I rapporti tra Algeria e Mali
Se con il Niger l’Algeria ha sempre intrattenuto un buon rapporto, oggi in ulteriore sviluppo, con un altro attore dell’AES (Alleanza degli Stati del Sahel, in francese Alliance des États du Sahel) come il Mali non è sempre stato davvero così.
A molti, non solo nel nostro Occidente, può forse colpire questa duplice condotta di Algeri verso due suoi vicini meridionali, entrambi membri dell’AES, come Niger e Mali; ma, d’altronde, non è tanto l’appartenenza o meno alla confederazione a motivare le scelte di Algeri, quanto altre più immediate priorità.
Tra Algeri e Niamey sono i rapporti energetici i primi a motivare una cooperazione in costante sviluppo: si pensi, ad esempio, alle attività congiunte tra l’algerina Sonatrach e la nigerina Sonidep, entrambe statali, per l’esplorazione e lo sfruttamento congiunto del blocco petrolifero di Kafra, ai loro confini.
Ma, oltre a queste attività, che di recente hanno tra l’altro visto l’inaugurazione di nuovi giacimenti, si possono annoverare gli accordi tra Sonidep e il trio Enageo, Enafor e Naftal, controllate di Sonatrach, per una nuova joint-venture nelle trivellazioni petrolifere, ai rilievi sismici, alla lavorazione del bitume e alla distribuzione di raffinati, siglata a giugno.
O, ancora, insieme all’assistenza tecnica, anche a quella finanziaria che Algeri fornisce al Niger tramite Sonatrach per i progetti estrattivi nel suo territorio, con relativo travaso di know-how.
Un altro tassello assolutamente da non dimenticare, poi, è il Gasdotto Trans-Sahariano (TSGP), che, partendo dalla Nigeria e attraversando il Niger giunge, infine, nelle aree estrattive algerine di Hassi R’Mel, da lì collegandosi ad altri gasdotti già esistenti, come ad esempio il Medgaz, il Transmed o il vecchio GME, al momento in parte bloccato.
Con una lunghezza di 4100 km, fornirebbe circa 30 miliardi di mc di gas all’anno: i lavori per la tratta algerina sono iniziati lo scorso giugno, con Sonatrach che contribuirà anche a una quota significativa dell’infrastruttura nigerina.
Tra Algeri e Bamako, invece, le cose, notoriamente, non sono mai andate altrettanto bene; tuttavia, ultimamente, si registrano alcune positive novità, che lasciano ben sperare per il futuro.
Per circa un decennio, l’Algeria era stata una garante degli equilibri tra autorità maliane e ribelli Tuareg, nel quadro degli Accordi di Algeri del 2015.
Quegli equilibri avevano iniziato a scricchiolare, soprattutto sul piano formale, dacché su quello sostanziale scricchiolavano da sempre, dopo il 2020, con l’arrivo della giunta rivoluzionaria guidata da Assimi Goita, primo tra i leader dell’odierna AES.
Tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, terminate le operazioni Barkhane e Sabre, ex Serval, a causa dell’uscita dal G5 delle giunte maliana e burkinabé, a cui solo pochi mesi dopo si sarebbe aggiunta quella nigerina, e dei loro rapporti in caduta libera con Parigi, per l’Algeria si creò nel Sahel una situazione del tutto nuova; che, oltretutto, precipitò nel momento in cui Bamako decise di rottamare quegli Accordi, per una nuova strategia militare sostenuta dalla presenza dell’allora Wagner, oggi Africa Corps.
Algeri vide in quella svolta una minaccia per i suoi confini, ma anche, non unica, un’opportunità per poterne trarre profitto, con un caos da non lasciare pertanto incustodito, ché altrimenti si sarebbe spento sotto la pressione militare russo-maliana.
Non volendo combattenti Tuareg che andassero a cercar rifugio nei suoi confini, alimentando rivendicazioni irredentiste nel suo meridione, l’Algeria optò, così, per dar formazione, inquadratura e sostegno ai loro vertici, di fatto sostenendo la loro guerriglia nel nord del Mali.
