
Esprimo totale disaccordo con l’articolo su un noto quotidiano intitolato “Un nuovo patto sociale contro il “landinismo” “. Già nel titolo, parlare di un patto sociale “contro” vuol dire o non aver capito niente o voler strumentalizzare un percorso che invece reputo giusto e sempre più necessario. Un patto sociale è accordo tra istituzioni e corpi intermedi: di elementi “contro” non ci può essere nulla. Ed è una intesa in vista di profonde trasformazioni da gestire: il Governo ed il Parlamento in nome del popolo, i corpi intermedi in rappresentanza del lavoro che è tra le basi di democrazia in un popolo.
Ma voglio essere chiaro. Se si tratta di gestire l’esistente, un patto sociale non avrebbe né il senso e né la portata che invece deve avere. Dunque patto sociale significa confrontarsi con programmi: e per evitare comode incomprensioni questo significa fissare obiettivi, scelta dei tempi di realizzazioni per ciascuno di essi, procedure per raggiungerli e verifica delle tappe intermedie. E significa anche che il Governo assume in pieno la responsabilità di rappresentanza di un popolo e non solo una parte di esso, l’opposizione svolge il suo ruolo in termini di proposte e non solo proteste, il Sindacato assume per intero la rappresentanza del lavoro in tutte le sue forme e senza esclusioni. Se si fa i furbi a “non riconoscere” è meglio tornare a giocare a Monopoli. E vale in entrambi i sensi del rapporto. Parlare, come fa “Il Giornale” della gestazione di una nuova triplice CISL-UIL-UGL è sbagliato in tutti i sensi: perché esclude una rappresentanza che c’è e perché parla dei soli Sindacati dei Lavoratori dipendenti. Non è così che si fa un patto sociale. Ciampi insegna. E poi c’è la categoria dei pensionati: mi secca dover ricordare sempre più spesso che esiste.
La Cisl di Fumarola, l’Ugl e, nell’ultima fase, anche la Uil hanno spezzato una lancia a favore del patto sociale. Perché finalmente sembra essersi compreso che senza una contrattazione dei nodi che ostacolano lo sviluppo non se ne esce. Nodi che sono non solo salario, ma anche e prima di tutto la produttività e dunque l’organizzazione del lavoro, la struttura gestionale e la dimensione delle imprese, il modo con il quale esse fanno massa critica rispetto alle evoluzioni tecnologiche e i nuovi fondamentali dei mercati. Contesto l’accusa al Governo di non aver fatto niente in politica economica: è stato fatto invece molto e di grande importanza, ma solo su un versante. L’altro, la distribuzione della ricchezza, langue perché il sistema attuale – e diciamolo chiaro – non lo consente. Va cambiato nel profondo. Ma le proposte di “rivoluzione” sul tappeto si riducono a domanda di schermaglie. La mancanza di proposte vere per uno sviluppo sostenuto del Paese è eclatante. Non c’è progetto del governo, non c’è progetto dell’opposizione, non c’è progetto delle parti sociali.
L’incertezza delle situazioni internazionali – che è un alibi da non considerare senza senso o addirittura falso perché invece profondamente vero – va sconfitta con l’assunzione di un rischio che nessuno può pensare di poter attribuire a solo una delle parti del patto sociale: se si mantiene il clima di scontro si finisce per giustificare ampiamente la latitanza del Governo.
Patto sociale: si se è davvero un patto per lo sviluppo e se è davvero compatibile con la realtà. Si se è un patto tra soggetti riconosciuti degni di stipulare accordi. E Landini qui c’entra e come: ma le giuste critiche che gli si muovono non possono servire solo ad isolare un ben più vasto problema. Che c’è.





