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SUI SENTIERI INTERROTTI DELL’ESSERE

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di Angelo Giubileo

Sono ormai millenni, e sembra anche molti, che noi umani giriamo intorno sempre alla medesima questione, che riguarda l'”essenza” della nostra stessa specie; che, da qualche secolo, con smisurato orgoglio, definiamo “sapiens”, ma sapiens non lo è affatto.
Potremmo chiederci quand’è che l’uomo ha supposto e quindi pensato di essere “sapiens”, e non relativamente al fatto cronachistico di chi per primo ha pensato a questo nomignolo. Piuttosto occorrerebbe riferirsi al fatto in cui l’uomo ha pensato, per la prima volta, di dominare la natura e in specie gli altri animali, con cui in qualche modo condivide l'”essenza”.
Heidegger parlava a tale proposito, e non solo, di “pensiero iniziale” a cui occorrerebbe risalire per fare chiarezza non su “cosa” siamo, ma sul fatto che viceversa non sappiamo nulla del passato, presente e futuro che “ci” appartiene.
Ma affermando ciò, con riferimento al linguaggio dell'”esser-ci” heideggeriano, agganceremmo così già la nostra essenza, il nostro “modo di essere” al “tempo”, di cui però non sappiamo nemmeno se esista davvero. Il tempo rappresenta infatti anch’esso una “categoria” del discorso, che i Greci dicevano logos, e che gli “antichi” direbbero “iniziale”, in scia al Platone del Timeo e innanzitutto di Aristotele.
E quindi, essendo anche noi parte e quindi parti dell'”essere”, dovremmo piuttosto logicamente concludere che tutto ciò che è non-è-altro-che “il mantenimento dell’essere” di cui in definitiva ci dice invece Heidegger, in scia al pensiero di Parmenide. E quindi: “l’essere è e non può non essere (…)”.
Ciò detto, occorre però significare che l’espressione del pensiero “iniziale” di Parmenide appena riportata sia di fatto incompleta, dato che alla stessa occorre aggiungere altresì il testo: ” (e) il non essere non è e non può essere”. Cosa significa questo?
Facciamo ancora ricorso alla spiegazione che, indirettamente, ne dà Heidegger, e in particolare allorquando dice che: “Il mantenimento, ordinando accordo e cura-riguardosa, lascia essere l’essente-presente nel suo soggiorno e li abbandona ad esso. In tal modo l’esser-presente è costantemente esposto al pericolo di irrigidire il proprio soggiornante passaggio in un ostinato persistere. Ne viene che il mantenimento è anche la remissione dell’esser-presente alla non connessione. Il mantenimento connette il “non” “.
Heidegger, attraverso il linguaggio, anticipa anche qui il nostro medesimo tempo-presente, che lui stesso diceva “attuale”, riportando l’erronea interpretazione che i “moderni” hanno dato al termine che in Aristotele è invece “energia”.
Heidegger si premura anche di avvertirci che “il “mantenimento dell’essere” non è il frutto di escogitazioni etimologico-lessicali”. E allora vediamo di cosa si tratta.
“Connettere il non” è frase che rappresenta essenzialmente la volontà dell’uomo moderno di “mantenere eterno il mantenimento”, ovvero fermare il tempo (altresì il sole di Giosuè) e quindi revocare la “lunghezza del mantenimento”, così che l’essente-presente da “lungo il mantenimento dell’essere” diventi “l’eterno essente-presente del mantenimento dell’essere”.
Che non si tratti di terminazioni etimologico-lessicali, bensì essenziali del cammino dell’uomo, relativi quindi all’essenza o natura della nostra specie, è dimostrato dal tentativo e da un’esperienza “attuale”, immersiva, nella quale siamo chiamati a essere.
