Una guerra silenziosa ma significativa
L’Africa e il Sahel stanno diventando uno degli epicentri della nuova guerra geopolitica mondiale. Ma non è una guerra che viene raccontata ogni giorno nei titoli occidentali.
È una guerra silenziosa, combattuta attraverso miniere, corridoi logistici, droni, colpi di Stato, infrastrutture, mercenari, debito e controllo delle risorse strategiche.
Per capire cosa sta accadendo bisogna osservare una mappa molto più ampia. Il Sahel non è soltanto una fascia instabile attraversata dal terrorismo jihadista, ma una gigantesca cerniera geografica che collega Atlantico, Mediterraneo, Africa subsahariana e rotte energetiche.
Ed è, soprattutto, uno dei territori più ricchi al mondo di uranio, oro, litio, manganese, cobalto e terre rare, cioè le materie prime fondamentali per il XXI secolo.
Dietro le narrazioni sulla sicurezza si sta consumando una competizione globale per il controllo delle future infrastrutture energetiche e tecnologiche del pianeta.
La Russia ha capito molto presto che il vuoto lasciato dalla Francia nel Sahel poteva trasformarsi in un’enorme opportunità strategica. Dopo il progressivo fallimento dell’operazione Barkhane e il deterioramento dei rapporti tra Parigi e le giunte militari africane, Mosca è entrata nella regione attraverso i mercenari di Wagner, oggi trasformata nell’African Corps direttamente controllato dal Ministero della Difesa russo.
L’African Corps non rappresenta soltanto una presenza militare. È uno strumento geopolitico che consente alla Russia di ottenere accesso a risorse minerarie, influenza politica, corridoi logistici e presenza strategica nel cuore dell’Africa.
Mali, Niger, Burkina Faso, Libia, Repubblica Centrafricana e Sudan fanno ormai parte di una rete che Mosca sta cercando di consolidare come piattaforma africana alternativa all’influenza occidentale.
Ma, dietro quest’espansione, esiste anche una fragilità crescente.
Negli ultimi mesi l’African Corps ha subito forti difficoltà operative nel nord del Mali, con ritirate strategiche da Kidal e altre aree chiave sotto la pressione combinata di gruppi jihadisti e ribelli tuareg.
Questo significa che la Russia sta entrando in una fase più complessa, mantenere influenza nel Sahel richiede enormi risorse militari, finanziarie e logistiche proprio mentre Mosca resta impegnata sul fronte ucraino. Ma la Russia non è sola.
La Cina sta giocando una partita completamente diversa, molto più silenziosa e strutturale. Pechino non entra principalmente attraverso mercenari od operazioni militari, ma mediante infrastrutture, miniere, debito, porti, ferrovie ed energia.
Con la Belt and Road Initiative, la Cina sta costruendo una rete di corridoi economici che attraversa l’intero continente africano.
Il vero obiettivo cinese è garantire approvvigionamento stabile di materie prime critiche necessarie alla propria industria tecnologica e alla transizione energetica globale. Cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, litio, rame, terre rare, manganese e uranio rappresentano la nuova infrastruttura invisibile dell’economia digitale mondiale.
Per questo Pechino investe enormemente in miniere, ferrovie, porti e corridoi logistici. Non si tratta soltanto di commercio. Si tratta di controllare le arterie attraverso cui passeranno batterie, semiconduttori, AI, auto elettriche e tecnologie avanzate dei prossimi decenni. Ed è qui che emergono le nuove rotte strategiche africane.
Il corridoio di Lobito, sostenuto anche dagli Stati Uniti, punta a collegare Zambia, Congo e Angola per creare una via alternativa di esportazione dei minerali africani verso l’Atlantico, riducendo la dipendenza dalle infrastrutture controllate dalla Cina.
Parallelamente, la Cina continua a rafforzare le direttrici ferroviarie Tanzania-Zambia e le connessioni portuali sull’Oceano Indiano e sul Golfo di Guinea. La competizione non riguarda più soltanto i territori. Riguarda il controllo dei flussi e dentro questa trasformazione sta crescendo enormemente anche la Turchia.
Ankara sta emergendo come nuova potenza africana attraverso una strategia molto sofisticata, che combina diplomazia, droni, sicurezza, commercio, infrastrutture e soft power religioso.
La Turchia ha capito che molti governi africani non vogliono più dipendere né dall’Occidente né dalla Russia o dalla Cina. Per questo Erdoğan sta offrendo una terza via, cooperazione militare senza le condizioni politiche imposte dall’Europa e dagli Stati Uniti.
I droni Bayraktar TB2 sono diventati il simbolo di quest’espansione. Mali, Niger, Burkina Faso, Etiopia, Somalia e numerosi altri Paesi africani stanno acquistando tecnologia militare turca.
La Turchia non esporta soltanto armi. Esporta influenza strategica.
Costruisce aeroporti, moschee, accordi commerciali, cooperazione educativa, intelligence e partnership di sicurezza. Ankara vuole diventare il ponte tra Africa, Mediterraneo e mondo islamico, rafforzando contemporaneamente la propria industria militare e la propria proiezione geopolitica.
Nel frattempo, anche i Paesi del Golfo stanno entrando sempre più profondamente nella partita africana attraverso investimenti agricoli, porti, logistica ed energia. Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita stanno cercando di controllare snodi marittimi fondamentali tra Mar Rosso, Corno d’Africa e Oceano Indiano.
E poi, ci sono gli Stati Uniti e l’Europa.
L’Occidente si è reso conto troppo tardi che il Sahel non era soltanto una crisi di sicurezza, ma una questione strategica globale. Oggi Washington sta tentando di rientrare nella partita attraverso investimenti infrastrutturali, corridoi minerari e competizione tecnologica contro la Cina.
Ma il problema è che molte popolazioni africane percepiscono ancora l’Occidente come legato a vecchie logiche coloniali, mentre Russia, Cina e Turchia si presentano come partner alternativi della nuova multipolarità per gli europei un nodo, un ostacolo geopolitico per il Sahel
Praticamente, si combatte anche sotto la sabbia del Sahel.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


