
La sinistra italiana e l’istinto infallibile di sbagliare scelta
Quando nel 1979 cadde lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, la sinistra italiana non perse tempo con domande inutili. Non si chiese chi stesse arrivando, ma chi stesse cadendo: un amico dell’America e dell’Europa libera. E tanto bastò.
Se cade un alleato dell’Occidente, è festa. Se l’Occidente perde, la Storia — quella con la maiuscola, sempre a uso interno — avanza.
Così, mentre a Teheran atterrava – proveniva da una con lui tenerissima Parigi gauchiste – l’aereo di Ruhollah Khomeini, pretaccio sciita con il turbante lercio di secoli di oscurità e lo sguardo di chi non ha mai avuto dubbi sulla necessità della frusta per tutti e delle pietre per lapidare le donne, in Italia partivano gli applausi. Non timidi, non cauti: convinti. Applausi da platea ideologica. In piedi.
“Lotta Continua” parlò di “rivoluzione popolare”, di masse finalmente riscattate, di Islam come linguaggio alternativo dell’emancipazione. Come se il Corano fosse un libretto rivoluzionario tradotto male. Le fucilazioni sommarie? Rumore di fondo. Le donne ricacciate sotto il velo? Scorie di un passato destinato a sciogliersi. Quando si è innamorati della Storia, le vittime diventano note a piè di pagina.
“Il Manifesto”, con l’aria di chi guarda il mondo dall’alto di una superiorità morale auto-certificata, spiegò che Khomeini non andava giudicato con categorie occidentali — che diventano improvvisamente rozze ogni volta che non servono. Era un leader “radicato nel popolo”, capace di fondere religione e giustizia sociale. Un teocrate scambiato per pedagogo, un inquisitore promosso riformatore.
Che promettesse apertamente uno Stato fondato sulla sottomissione non disturbava: anche il terrore, se ben raccontato, può sembrare una tappa del progresso.
Il Partito Comunista Italiano, più misurato nei toni ma non meno allineato nella sostanza, osservò con “interesse” la fine di un regime “reazionario e filoamericano”. Traduzione simultanea: lo Scià stava dalla parte sbagliata, dunque chiunque lo rovesciasse stava, per definizione, dalla parte giusta.
Non serviva guardare ai tribunali improvvisati, alle impiccagioni come arredo urbano, alla paura elevata a sistema: la rivoluzione, si sa, ha sempre bisogno di una contabilità creativa. E non è mai “una festa all’ambasciata”
Il capolavoro fu questo: davanti a un uomo che diceva chiaramente non voglio libertà, voglio obbedienza; non pluralismo, ma legge divina; non diritti, ma disciplina, la sinistra italiana rispose con l’unico riflesso che conosce.
Se è contro l’Occidente, allora va bene. Se umilia l’America, allora è giusto. Il resto è rumore.
E così si scambiò un boia per un liberatore, una prigione per un’alba, un ritorno al buio per un passo avanti. Non perché non si vedesse l’orrore, ma perché lo si giudicava utile. L’errore non fu di analisi, ma di morale.
Qui sta la frase che resta, e resta perché è vera:
è straordinaria ma fatale la costanza della sinistra di stare sempre dalla parte sbagliata – principiò a combattere Hitler solo DOPO che quest’ultimo ruppe l’alleanza con Stalin; prima il patto scellerato tra quei due mostri era stato esaltato, da Togliatti a salire – con la sicurezza e la sicumera di chi si crede filosoficamente, no, di più: “scientificamente” nel giusto.
Non per caso. Per metodo. Perché l’ideologia non corregge mai se stessa: preferisce cambiare i fatti, e se non bastano, le vittime.
Quando poi le donne iraniane scomparvero sotto il chador come sotto una colata di pece, quando gli oppositori finirono in cella o al cimitero, quando la rivoluzione mostrò il suo volto — non rosso, ma nero — nessuno chiese scusa.
La Storia, come sempre, aveva “tradito”.
Loro, mai.