Come ricorderemo, ciò ha dato luogo a fatti gravi e dolorosi, che hanno insanguinato questi ultimi tre anni, a tacer di tutto ciò che s’era già visto in precedenza.
Il punto di non ritorno, probabilmente, s’è visto quando, ad aprile 2025, l’aviazione militare algerina ha abbattuto un drone maliano nell’area di confine di Tinzaouaten.
Bamako, in quell’occasione, ha apertamente incolpato Algeri di “sponsorizzare il terrorismo” e di proteggere i capi del FLA, Fronte di Liberazione dell’Azawad, erede del vecchio MNLA e di altre sigle analoghe.
Dopo quell’episodio, i due Paesi hanno chiuso lo spazio aereo sull’area e richiamato i loro ambasciatori, mentre tutti i canali diplomatici tra AES e Algeria si sono bloccati.
Un altro fatto grave, avvenuto nella stessa località nel luglio dell’anno precedente, si era avuto con l’imboscata costata la vita a decine di militari dell’Africa Corps e delle FAMA, le Forze Armate maliane, attuata da miliziani Tuareg e dell’affiliato di al-Qaeda locale, il JNIM, sostenuti da vari apparati d’intelligence tra cui anche quello ucraino.
Infine, la convergenza non più soltanto tattica tra FLA e JNIM, che ha alimentato un impegnativo fronte di 1400 km, ha propiziato la rinnovata aggressione patita dal Mali a partire dallo scorso aprile, con numerosi attacchi coordinati in tutto il suo territorio e la perdita del controllo d’importanti capisaldi a nord, primo tra tutti Kidal.
Ciò non toglie che, combattendo duramente, le forze maliane, insieme alle forze congiunte dell’AES e dell’Africa Corps, oltre a quelle inquadrate nei volontari, siano riuscite nella non facile impresa di mettere gli aggressori dinanzi alla prospettiva di una mortale sconfitta, con ravvisabile dispiacere di quanti sin dai primi giorni già gongolavano, non a mezzo stampa, per una rapida fine della giunta rivoluzionaria di Bamako.
Algeria e Mali hanno cominciato a luglio a conoscere una veloce distensione, con la riapertura dello spazio aereo e il ritorno dei loro ambasciatori, dando il via ad un gradito cambio di paradigma.
La potente intelligence algerina può fornire un’ottima cooperazione al Mali, data la sua capacità di sorveglianza satellitare e la profonda conoscenza dei clan tribali tra Tinzaouaten e Tessalit e, in ogni caso, Bamako ha dimostrato di saper garantire il controllo del territorio e di contare su comuni alleati, come, ad esempio, Mosca, il cui ruolo regionale tramite Africa Corps non può essere trascurato.
Non erano infatti mancate lamentele, da parte di Africa Corps, circa la doppiezza di Algeri nel corso della sua crisi col Mali, che anche loro e il loro Paese finivano inevitabilmente per pagare con un duro prezzo.
Sarebbe difficile da escludere che a, un certo punto, ad Algeri, abbiano cominciato a prendere più seriamente in considerazione anche questa faccenda.
Inoltre, per l’Algeria riaprire le strade col Mali significa anche far in modo che non finisca totalmente nelle braccia del rivale Marocco, su cui, tatticamente, ha fatto convergenza spesso trascinandosi gli altri alleati dell’AES.
Rischiare una perdita di fiducia e influenza nell’intera regione, a cominciare dalla carta del Sahara Occidentale, per piccole pretese frontaliere e condotte di geopolitica sporca nel nord del Mali, non sarebbe poi una strategia molto lungimirante; ancor meno andando incontro al dispiacere di potenti e vitali alleati extraregionali che hanno tutto l’interesse a veder la stabilizzazione del fronte saheliano e offerto una mediazione che non si poteva proprio rifiutare.





