Il Vecchio Continente attore economico di primo piano
«Abbiamo vinto senza l’Europa».
La frase attribuita a Donald Trump sintetizza bene la percezione americana dell’ultima crisi con l’Iran, la pressione militare, la deterrenza e la gestione strategica del confronto sarebbero state condotte dagli Stati Uniti insieme agli alleati regionali, mentre il Vecchio Continente sarebbe rimasto ai margini del processo decisionale.
Eppure, c’è un dettaglio che merita attenzione, se l’accordo finale dovesse essere firmato in Europa, come annunciato nelle ultime ore, emergerebbe un paradosso geopolitico tutt’altro che secondario, la guerra si sarebbe conclusa senza l’Europa, ma la pace passerebbe dall’Europa.
Non sarebbe la prima volta nella storia delle relazioni internazionali. Le grandi potenze spesso combattono altrove e decidono altrove, ma quando arriva il momento di trasformare la forza in ordine politico cercano luoghi capaci di garantire neutralità, riconoscibilità e legittimazione internazionale.
La questione non riguarda soltanto Trump o l’Iran, ma il ruolo stesso dell’Europa nel sistema internazionale contemporaneo.
Da anni il dibattito strategico occidentale è dominato da una domanda ricorrente: l’Europa conta ancora qualcosa negli equilibri globali?
Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente sembrano aver fornito una risposta impietosa. La forza militare resta concentrata nelle mani degli Stati Uniti, mentre le principali decisioni di sicurezza vengono spesso assunte fuori dalle istituzioni europee.
Il continente appare frequentemente come un attore economico di primo piano, ma come una potenza geopolitica incompleta.
Il potere non si misura soltanto con le portaerei, i missili o la capacità di proiezione militare. Esiste una dimensione meno appariscente ma non meno importante, quella della legittimazione politica e diplomatica.
Se l’intesa con Teheran dovesse essere firmata in una capitale europea, il continente tornerebbe a svolgere una funzione che la storia gli ha spesso assegnato non quella dell’attore che impone le regole, ma quella del luogo in cui le regole vengono riconosciute.
Non il centro della coercizione, ma il centro della formalizzazione. È una differenza sottile ma strategicamente rilevante.
Dopo essere stata marginalizzata nella gestione militare della crisi, l’Europa tornerebbe a essere il luogo della composizione diplomatica, non protagonista della deterrenza, ma custode della sua traduzione in accordo politico.
Il punto è che potenza e legittimità non coincidono sempre. Gli Stati Uniti possono esercitare la prima; l’Europa, nonostante le sue divisioni, continua a conservare una parte della seconda.
E in un sistema internazionale sempre più frammentato, la capacità di offrire uno spazio diplomatico riconosciuto da tutte le parti potrebbe rivelarsi una risorsa più preziosa di quanto spesso si creda.
È il paradosso del nostro tempo, il continente che molti considerano marginale nelle guerre potrebbe restare indispensabile nella costruzione delle paci. E, forse, proprio in questa apparente debolezza si nasconde una delle ultime forme di influenza strategica che l’Europa continua a esercitare sul mondo.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