La volontà della “connessione con il non”, di cui dice Heidegger, cela o meglio, per usare la terminologia heideggeriana, vela l’esperienza dell’odierna e sedicente nuova “virtualita’”, e che invece trae anch’essa fondamento e “impulso” – secondo l’uso del termine presente in Plutarco e specialmente nell'”adversus Colotem” – dal “pensiero iniziale” di cui finora detto. Ovvero la ricerca di un “essente-presente” eterno, fermo, immutabile, che quindi includa anche l’esperienza di “ciò che” sarebbe “altro” o anche “l’altro o Altro” e quindi il tutto-ciò-che-“è”. Ovvero anche quel “non”, che invece nella realtà (?) “non è e non è possibile che sia”, ma che nella virtualita’ del discorso o del logos binario, filosofico e matematico, non può essere viceversa eliminato, costituendo uno dei due elementi su cui si è fondato il sistema.
Ciò detto, è comunque l’unione dell’essere e della possibilità che “Il Medesimo” (Giorgio de Santillana lo lega in Platone al tempo e non all’essere, come viceversa ritengo) non possa non essere che precede la divaricazione dei sentieri, pertanto “interrotti” dell’essere (ovvero “il mantenimento”) e del divenire (“lungo il mantenimento”).
Dopo Heidegger, possiamo allora dire che anche l’attualità abbia inteso per-correre la “via”  comune dei “sentieri interrotti” (Holzwege) e pertanto abbia deciso di affidarsi alle mani dell’AI o Intelligenza Artificiale.
La quale ha incontrato e incontra sempre la medesima difficoltà, direi piuttosto il “limite” principale che ci caratterizza come specie, ovvero la divisione o separazione tra “corpo” e “mente”. Fintanto che questo esperimento di “con-divisione” non si realizzi compiutamente, si manifesti quindi come è-vento nuovo, é assai probabile che continueremo a parlare di “pericolo”. In passato, lo abbiamo fatto sostenendo che fosse principalmente il corpo, nel presente sostenendo viceversa che sia piuttosto la mente, mediante lo strumento dell’IA, a rappresentare lo stesso “pericolo”.
Anche il termine “pericolo”, ancora una volta derivato dal linguaggio di Heidegger, ha però una sua spiegazione che risale, ca van sans dire, al “pensiero iniziale dell’essere” di Parmenide.
Scrive infatti Heidegger: “C’è qualche salvezza? Essa c’è in primo luogo e soltanto se il pericolo è (ist). Il pericolo è se l’essere stesso va all’estremo e capovolge l’oblio che proviene dall’essere stesso”. Ma, allora, in cosa consisterebbe questo “oblio” dell’essere e che l’essere man-tiene, come precisato, in ordine a tutto ciò che “è”?
E allora: “lungo” (è ancora questa la nostra condizione attuale riferita al tempo!) “il mantenimento dell’essere che è”, Parmenide “non abolisce nessuna delle due nature (sensibile e intellegibile), bensí, attribuendo ad ognuna ciò che le è proprio, ha posto l’intellegibile nella forma dell’uno e di ciò che è e lo ha chiamato” ciò che è” perché eterno e immutabile, e “uno”, perché identico a sé stesso e non ammette differenza; mentre ha posto il sensibile nella forma del disordinato
e del mutevole” (Plutarco, op. cit.). Ma, se l’essere – “lungo il mantenimento” – dovesse compiutamente oltrepassare “il disordinato e il mutevole”, allora dai sentieri interrotti del corpo e della mente sarebbe “capovolto l’oblio dell’essere” e quindi di nuovo dis-velata o meglio eternamente rivelata la “via” del “sapiens” connessa al verbo o pensiero iniziale dell’essere che è e non può non essere.
E nel frattempo?
Conclude Heidegger: “Ma se l’essere, nella sua stessa essenza, man-tenesse l’essenza dell’uomo? E se l’essenza dell’uomo riposasse nel pensare la verità dell’essere? Allora il pensiero deve poetare l’enigma dell’essere. Esso porta l’aurora del pensato nella vicinanza di ciò che è da pensarsi”.

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  • Redazione

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