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SCIOPERO CAPORALE E NULLITÀ CONTRATTUALE

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Su Stellantis bocche cucite, per non irritare gli Agnelli che assicurano visibilità politica sui giornali Gedi, mentre si sogna uno Stato di polizia sanitaria.

Dopo il flop dello sciopero caporale (6% di partecipanti), ora c’è il flop della manovra alternativa. Il sindacato che non sapendo fare il proprio mestiere si fa partito di opposizione, perché il Pd si è squagliato nell’armocromismo e nella circolarità verbale, ora presenta il meglio di sé con 51 pagine di emendamenti alla manovra finanziaria.

Mentre la Fiat abbandona l’Italia e chiede alle aziende fornitrici di seguirla, la Cgil chiede di assumere poliziotti locali, altrimenti detti vigili urbani, per vigilare su una pandemia che è stata dichiarata finita dall’OMS.

La Cgil ormai vive in un metaverso distopico, in un non luogo fantascientifico che le evita accuratamente di confrontarsi con la realtà, anche perché la realtà è quella dello sciopero caporale e della nullità contrattuale.

Della ruota di scorta a cinque stelle niente da dire. Le ruote di scorta stanno nel baule e non si vedono.

Veniamo ai fatti.

La maggioranza che regge il Governo Meloni sta pensando alla “giusta retribuzione”, avanzando l’idea che ad ogni categoria sia applicato il contratto collettivo nazionale di lavoro di riferimento più vantaggioso e maggiormente usato.

L’idea parte da una realtà attuale che vede il 50 per cento dei contratti collettivi nazionali di lavoro scaduti e da 43.646 lavoratori con contratti siglati da sindacati non rappresentati al Cnel.

Sono sigle diverse da Cgil, Cisl, Uil, Confedir, Confsal, Cisal, Ugl e Ciu.

L’idea approderà in aula il 28 novembre e, se tradotta in norma, prevede che entro sei mesi con uno o più decreti legislativi si intervenga in materia di retribuzione e contrattazione.

La questione posta dalla maggioranza che regge il Governo Meloni chiama in causa due articoli della Costituzione.

In primo luogo l’Art. 36 il quale recita: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.

In secondo luogo l’Articolo 39, il quale recita: “L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. E` condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.

Nei due articoli si evidenziano due questioni: la quantità e qualità del lavoro, che apre una finestra sul mondo della contrattazione aziendale e la proporzionalità degli iscritti, che riprende la questione, da tempo aperta, della reale rappresentanza di ogni sindacato.

Quando si affronta la contrattazione collettiva nazionale, è del tutto evidente che la questione di chi rappresenta chi e in quale proporzione balza come uno dei dati essenziali.

Chi, oggi, certifica che questo o quel sindacato di categoria sia rappresentativo e in che misura?

La certificazione della rappresentatività si basa sulle dichiarazioni sindacali, con una sorta di autocertificazione che viene ritenuta probante.

Si pone, pertanto, la questione di un’autorità terza che possa certificare le deleghe sindacali.

La seconda questione che si pone è quella della quantità e della qualità del lavoro, che chiama in causa una delle tre gambe di tavolo contrattuale: la contrattazione aziendale, essendo le altre due il contratto collettivo nazionale di lavoro, del quale s’è detto, e la contrattazione territoriale.

Nel quadro generale del contratto collettivo nazionale di lavoro, una delle azioni più significative del sindacato, se sa fare il proprio mestiere, è relativa alla contrattazione integrativa aziendale, che coniuga il concetto della qualità del lavoro con quello della produttività aziendale implicando, conseguentemente, la premialità.

Il paradigma di questa parte della contrattazione, che vede come protagoniste le professionalità del sindacato e quelle della governance aziendale, è la Mitbestimmung o cogestione: termine che si riferisce alla partecipazione attiva dei lavoratori nei processi decisionali delle aziende, con la conseguente partecipazione ai risultati economici e alla redistribuzione degli utili.

Dopo una stagione interessante, riguardante gli anni Ottanta del secolo scorso, il sindacato si è progressivamente acquattato nei servizi surroganti lo Stato e l’Inps, che rendono gettoni per ogni servizio prestato e tessere, soprattutto di pensionati, rinunciando alla professionalità della contrattazione aziendale, che rappresenta uno degli aspetti più interessanti e creativi e che, tra l’altro, seleziona i quadri sindacali sul campo e non in base alla cooptazione per fedeltà ai vertici.

In questi anni la verticalizzazione delle strutture sindacali e delle gestioni economiche ha creato una piramide devozionale nei confronti dei vertici che ben poco ha che fare con l’“ordinamento interno a base democratica” richiesto dalla Costituzione. La democrazia è solo di facciata, se non sono garantite l’autonomia categoriale e territoriale.

In questa deriva autoritaria e centralistica c’è, anche, la conseguente trasformazione del sindacato in strumento politico.

La terza gamba del tavolo di contrattazione, come s’è detto, riguarda i territori.

La questione è stata posta dal giuslavorista Pietro Ichino che ha recentemente proposto un adattamento contrattuale al potere d’acquisto delle varie zone.

Tutto questo ha ben poco a che fare con i proclami della Cgil (della ruota di scorta non è dato sapere), con lo sciopero caporale contro il Governo (al 6%), con la trasformazione del sindacato in un soggetto politico che occupa lo spazio lasciato libero dall’insipienza della partitocrazia di sinistra, in parte armocromicamente radical chic, in parte sconcertata (i riformisti del Pd che sembrano un pugile suonato), in parte movimentista alla Masaniello (in effetti cinesizzante e vaticaneggiante) e in parte espressione della finanza green.

Si differenzia la Cisl, che sta cercando di recuperare un rapporto con la realtà. Non è detto che ci riesca, ma il tentativo va comunque seguito con attenzione.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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