Il popolo della sinistra meritava di meglio
Salis contro Sailor Moon. Mettetele una accanto all’altra e provate a non ridere.
Da una parte Silvia Salis, neo sindaco di Genova eletta col sostegno del centrosinistra e il via libera del PD, vicepresidente del CONI, ex campionessa di lancio del martello, disciplina che, a pensarci bene, spiega molto del suo approccio alla politica.
Dall’altra Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ex sardina, ex assessore regionale con alluvione incorporato, celebre per aver letto “pausa teatrale” dal gobbo durante un discorso pubblico. Roba che nemmeno i fratelli Marx avrebbero osato mettere in sceneggiatura.
Una parla e la capisci. L’altra parla in italiano, ma necessita di sottotitoli. Una si è costruita una carriera internazionale nello sport, prima di entrare in politica. L’altra è passata dal cartone delle sardine alla poltrona della segreteria, senza che nessuno abbia ancora capito esattamente come. Una ha un marito, un figlio e una vita fuori dal palazzo. L’altra saltella sui carri del Pride, come se quello fosse un programma di governo.
E poi c’è l’estetica, che in politica non è mai solo.
La Salis posa al Foro Italico con le Manolo Blahnik da 1.500 euro ai piedi e il tailleur di chi sa esattamente chi è.
Si potrà discutere sull’opportunità di ostentare tanto lusso, quando si pretende di rappresentare chi tutti quei soldi non li vede nemmeno in busta paga, ma almeno c’è uno stile, una coerenza, un’identità.
L’identità della sinistra radical chic e pariolina, delle ZTL verdi che tagliano fuori chi non può comprarsi un’auto nuova, delle impestanti piste ciclabili imposte perché “a noi che ce frega dei parcheggi persi, tanto abbiamo il nostro box sotto casa”. Quella delle elitarie spiagge di Capalbio. Pur sempre un’identità.
La Schlein paga 300 euro a seduta un’armocromista e poi si presenta vestita come una del collettivo studentesco, che ha dormito tre notti sui banchi di un liceo occupato. La consulente d’immagine, evidentemente, o le ha restituito i soldi, oppure è passata al centrodestra.
E a chi griderà al bodyshaming, risparmi il fiato. Qui si torna al pane al pane e vino al vino. Non si parla di corpi, si parla di coerenza. Di una sinistra che pretende di rappresentare il popolo e non sa nemmeno più come vestirsi per incontrarlo.
Borghesia radical chic contro militanza da centro sociale. Ma attenzione: qui non si tratta di moda. Si tratta di sostanza.
La Salis parla di diritti collettivi, di lavoro, di infrastrutture. Va dritta per la sua strada con la determinazione di chi il martello lo sa lanciare anche fuori dallo stadio.
La Schlein ha ridotto il vocabolario politico della sinistra a una sola parola: inclusione. Declinata ossessivamente in chiave identitaria, come se l’operaio di Genova o il precario di Napoli si svegliasse la mattina pensando allo schwa.
E, intanto, si fa sbeffeggiare da Giuseppe Conte, che è l’alleato, non l’avversario. Quando il tuo partner di coalizione ti tratta come una stagista, il problema non è lui. Sei tu.
E qui arriviamo al capolavoro.
Si parla di primarie per la guida del campo largo, definizione ottimistica di un’alleanza che somiglia sempre più a un campo santo, dove tenere insieme le anime richiede non le dodici fatiche di Ercole, ma la fede cieca di chi crede nella resurrezione dei morti politici.
Conte le vuole, quelle primarie. Le pretende. E i sondaggi gli danno ragione: stravincerebbe. La Schlein è convinta di poterle vincere di nuovo. Dimentica di un dettaglio non trascurabile: la prima volta arrivò alla segreteria proprio grazie ai voti grillini, contro il candidato scelto e votato dal partito.
Senza quel soccorso esterno peloso sarebbe ancora a Ferrara a cercare le vasche di laminazione che non ha mai costruito, quelle stesse vasche la cui assenza ha trasformato mezza Emilia-Romagna in una piscina a cielo aperto.
Ma come recita il proverbio, tra i due litiganti il terzo gode. E il terzo, in questo caso, potrebbe essere proprio lei: Silvia Salis. La donna col curriculum, la carriera, la vittoria sul campo a Genova, la capacità di farsi capire quando apre bocca e, soprattutto, le amicizie giuste.
L’outsider che nessuno ha previsto.
Ora, un esercizio semplice. Guardate le due foto e chiedetevi: a quale delle due affidereste le chiavi di casa? Chi scegliereste per rappresentarvi in una trattativa? Di chi vi fidereste per gestire un’emergenza?
L’abito non fa il monaco, dicono. Ma quando il monaco si presenta in ciabatte e collana di fiori, qualche dubbio sulla solidità del convento viene.
La Sindaca di Genova potrebbe vincere a mani basse, ma ha un solo ed imperdonabile problema. Il cognome.
Perché di Salis nella sinistra italiana ce n’è già una. Ed è quella con il seggio europeo usato come salvacondotto, l’assistente-compagno trovato nella sua camera d’albergo alle sette del mattino e poi scoperto coinquilino nello stesso appartamento a Milano. Quello che il regolamento europeo vieta espressamente di assumere.
Ma che importa: a lei è bastato cambiare residenza il giorno dopo e tutto si è risolto con la narcotizzata stampa amica.
“La Salis candidata premier”, quale delle due?
Quella che lanciava il martello negli stadi, o quella accusata di aver preso a martellate un estremista di destra a Budapest?
Berlinguer guidava un partito di milioni di operai vestendo come un operaio e ragionando come uno statista.
Oggi la sinistra offre una leader che ragiona da volantino ciclostilato, un’altra che veste da influencer e un azzimato avvocato del popolo che si dice di sinistra, pur avendo governato con Salvini e cofirmato i suoi decreti sicurezza.
Il popolo della sinistra meritava di meglio. E il bello è che lo sa.





