
segue da UCRAINA, ANALISI DI UNA FOLLIA – ARMISTIZIO O OLOCAUSTO – 1
Volodymyr Zelensky parteciperà al Forum economico mondiale (WEF) di Davos.
L’annuncio ha sollevato in Svizzera un polverone per la sicurezza del leader ucraino.
Che sia stato sbagliato annunciare in anticipo la presenza di Zelensky è convinto l’ex capo del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) Peter Regli, che si è espresso in un’intervista rilasciata a Ticinonews.
Regli ha ricordato che al momento c’è una guerra in corso e che Mosca ha l’obiettivo di eliminare proprio Zelensky, ovunque esso si trovi. “Detto in altre parole: i sicari russi saranno già pronti in Svizzera”, ha dichiarato alla testata ticinese. A tal proposito, ha ricordato che, dal momento della sua entrata nel territorio elvetico, la Confederazione diventa responsabile per la sua sicurezza.
Il fatto è che i veri sicari non sono degli agenti alla James Bond pronti a colpire il leader di Kiev, ma proprio quelli che lo riceveranno plaudenti, mentre gli stanno infilando un coltello nella schiena.
La questione è semplice da dire e triste da raccontare.
I russi, alla faccia di chi li voleva incapaci di resistere per mancanza di mezzi e per implosione interna, stanno producendo missili e droni in buona quantità, pronti per essere impiegati nei mesi invernali, come si vede, per fiaccare gli ucraini.
Il tasso di intercettazione dei missili russi è basso, come ha ammesso Yury Ignat, portavoce ucraino dell’aeronautica. Quasi impossibile intercettare i Kinzhal ipersonici.
In un servizio del 2 gennaio scorso Analisi Difesa scriveva: “Negli ultimi giorni il conflitto in Ucraina ha visto un massiccio attacco russo contro diversi obiettivi in territorio ucraino condotto con 110 missili balistici e da crociera e diversi droni Geran 2. […]. Tra gli obiettivi degli attacchi russi tra il 29 e il 30 dicembre di cui sono emerse notizie vi sono stati batterie missilistiche e i radar della difesa aerea, impianti industriali per la produzione di droni e munizioni. Una fonte dell’industria della Difesa ucraina ha ammesso a The Economist che molti degli attacchi russi hanno avuto successo. “Gli attacchi avevano un significato strategico per il nemico per ridurre la nostra capacità di colpire. Questa è una battaglia per chi può distruggere più armi a lungo raggio del nemico”.
“Non abbiamo mai visto così tanti obiettivi contemporaneamente sui nostri radar” – ha detto il portavoce dell’Aeronautica ucraina Yuri Ignat.
“I russi – scrive Analisi Difesa – hanno impiegato missili da crociera lanciati dai velivoli: Kh-101 e Kh-55 (almeno 20 secondo fonti ucraine) sono stati lanciati dai bombardieri Tu-95MS mentre i supersonici Kh-22/Kh-32 sono stati lanciati in volo dai bombardieri Tu-22M3. A questi si sono uniti i missili balistici Iskander lanciati da terra al pari di missili S-300 e S-400 (concepiti per la difesa aerea a lungo raggio ma trasformati in vettori terra-terra) e gli ipersonici Kinžhal, lanciati in volo dai caccia pesanti Mig-31BM (nella foto sotto) e a cui sono stati affidati i bersagli più paganti, come le batterie di Patriot e IRIS-T e uno di questi ultimi sistemi è stato distrutto nella regione di Kherson secondo un video diffuso dal ministero della Difesa russo”.
I russi, quindi, i missili li hanno e hanno anche attrezzato aziende per produrli e altre ne stanno attrezzando.
E qui arriviamo a Davos e all’incontro delle beffe.
Siamo sulla Montagna Incantata del capitalismo finanziario globalista, quello che ha sparso le filiere produttive in tutto il mondo con l’effetto di mettere a dura prova la capacità produttiva strategica relativa ad una mobilitazione conseguente ad un conflitto.
