Il tema controverso della tempistica di Trump
In inglese Trump significa “briscola”, ossia gioco di carte, e The Donald gioca in contemporanea con i tre semi come seme vincente.
Il gioco è in contemporanea a bastoni (l’imperio), a coppe (il dialogo), a spade (la guerra) e a denari (il contratto).
È chiaro che è assolutamente difficile capire un gioco dove la “briscola” vincente è contemporaneamente quella dei quattro segni e questo è, però, un elemento fondamentale di analisi.

Un altro elemento fondamentale di analisi è il tempo.
Si dice che Trump non ha con sé la disponibilità del tempo, perché ci sono le elezioni di medio termine, perché sarà azzoppato, perché non gli sarà più permesso di fare quel che vuole e via discorrendo.
Donald Trump ha oggi 79 anni, essendo nato il 14 giugno 1946. A giugno ne compirà ottanta.
Il mandato presidenziale di Donald Trump (il suo secondo, iniziato nel 2025) finisce il 20 gennaio 2029, a mezzogiorno (ora locale di Washington, D.C., Eastern Time).
Giunto alla bella età di oltre 83 anni e non potendo più ricandidarsi, avendo già fatto il secondo mandato, siamo proprio sicuri che Trump sia così condizionato dalla tempistica?
Non è forse il caso di pensare che Trump abbia in testa di fare tutto quello che si è proposto di fare, lasciando poi il campo a Vance e a Rubio?
Cominciamo dall’attacco al Papa.
Nella notte fra domenica e lunedì, Donald Trump ha criticato duramente Leone XIV, affermando su Truth: “Non sono un suo grande fan”; è un “debole e pessimo nella politica estera. Preferisco di gran lunga suo fratello Louis che è totalmente Maga. Lui ha capito tutto”.
Da quando Leone XIV è diventato Papa è stato detto, soprattutto in ambienti progressisti, che è il Papa di Trump, lo yankee dell’imperatore. Ne è conseguito che lo si doveva contrastare, riproponendo ad libitum la linea di Papa Francesco, la qual cosa significa quella della Mafia di San Gallo, in perfetta assonanza con il globalismo finanziario.
La presa di posizione di Trump segue di poco la visita del presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron a Roma, pupillo dei Rotschild e in veste di mediatore con l’Iran, dove ha incontrato, prima di andare da Leone XIV, i vertici della Comunità di Sant’Egidio nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, dove è stato accolto dal presidente Marco Impagliazzo, dal fondatore Andrea Riccardi e Mario Giro, ex vice ministro degli Esteri.
Il presidente francese era accompagnato da un’ampia delegazione che includeva il ministro degli Esteri.
Macron è poi andato in Vaticano per il suo primo faccia a faccia con Papa Leone.
Il presidente francese è protocanonico della basilica di San Giovanni in Laterano, tradizione secolare che risale ai re di Francia.
Il 20 marzo a Roma era arrivato il re di Spagna Filippo VI (Felipe VI), il quale ha ufficialmente preso possesso del titolo onorifico di Protocanonico del Capitolo Liberiano della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore a Roma.
Questo titolo onorifico di “Protocanonico” è una tradizione storica che risale al XVII secolo (1603, con Filippo III) e rafforza il legame tra la Corona spagnola e la Santa Sede.
Che i potenti della Terra abbiano tentato di influenzare, nei secoli, la scelta dei papi, in base ai loro interessi, non è una novità così eclatante.
I regnanti (imperatori, re e monarchi cattolici) hanno tentato più volte nei secoli di influenzare o imporre la scelta del Papa durante le elezioni papali, sia prima, sia dopo l’istituzione formale del Conclave (codificato nel 1274 da Gregorio X).
Non sempre si trattava di un “imposizione” diretta e assoluta, ma di pressioni forti, nomine dirette, approvazioni obbligatorie o veto su candidati sgraditi.
La Chiesa ha spesso resistito a queste ingerenze, ma in molti casi i poteri secolari hanno condizionato l’esito. Durante l’Impero Bizantino (VI-VIII secolo), l’imperatore Giustiniano I stabilì che il neo-eletto Papa dovesse ricevere l’approvazione formale imperiale prima della consacrazione.
Durante il Sacro Romano Impero (X – XI secolo), Ottone I (nel 962 – 964) si fece attribuire il Privilegium Othonis, che gli dava il diritto di approvare (o annullare) l’elezione del Papa, con giuramento di fedeltà. Successivamente, imperatori come Enrico III nominarono direttamente papi tedeschi (es. Clemente II, Damaso II, Leone IX, Vittore II tra 1046 e 1058). Le famiglie nobili romane (Tuscolani, Crescenzi) esercitarono influenze simili, causando antipapi e caos.
