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Russia, dall’economia dell’efficienza a quella della resilienza

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Russia, dall'economia dell'efficienza a quella della resilienza

In atto una una trasformazione profonda

Più osservo ciò che sta accadendo alla Russia dal 2022 in poi, più mi convinco che la domanda più interessante non sia quella che domina il dibattito pubblico.

La vera questione non è se la Russia abbia sconfitto le previsioni occidentali. La vera questione è un’altra.

E se il caso russo fosse uno dei primi segnali di una trasformazione molto più ampia? E se stessimo assistendo al passaggio da un paradigma economico fondato sull’efficienza a un paradigma fondato sulla resilienza?

Per oltre trent’anni il mondo ha vissuto all’interno di una logica precisa. Che L’obiettivo principale fosse massimizzare l’efficienza. Produrre dove costava meno. Acquistare dove conveniva di più. Delocalizzare. Ottimizzare. Ridurre i costi. Eliminare le ridondanze. L’intera globalizzazione è stata costruita attorno a questa idea.

Le catene di approvvigionamento dovevano essere snelle. Le economie dovevano essere interdipendenti. I mercati dovevano essere aperti. Lo Stato doveva limitare il più possibile il proprio intervento.

Per molto tempo questo modello ha funzionato. Ha generato crescita. Ha ridotto i costi. Ha aumentato la prosperità di vaste aree del pianeta. Ma aveva un presupposto implicito.

Presupponeva un mondo relativamente stabile. Un mondo in cui le crisi geopolitiche fossero eccezioni. Un mondo in cui il commercio prevalesse sulla competizione strategica. Un mondo in cui la sicurezza fosse quasi data per scontata.

Oggi quel mondo sembra allontanarsi. Pandemie. Guerre. Sanzioni. Crisi energetiche. Conflitti commerciali. Competizione tecnologica. Tutto ciò che era stato progettato per essere efficiente si è scoperto spesso fragile.

Ed è qui che il caso russo diventa interessante. Non necessariamente come modello da imitare. Ma come fenomeno da osservare. Molti prevedevano che le sanzioni avrebbero provocato un rapido collasso economico. Questo non è accaduto.

La Russia ha subito danni significativi, ma il sistema ha continuato a funzionare. Ha reindirizzato commerci. Ha trovato nuovi mercati. Ha utilizzato strumenti finanziari alternativi. Ha mobilitato risorse interne. Ha rafforzato il ruolo dello Stato.

La domanda che mi pongo non è se tutto questo sia economicamente ottimale. Probabilmente non lo è. La domanda è se sia resiliente. E forse è proprio qui che si trova la chiave di lettura del nostro tempo. Per decenni abbiamo premiato soprattutto l’efficienza. Ora potremmo iniziare a premiare la capacità di assorbire gli shock. La differenza è enorme.

Un sistema efficiente massimizza il rendimento. Un sistema resiliente massimizza la sopravvivenza. Un sistema efficiente elimina ogni margine inutilizzato.

Un sistema resiliente conserva riserve. Un sistema efficiente punta alla velocità. Un sistema resiliente punta alla continuità.

In natura questa distinzione è evidente. Le specie che sopravvivono più a lungo non sono sempre quelle più efficienti. Spesso sono quelle più adattabili.

Forse qualcosa di simile sta iniziando ad accadere anche alle economie. Se guardo ciò che avviene nel mondo, vedo segnali che vanno ben oltre la Russia.

Vedo gli Stati Uniti riportare sul proprio territorio produzioni considerate strategiche.

Vedo la Cina investire enormi risorse nell’autosufficienza tecnologica.

Vedo l’India proteggere comparti ritenuti essenziali.

Vedo l’Europa parlare sempre più di autonomia energetica, industriale e tecnologica. Ovunque emerge la stessa parola. Sicurezza.

La logica dominante non sembra più essere soltanto quella dell’efficienza economica. Sta tornando quella della resilienza strategica. In questo contesto la Russia potrebbe rappresentare non tanto l’inizio di un nuovo modello economico universale, quanto una delle prime manifestazioni di una tendenza più ampia. Una tendenza che sta ridefinendo il modo in cui gli Stati pensano alla propria sopravvivenza economica.

Naturalmente, restano molti interrogativi. La resilienza può garantire la sopravvivenza. Non necessariamente garantisce l’innovazione. Può permettere a un sistema di resistere. Non è detto che lo renda prospero.

La vera sfida dei prossimi decenni sarà proprio questa. Trasformare la resilienza in sviluppo. Trasformare la sicurezza in progresso. Trasformare la capacità di resistere nella capacità di innovare. Ed è qui che si giocherà il futuro non soltanto della Russia, ma di tutte le grandi potenze.

Per questo motivo continuo a pensare che il dibattito sia spesso mal posto. Non mi interessa tanto sapere se la Russia abbia avuto ragione o torto. Mi interessa capire cosa ci stia raccontando sul mondo che sta nascendo. Perché forse il punto non è la Russia.

Forse la Russia è semplicemente uno specchio. Uno specchio nel quale possiamo osservare l’emergere di una nuova epoca storica. Un’epoca in cui l’efficienza non scompare, ma smette di essere l’unico criterio. Un’epoca in cui sicurezza, autonomia, robustezza e capacità di adattamento tornano a occupare il centro della scena.

Se quest’interpretazione si rivelerà corretta, allora, tra qualche decennio, gli storici potrebbero guardare agli anni Venti del XXI secolo non come al periodo in cui la Russia ha resistito alle sanzioni, ma come al periodo in cui il mondo ha iniziato a sostituire il paradigma dell’efficienza con il paradigma della resilienza.

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