
Alla CGIL non va giù il nuovo pacchetto sicurezza perché lo trova intimidatorio. Mai come stavolta ha torto: le misure non servono per intimidire, ma per proteggere. Proteggere chi prende la metro, chi cammina per strada, chi ha una casa e vuole tenersela. Fermare, poi, chi rapina, chi accoltella, chi spaccia, chi occupa, chi devasta.
La presa di posizione è ufficiale. Lara Ghiglione, segretaria confederale CGIL, denuncia un “disegno intimidatorio e repressivo” che colpirebbe “chi è più debole, chi è giovane, chi è povero, chi protesta”. La sicurezza del governo Meloni, tuona, “non protegge nessuno, ma seleziona chi reprimere”.
Viene da chiedersi: ma un sindacato non dovrebbe occuparsi di contratti, salari, pensioni, sicurezza sul lavoro? Invece la CGIL scrive al prefetto per difendere la privacy dei borseggiatori ripresi in video. Minaccia lo sciopero generale se qualcuno osa bloccare la Flotilla per Gaza. Sfila per Maduro mentre in Venezuela i sindacalisti veri finiscono in galera. Tace sull’Iran, dove le donne vengono impiccate e gli operai torturati. “Difendiamo diritti, pace e Palestina”, proclama. E i diritti dei lavoratori italiani? Quelli che pagano la tessera per il contratto, non per finanziare un think tank di geopolitica da centro sociale? Landini scavalca a sinistra perfino la Schlein, che deve rincorrerlo imbarazzata senza riuscire a stargli dietro.
Ma torniamo al pacchetto. Sessantacinque articoli, due testi normativi, per chiudere quella porta girevole che restituisce il rapinatore alla strada prima che la vittima finisca di medicare le ferite. Sono state ulteriormente strette le maglie di una rete che lasciava passare tutto, tra attenuanti generiche, sospensioni condizionali e buonismo togato.
Mordacchia ai borseggiatori delle metro, ai maranza che accoltellano per un paio di scarpe, agli spacciatori che presidiano le stazioni. Pugno duro contro i violenti di professione che trasformano ogni corteo in guerriglia urbana, i recidivi che collezionano denunce come figurine e tornano in strada a delinquere il giorno dopo. Zone rosse per bonificare i quartieri sequestrati dal degrado. Fermo preventivo per neutralizzare i facinorosi prima che arrivino in piazza con caschi e bastoni. Arresto anche per i minorenni armati, perché l’età non può più essere un salvacondotto. Sgomberi rapidi per chi occupa abusivamente le case altrui. Interdizione delle acque territoriali ai taxi del mare travestiti da ONG. E uno scudo per le forze dell’ordine, affinché un agente che spara per difendersi non finisca sul registro degli indagati prima ancora di aver finito il turno.
Misure di buon senso. Normali in qualsiasi democrazia europea.
Eppure per la Ghiglione il fermo di 12 ore è il preludio ai campi di rieducazione. Dodici ore per identificare un violento. Dodici ore di vetrine intatte e agenti senza lividi. In Francia, dopo le banlieue, lo stato d’emergenza durò mesi. Qui si trattiene un facinoroso per identificarlo e il sindacato grida alla deriva autoritaria.
Il ribaltamento semantico è completo. Il carnefice diventa martire, la vittima scompare. Nel comunicato della CGIL non c’è una parola per la pensionata aggredita, il commerciante taglieggiato, la donna rapinata in metro, il pendolare che cambia marciapiede per paura. Per la CGIL queste persone non esistono. Esistono solo i “repressi”.
Piantedosi ha detto che l’arrivo in Parlamento “sarà un banco di prova per capire a chi interessa davvero la sicurezza dei cittadini”. La CGIL ha già risposto: non a lei.
Quando un sindacato difende di fatto chi devasta invece di chi lavora, non è più un sindacato. È un partito. E nemmeno dei migliori.