Nel 1059, Papa Niccolò II riformò il sistema con la bolla In Nomine Domini, riservando l’elezione ai cardinali vescovi (poi estesa a tutti i cardinali nel 1179 da Alessandro III, con maggioranza dei 2/3). Questo mirava a ridurre le ingerenze secolari, ma non le eliminò del tutto.
Nel conclave lunghissimo di Viterbo (1271-1272, 18 mesi), l’imperatore Rodolfo I d’Asburgo mediò per l’elezione di Gregorio X e nel Rinascimento, famiglie italiane (Colonna, Orsini, Farnese) e monarchi europei (Francia, Spagna, Impero) influenzarono i conclavi. Carlo V (imperatore) e Filippo II di Spagna fecero pressioni forti; nel 1492 fu eletto Alessandro VI (Rodrigo Borgia) in un contesto di intrighi.
Se passiamo ai veti, dal Seicento circa, le grandi potenze cattoliche (Francia, Spagna, Sacro Romano Impero/Austria) rivendicarono il cosiddetto ius exclusivae: il diritto (mai riconosciuto formalmente dalla Chiesa, ma spesso tollerato) di veto su un candidato tramite un “cardinale della corona” (protettore degli interessi del sovrano). Il diritto poteva essere esercitato una sola volta per conclave, di solito all’ultimo momento.
L’ultimo e più celebre fu nel Conclave del 1903 (dopo la morte di Leone XIII). Il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro (segretario di Stato, favoritissimo e ritenuto filo-francese) stava per essere eletto. L’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria-Ungheria fece esercitare il veto dal cardinale Jan Puzyna de Kosielsko, con la formula: “in nome e per autorità di Sua Maestà Apostolica… pronuncia il veto d’esclusione”. Rampolla fu bloccato; fu eletto Giuseppe Sarto (Pio X).
Pio X abolì formalmente lo ius exclusivae subito dopo, considerandolo un abuso inaccettabile.
Come si può ben vedere, nulla di nuovo sotto il sole.
Torniamo a Trump. Il presidente degli Stati Uniti, dicendo che Papa leone XIV non gli va bene, ha detto a tutti quanti che non è il suo Papa. Un perfetto asset per chi era ed è attaccato dalla Mafia di San Gallo e dai suoi accoliti e dalle chiese progressiste in ragione del suo essere statunitense.
A ribadire le posizioni di Trump, giusto per far capire che la posizione è dell’Amministrazione USA, è arrivato martedì il cattolico J. D. Vance, il quale ha detto: “Ritengo certamente che, in alcuni casi, sarebbe preferibile che il Vaticano si attenesse alle questioni morali e che lasciasse che il presidente degli Stati Uniti si occupasse di definire le politiche pubbliche americane”.
La replica non si è fatta attendere: “Non mi fa paura” e “non voglio aprire un dibattito”, ha detto Prevost ai giornalisti sbarcando in Algeria, nel suo viaggio in Africa. “Non sono un politico: smettiamola con le guerre”, ha spiegato il pontefice ricordando di parlare del Vangelo “Continuerò a farlo ad alta voce” contro i conflitti, ha detto Leone XIV.
Trump ha ribattuto, dicendo che il Papa “ha detto cose che sono sbagliate”. Leone XIV è “debole sulla criminalità”, ha poi accusato riferendosi ai migranti. E “non gli piace quello che stiamo facendo sull’Iran. Ma l’Iran vuole essere un Paese con l’arma nucleare e sterminare il mondo. Non accadrà”.
Nei giorni scorsi Leone aveva criticato il presidente per i suoi commenti sull’Iran, definendo “inaccettabile” la minaccia di Trump di distruggere un’intera civiltà e invocando a gran voce la pace in Medio Oriente.
Durante la domenica delle Palme, il Papa ha anche esortato a non usare Dio per giustificare la guerra. Parole apparse dirette al capo del Pentagono Pete Hegseth e alle sue ripetute citazioni evangeliche e per spiegare la guerra in Medio Oriente.
L’attacco di Donald Trump al Papa ha scosso la politica italiana, con la premier Giorgia Meloni che ha reagito condannando apertamente le “parole inaccettabili” dell’inquilino della Casa Bianca “nei confronti del Santo Padre”.
Ovviamente le opposizioni hanno preventivamente (il solito varietà di provincia) attaccato la Meloni, sperando che fosse imbarazzata nello stigmatizzare le parole di Trump.