Come ho scritto ieri, “nella disattenzione quasi generale – afferma Walter M. Hudson (su Limes 11/2023) – questa dispersione della produzione andava contro i prerequisiti della mobilitazione industriale, che enfatizza invece la produzione, in particolare quella manifatturiera. Scomporre le filiere di approvvigionamento ha senso per le singole aziende per ridurre i costi del capitale, non per la capacità di una nazione di mobilitarsi”.
Ne soffre la potenza americana e ne soffrono i Paesi dell’Occidente, mentre la Russia si avvale dei chip dual use (non sanzionati), in vendita sul mercato, per la sua industria missilistica e di produzione dei droni.
E qui si presenta sulla scena della svizzera Davos la beffa dela capitalismo finanziario e della sua globalizzazione.
Tra i maggiori fornitori di chip dual use alla Russia c’è, guarda caso, la Svizzera, che viene subito dopo gli Stati Uniti d’America.

Se osserviamo il grafico, pubblicato da Parabellum di Mirko Campochiari (seguibile su Telegram) vediamo che il maggior fornitore di chip alla Russia è l’America, seguita dalla Svizzera.
A fare da tramite la Turchia di Erdogan, che ormai gioca su tutti i tavoli possibili e in tutte le partite.
La partecipazione di Zelensky al World Economic Forum si propone, pertanto, come la più colossale presa per i fondelli per un popolo che è stato destinato al massacro in una guerra per procura.
Nel frattempo il New York Times ha scritto che presto gli Stati Uniti non saranno più in grado di fornire armi e munizioni all’Ucraina e soprattutto di mantenere una costante fornitura di missili per la difesa aerea Patriot.
Facciamo un passo indietro.
Siamo nel luglio del 2022 e il Rusi (Royal United Service Institute) scrive che “gli Stati Uniti stanno diminuendo le scorte di munizioni per artiglieria. Nel 2020, gli acquisti di munizioni per artiglieria sono diminuiti del 36% a 425 milioni di dollari. Nel 2022, il piano è di riduerre la spesa per i proiettili di artiglieria da 155 mm a 174 milioni di dollari. […] In breve, la produzione annuale di artiglieria statunitense durerebbe, nella migliore delle ipotesi, solo da 10 giorni a due settimane di combattimento in Ucraina. Se la stima iniziale dei proiettili russi sparati fosse superiore del 50%, la fornitura di artiglieria sarebbe prolungata solo per tre settimane”.
“Gli Stati Uniti – prosegue l’articolo pubblicato dal Rusi – non sono l’unico paese ad affrontare questa sfida. In una recente esercitazione di guerra che ha coinvolto forze statunitensi, britanniche e francesi,le forze britanniche hanno esaurito le scorte nazionali di munizioni critiche dopo otto giorni”.
“Sfortunatamente – afferma l’articolista del Rusi -, questo non è solo il caso dell’artiglieria. I Javelin anticarro e gli Stinger di difesa aerea sono sulla stessa barca. Gli Stati Uniti hanno spedito 7.000 missili Javelin all’Ucraina, circa un terzo delle loro scorte, e altre spedizioni arriveranno. Locked Martin produce circa 2.100 missili all’anno, anche se questo numero potrebbe salire a 4.000 in pochi anni. L’Ucraina afferma di di utilizzare 500 missili Javelin ogni giorno”.
Fermiamoci qui. E’ evidente che già a luglio del 2022 si sapeva come stavano le cose e i politici hanno raccontato una marea di menzogne.
L’autore dell’articolo, il tenente colonnello (in pensione) Alex Vershinin, che ha lavorato come addetto alla modellazione e alle simulazioni nello sviluppo di concetti e nella sperimentazione per la NATO e l’esercito americano, prende in esame la situazione e scrive di “presupposti errati”.
