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Trump e Israele: il vero vantaggio della Cina nasce in Medio Oriente

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USA, Israele, Cina e Medio Oriente

La dinamica sul terreno sembra seguire una logica autonoma

Mentre l’attenzione pubblica continua a concentrarsi sulle immagini della guerra tra Israele e Iran, il vero effetto geopolitico della crisi potrebbe manifestarsi molto più lontano dal Medio Oriente, nell’Indo-Pacifico.

Nelle ultime settimane Donald Trump ha cercato di spingere verso una de-escalation regionale, consapevole che un allargamento del conflitto rischierebbe di trascinare nuovamente gli Stati Uniti dentro una crisi mediorientale proprio mentre Washington sta tentando, da anni, di spostare il proprio baricentro strategico verso la competizione con la Cina.

Ma il problema è che la dinamica sul terreno sembra seguire una logica autonoma.
Israele ha continuato le operazioni militari contro obiettivi iraniani, mentre Teheran ha risposto con lanci missilistici diretti.

Parallelamente, Hezbollah in Libano e gli Houthi yemeniti stanno aumentando il livello della pressione regionale, minacciando anche il traffico commerciale nel Mar Rosso, uno dei passaggi più strategici per il commercio globale, e qui che emerge il nodo centrale.

Ogni crisi che obbliga gli Stati Uniti a concentrare risorse militari, diplomatiche ed energetiche in Medio Oriente produce inevitabilmente una riduzione dell’attenzione americana verso l’Indo-Pacifico, cioè il vero teatro strategico del XXI secolo.
Washington lo aveva compreso già durante la presidenza Obama con il cosiddetto “Pivot to Asia”.

La priorità americana non è più il Medio Oriente, ma il contenimento della Cina nell’area indo-pacifica, dove si concentra ormai il cuore della competizione tecnologica, industriale, marittima e militare globale.

Il problema è che il Medio Oriente continua ciclicamente a risucchiare gli Stati Uniti dentro dinamiche da cui Washington tenta da anni di sganciarsi senza riuscirci davvero. Pechino osserva attentamente questa situazione.

Non è casuale che proprio mentre cresce la tensione regionale, Xi Jinping abbia rafforzato i rapporti con la Corea del Nord attraverso una visita altamente simbolica a Pyongyang. La Cina sta consolidando il proprio sistema di alleanze e sta approfittando della dispersione strategica americana.

Per Pechino il vantaggio non consiste necessariamente nell’aprire una crisi immediata su Taiwan.

Consiste, piuttosto, nel lasciare che gli Stati Uniti consumino attenzione, risorse e capitale politico in altri teatri mentre la Cina continua lentamente a rafforzare la propria posizione economica, militare e tecnologica nell’Asia-Pacifico.

In questo senso il Medio Oriente rischia di diventare ancora una volta la grande trappola geopolitica americana.

Il vero obiettivo strategico degli Stati Uniti sarebbe oggi contenere l’ascesa cinese, ma ogni escalation regionale costringe Washington a tornare verso una regione che assorbe risorse enormi senza risolvere definitivamente i propri equilibri interni.

La Cina ragiona su cicli lunghi, accumula potenza progressivamente e cerca di evitare collisioni premature. Gli Stati Uniti, invece, rischiano continuamente di disperdere energie tra crisi simultanee, Ucraina, Medio Oriente, Mar Rosso, deterrenza indo-pacifica.

C’è una sovrapposizione di fronti che crea un problema geopolitico a Washington.
La potenza dominante può essere indebolita non solo da una sconfitta diretta, ma anche dalla moltiplicazione delle aree di pressione che ne frammentano la capacità strategica.
Una possibilità che Pechino considera molto favorevole.

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