mediazioni e metter la cloaca nel frullatore serve a creare confusione attorno ai veri elementi dei quali è composto lo scontro attuale, il quale è, in sintesi, se gli Usa e l’Occidente intendono rimanere un’area di democrazia e di libertà o se si avviano verso un regime oligarchico totalitario orwelliano, composto da ricchi e cooptati, chiusi nei loro castelli di un nuovo feudalesimo, dove alla gran parte della popolazione è riservato il ruolo di carne da macello.