Tra questi uno fondamentale è che l’industria possa essere attivata e disattivata a piacimento. “Questo modo di pensare – afferma l’autore – è stato importato dal settore imprenditoriale e si è diffuso attraverso la cultura del governo statunitense. Nel settore civile i clienti possono aumentare o diminuire i propri ordini. Il produttore può essere danneggiato da un calo degli ordini, ma raramente il calo è catastrofico perché di solito ci sono più consumatori e le perdite possono essere distribuite tra i consumatori. Sfortunatamente, questo non funziona per gli acquisti militari. Negli Stati Uniti esiste un solo cliente per i proiettili di artiglieria: l’esercito. Una volta che gli ordini diminuiscono, il produttore deve chiudere le linee di produzione per ridurre i costi e rimanere in attività. Le piccole imprese potrebbero chiudere completamente. Generare nuova capacità è molto impegnativo, soprattutto perché è rimasta così poca capacità manifatturiera da cui attingere lavoratori qualificati. Ciò è particolarmente impegnativo perché molti vecchi sistemi di produzione di armamenti richiedono molta manodopera al punto da essere praticamente costruiti a mano e ci vuole molto tempo per formare una nuova forza lavoro. Anche i problemi della catena di fornitura sono problematici perché i sottocomponenti possono essere prodotti da un subappaltatore che cessa l’attività, con perdita di ordini o riattrezzamenti per altri clienti o che fa affidamento su componenti provenienti dall’estero, possibilmente da un paese ostile”.
Quando si parla di “componenti provenienti dall’estero, possibilmente da un paese ostile” si arriva al cuore del problema: la globalizzazione, la delocalizzazione, che grazie alle logiche perverse del capitalismo finanziario mettono a repentaglio anche la capacità di difesa dei Paesi dell’Occidente.
Andare a Davos, per Zelensky, è come andare nella bocca del lupo, perché è sulla Montagna Incantata che il capitalismo finanziario ha elucubrato tutte le strategie che crollano. Anche per Zelensky, come per Castorp, il richiamo tragico della realtà è ormai ineludibile e Davos assume il carattere della beffa.
Tra i presupposti errati, Alex Vershinin mette anche il fatto che il “quasi monopolio della Cina sui materiali delle terre rare rappresenta una sfida ovvia in questo caso. La produzione dei missili Stinger non sarà completata prima del 2026, in parte a causa della carenza di componenti . I rapporti statunitensi sulla base industriale della difesa hanno chiarito che aumentare la produzione in tempo di guerra può essere difficile, se non impossibile, a causa dei problemi della catena di approvvigionamento e della mancanza di personale qualificato dovuta al degrado della base manifatturiera statunitense”.
Inoltre, in questi anni gli Usa si sono confrontati in guerre asimmetriche non impegnative per volume di armamenti, ma la guerra in Ucraina ha messo in evidenza tutta la debolezza del sistema occidentale.
La conclusione del colonnello Alex Vershinin è che la vicenda ucraina “dimostra che la guerra tra avversari alla pari o quasi richiede l’esistenza di una capacità di produzione tecnicamente avanzata, su scala di massa, dell’era industriale”.
Zelensky è libero di andare a Davos a reggere il teatrino dei potenti che lo hanno promosso da attore a leader politico, ma se vogliamo essere seri, è una presa per i fondelli per un popolo che soffre e per tutti coloro, europei in prima fila, che hanno ben capito che dalla guerra in Ucraina non si esce con la vittoria di Kiev e nemmeno con la conquista di tutto il Donbass da parte di Mosca.
Andare a Davos significa, ancora una volta, coprire le insensate teorie di chi ci ha messo in crisi e ci ha disarmati, resi deboli, incapaci anche di reggere uno scontro vero con le autocrazie. Davos va mandato al Diavolo, con tutte le sue teorie malsane e distruttive dell’Occidente, sia economicamente, sia militarmente, sia culturalmente.
Infine. C’è un modo solo di chiudere la partita: un armistizio sulle attuali posizioni del fronte, per voltare pagina e cominciare a ricostruire, bloccando il bagno di sangue.