Il PD ha subito sibiliato: “La premier deve dire una parola”.
Giuseppe Conte non si è smentito: “Meloni, «madre, cristiana», ancora non si è schierata”.
“Silenzio “vergognoso” sulla “blasfemia di Donald Trump” era l’accusa di Angelo Bonelli di AVS (cum grano salis).
Sulla stessa linea Italia Viva.
Tutti chierichetti di Papa Leone, ora, anche se sodali delle sacrestie di Matteo Zuppi e intimi con la linea di Francesco.
Il fatto è che le forze di centro destra hanno stigmatizzato le dichiarazioni di Trump e la Meloni le ha definite “inaccettabili”. Non sia mai. Lei, che doveva essere la bacia pantofole di Trump.
Elly Schlein – pronta a rilanciare una nuova manifestazione della pace con tutte le opposizioni – era lunedì al fianco di Leone, ha portato il caso USA – Vaticano nella direzione del PD e ha parlato parla di “uno scontro senza precedenti. Attaccare” il pontefice “per il suo fortissimo richiamo al dialogo e alla pace – ha detto – è gravissimo”.
Per Matteo Renzi “difendere” il Papa “è oggi un dovere non solo per i cattolici, ma anche e soprattutto per i laici. Erano secoli che non si vedeva una così plateale aggressione verso il romano pontefice”.
“Èil momento di rispondere duramente al bullo d’oltre oceano”, concordava Carlo Calenda.
Con una dichiarazione rozza, avallata da J. D. Vance, Donald Trump ha improvvisamente trasformato le sinistre bergogliane e zuppiane, alle quali guarda Macron, pupillo dei Rotschild in azione mediatrice pro Iran, in fan di Papa Leone, guardie svizzere di complemento extra moenia e ha liberato il Papa statunitense dell’accusa di essere il Papa dell’Impero Usa.
Martedì era la giornata del dibattito in Parlamento dove le sinistre progressiste, arruolate nella guardia svizzera di complemento, dovevano impallinare Giorgi Meloni.
Con un tempismo da prestidigitatore, Donald Trump ha attaccato Giorgia Meloni, chiudendo d’incanto la bocca a chi la voleva prona ai dettami del presidente USA.
“Giorgia Meloni non vuole aiutarci nella guerra, sono scioccato”, ha detto Donald Trump parlando al telefono con il Corriere della Sera.
Trump, che afferma inoltre di non aver parlato con Meloni “da molto tempo”, è contrariato “perché non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare. È molto diversa da quella che pensavo”.
Il presidente americano ha criticato la premier italiana che un mese fa, in un’altra intervista al Corriere, lui stesso aveva definito un’amica e una grande leader che “cerca sempre di aiutare”. Non è più la stessa persona – ha detto -, e l’Italia non sarà lo stesso Paese”.
“Piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio? – chiede Trump – Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo”.
Trump critica l’affermazione di Giorgia Meloni, la quale ha detto che le sue parole sul Papa sono inaccettabili e afferma perentorio: “E’ lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha una arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità”.
E così la segretaria del Pd Elly Schlein in Aula alla Camera, dove si aggirava il fantasma di Trump che aveva accusato la Meloni, ha espresso “ferma condanna per attacco del presidente Donald Trump alla presidente Meloni per avere doverosamente espresso solidarietà a Papa Leone. Siamo avversari in quest’Aula – ha aggiunto – ma tutti cittadini italiani e non accetteremo attacchi o minacce al governo e al nostro Paese”.
Ovviamente hanno coerentemente fatto pietà gli altri esponenti dell’opposizione, con il risultato che la Meloni è emersa come una leader di alto profilo e con la schiena dritta e l’opposizione divisa.
Con queste posizioni, Trump, che sa benissimo di essere isolato in compagnia di Israele, si intesta tutto l’onere della guerra all’Iran e gioca la partita da solo, con unico socio Netanyahu, evita di coinvolgere inutilmente altri e punta a capire chi ha davvero la delega per chiudere la vicenda iraniana, ipotizzando che il delegato stia a Pechino.
Gli iraniani hanno dimostrato di non avere alcun delegato pienamente in possesso della delega. La trattativa si sposta, quindi, ad altro livello con la Cina che entra in campo, guarda caso in tempo reale, con quattro punti per la pace e non a caso, Putin, che vuole essere della partita, si propone come mediatore e, come annuncia Lavrov, sarà a Pechino entro la metà di quest’anno.
Il gioco vero è su un tavolo triangolare: USA, Cina, Russia. Il resto segue.

