
UNA RIFLESSIONE FILOSOFICA SULL’EUTANASIA -I
Oggi il dibattito sulle frontiere dell’esistenza è acceso, perché l’uomo è in grado di controllare la nascita e la morte nelle sue modalità, e può perseguire l’ideale di determinarle secondo il proprio desiderio, respingendo o avvicinando l’una o l’altra a piacimento. Ma il groviglio che lega nell’universo vita e morte non è stato ancora scisso, e spesso una scelta per la prima implica l’altra. E solleva vari interrogativi.
Molteplici sono gli approcci a tali quesiti, ma quelli che tra loro si escludono a vicenda per logica debbono essere o falsi o veri. Quello che segue è una riflessione sul tema della dolce morte, e sul posto che può avere nella vita dell’uomo, cercando di rispondere a tre interrogativi:
- a. Che cos’è l’eutanasia
- b. Se è morale
- c. Se può essere legale
COS’E’ L’EUTANASIA
Dinanzi a gravi malattie degenerative e incurabili, che condannano i malcapitati che le contraggono a una fine obiettivamente orrenda, tutti istintivamente ci interroghiamo sul senso della vicenda che abbiamo di fronte, e tutti vorremmo, se potessimo, far guarire chi soffre, o almeno abbreviare le sue stesse sofferenze, affrettandone la morte. Non reagire così dinanzi al dolore altrui sarebbe disumano. Ma oggi sempre più spesso questo desiderio diviene un’azione, e quest’azione viene rivendicata come un diritto. Chiamiamo eutanasia l’atto per cui si provoca la fine della vita di un malato inguaribile o terminale o di un portatore di handicap fisico o mentale. E’ anche eutanasia qualsiasi azione (eutanasia attiva) o omissione (eutanasia passiva) che da sé o intenzionalmente provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore. L’eutanasia di cui più si discute è quella per pietà, in cui si distinguono un fattore soggettivo – la pietà appunto per il malato a cui si vogliono alleviare le pene senza fini utilitaristici– uno oggettivo – l’insanabilità della condizione morbosa e l’ineluttabilità della morte e delle sofferenze – e il momento esecutivo – l’impiego di mezzi che consentano una morte rapida. Ma altri tipi di eutanasia sono riconducibili al filone pietistico, anche se il soggetto che compatisce si identifica con la collettività e il compatito con la specie, con la comunità stessa o con un individuo singolo che però non è in condizione di autodeterminarsi. Abbiamo così l’eutanasia eugenica, con cui si eliminano i portatori di qualche tara psichica o somatica; quella utilitaria, che eliminano i soggetti di peso per la società e per se stessi (anziani e invalidi); quella criminale, che elimina coloro che sono socialmente pericolosi. Ognuna di queste tipologie ha in sé ragioni sufficienti per apparire valida. Tutte attingono ad una medesima linfa: l’idea che la vita in sé non valga la pena di essere vissuta se non corrisponda a determinati standard fisici e morali; tutte dipendono da un solo presupposto: che ci sia un’autorità che sia legittimata a fissare quegli standard e a far sì che chi non vi corrisponde venga eliminato. Ognuna delle eutanasie citate – tranne quella criminale – nella versione più soft è una eliminazione scelta dal singolo per se stesso, in quella più hard è una scelta pubblica fatta nell’interesse di tutti – condizione, questa, che è l’unica possibile per l’eutanasia criminale. Gli assertori dell’eutanasia per pietà sono tutti i fautori della dolce morte; molti di essi condividono quella eugenica identificando il tarato con un (potenziale) sofferente; alcuni già si spingono a rivendicare quella utilitaria come scelta individuale. Quella criminale è obiettivamente legata alla pena di morte, e apre scenari futuribili di rarefazioni metodologiche nella sua applicazione (al posto di una sedia elettrica un’iniezione di psicofarmaci che porta dal sonno al decesso). La pietà, variamente intesa, unisce queste forme di soppressione.
Accanto alla dolce morte c’è l’accanimento terapeutico, ossia la pratica di cure mediche onerose, pericolose, straordinarie e sproporzionate rispetto ai risultati ottenuti. Su di esso i moralisti, i giuristi e i politici sono tutti d’accordo nel dire che non è moralmente vincolante, e che può essere sospeso non per cercare la morte, ma accettandola come inevitabile. La decisione spetta ovviamente al paziente, o a chi lo rappresenta essendo egli impedito, nel rispetto dei suoi interessi e della sua volontà ragionevole.
Le cure ordinarie sono legate all’esistenza stessa del malato, e lo devono accompagnare fino alla morte, anche quando è imminente. Ai malati terminali è lecita la somministrazione di analgesici, anche se favorisca la morte, quando questa è imminente: essa viene tollerata come inevitabile, ma non è di fatto ricercata. Anche su questa definizione etica sono d’accordo tutti gli esperti.
Le cure palliative sono espressione di un aiuto disinteressato, e sono incoraggiabili.
Posta questa premessa di definizioni, dobbiamo individuare i nodi etici, con le loro implicazioni giuridiche e la loro applicazione politica.