Guarda caso, proprio ieri, il Financial Time, afferma che ci sarebbe una gigantesca ombra cinese sui raid di Teheran alle basi militari americane.
Teheran ha usato un satellite cinese per sorvegliare e colpire le installazioni militari americane in Medio Oriente.
La rivelazione arriva dal Financial Times, che ha ottenuto documenti militari iraniani dai quali emerge come i Guardiani della Rivoluzione abbiano acquisito alla fine del 2024 il dispositivo TEE-01B, lanciato nello spazio dalla società cinese Earth Eye Co. Un acquisto che ha cambiato radicalmente le capacità di intelligence dei Pasdaran, garantendo immagini ad alta risoluzione, superiori a quelle del satellite iraniano Noor-3 già in dotazione.
Oltre al satellite, i Guardiani della Rivoluzione hanno avuto accesso alle stazioni terrestri commerciali di Emposat, azienda con sede a Pechino specializzata nel controllo e nella gestione dei flussi di dati satellitari. Un sistema integrato che ha permesso all’intelligence iraniana di monitorare con continuità lo schieramento americano: posizione dei mezzi, cambiamenti nell’assetto difensivo, coordinate di tiro da aggiornare in tempo reale.
I dati raccolti hanno consentito ai Pasdaran di tenere sotto osservazione un arco geografico vastissimo.
Tra i siti monitorati figurano la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, fotografata tra il 13 e il 15 marzo prima di uno strike missilistico che ha danneggiato seriamente diversi velivoli, incluso un aereo-radar Awacs e alcuni aero-cisterna. Nel mirino anche la base Muwaffaq Salti in Giordania, Camp Lemonnier a Gibuti, l’aeroporto di Duqm in Oman, le strutture della Quinta Flotta americana in Bahrein e obiettivi nel Kurdistan iracheno.
Parte di questi siti sono stati poi colpiti con droni kamikaze o missili. Come osserva Guido Olimpio sul Corriere della Sera, la mancanza di bunker adeguati per aerei e personale ha reso i bersagli facilmente individuabili dalle immagini satellitari.
Che la Cina sia il vero tavolo della trattativa è ormai allo scoperto.
Che il Financial Times inglese scoperchi il Vaso di Pandora cinese non è un caso.
Infatti, guarda caso ieri, si apprende la notizia che Re Carlo prenderà il tè e avrà un incontro privato con il presidente Donald Trump durante la sua visita di Stato negli Stati Uniti, prevista per la fine di questo mese, nella speranza che il governo britannico possa sanare la profonda frattura tra gli alleati causata dalla guerra con l’Iran.
Macron e i Rotschild possono appellarsi al loro sant’Egidio, ma sono fuori dalla partita. A volte fa capolino sant’Elena.
Donald Trump, come detto, gioca contemporaneamente con i quattro semi come briscole, in parte, cosa da non sottovalutare, per accontentare le componenti interne alla sua Amministrazione che, a loro volta, rappresentano diverse sensibilità del Paese; in parte per giocare partite su vari tavoli.
Mentre con l’asso di bastone, simbolo dell’imperio, stigmatizza le posizioni del Papa e della Meloni, con l’asso di spade conduce la guerra all’Iran e con l’asso di coppe mette al tavolo di trattativa il Libano e Israele.
Martedì, infatti, il Segretario di Stato Marco Rubio, ha presieduto i primi colloqui di pace diretti tra Israele e Libano dopo decenni.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha partecipato, infatti, ai colloqui tra Israele e Libano, ospitando un incontro tra gli ambasciatori dei due Paesi a Washington allo scopo di avviare negoziati diretti tra i due Paesi.
Lo ha riportato Axios, ricordando che i colloqui, nel contesto degli scontri tra Israele e Hezbollah e di una vasta invasione israeliana di terra nel Libano meridionale, si concentrano sulla possibilità di un cessate il fuoco e sul disarmo a lungo termine di Hezbollah, oltre che su un accordo di pace tra i due Paesi, secondo quanto riferito da alcune fonti.
L’asso di denari è sempre presente, basta dare uno sguardo al petrolio, al gas e alle borse, ma anche alle materie prime, al dumping cinese e via discorrendo.
Briscola gioca le sue carte, mentre gli europei, percossi e attoniti, al nunzio stanno, pensando che Macron sia il novello Napoleone dallo Scudo Rosso, capace di togliere di mano al triangolo Trump, Putin, Xi Jinping lo scettro del potere.
Ai posteri l’ardua sentenza.





