La crisi accelerando la militarizzazione della globalizzazione
C’è un attore che in questa crisi non appare al centro della scena, non guida le operazioni, non detta apertamente i tempi dell’escalation, ma ne beneficia in modo sistemico.
È la Russia, non come protagonista visibile, ma come convitato di pietra di un conflitto che sta ridefinendo gli equilibri globali senza richiedere il suo coinvolgimento diretto.
Mosca arriva a questo passaggio mentre è ancora pienamente impegnata nella guerra in Ucraina. Ed è proprio questa simultaneità a renderne la posizione strategica particolarmente efficace.
Senza spostare risorse significative dal fronte ucraino, la Russia si ritrova a operare in un contesto in cui i suoi principali avversari sono costretti a dividere attenzione, capacità e priorità.
In termini militari, è una condizione ideale il teatro principale resta attivo, mentre un secondo teatro assorbe energie occidentali senza coinvolgerla direttamente.
La guerra nel Golfo e nello spazio mediorientale allargato sta producendo effetti che Mosca non potrebbe ottenere con un’azione diretta. L’aumento strutturale dei prezzi energetici rafforza le sue entrate. La pressione sulle economie europee indebolisce il fronte più esposto alle conseguenze del conflitto. Ma soprattutto, si accentua una frattura strategica all’interno dell’Occidente.
Gli Stati Uniti spingono per un ridisegno delle rotte e per un maggiore controllo militare dei chokepoint energetici. È una logica coerente con la loro postura di potenza marittima globale, garantire sicurezza ai flussi attraverso presenza militare, anche a costo di escalation.
L’Europa, invece, si muove in direzione opposta. Non condivide questa impostazione, non considera sostenibile una militarizzazione estensiva delle rotte e soprattutto non intende farsi trascinare in un confronto diretto che aumenterebbe i costi interni già elevatissimi.
Questa divergenza non è un dettaglio politico, ma un dato strategico. L’Europa, già impegnata nel sostegno all’Ucraina e, quindi, direttamente esposta al confronto con la Russia, non è disposta ad aprire un secondo fronte operativo nel Golfo secondo la logica americana. Siamo davanti ad una presa di posizione più prudente, difensiva, orientata al contenimento del danno più che alla gestione attiva del teatro.
Per Mosca, questo è il punto di massima rilevanza. Il conflitto mediorientale non solo distrae risorse occidentali dal fronte ucraino, ma rende anche più evidente la divergenza tra Washington e Bruxelles. Più questa distanza cresce, più si indebolisce la coesione strategica dell’avversario.
La crisi sta accelerando una trasformazione più profonda, non la fine della globalizzazione, ma la sua militarizzazione.
Per militarizzazione della globalizzazione non si intende una semplice intensificazione dei conflitti, ma un cambiamento strutturale del sistema, dove le infrastrutture economiche globali diventano parte integrante del dominio militare. Le rotte marittime non sono più spazi neutrali, ma linee di comunicazione da difendere, presidiare o interdire. Gli stretti, i porti, i corridoi energetici diventano obiettivi operativi.
Questo comporta una ridefinizione delle priorità militari. Le marine assumono un ruolo centrale nella protezione dei flussi, le basi avanzate diventano nodi permanenti di controllo.
I sistemi di sorveglianza, inclusi quelli satellitari, sono parte integrante della sicurezza economica. La difesa delle supply chain entra nella pianificazione strategica.
Allo stesso tempo, la dimensione economica si integra pienamente nella logica del conflitto. Il prezzo dell’energia, l’accesso alle materie prime, i costi assicurativi e logistici diventano strumenti di pressione. Non sono più effetti della guerra, ma leve di potere strategico attraverso cui la guerra viene condotta.
La Russia si muove con particolare efficacia in questo ambiente. Non ha bisogno di controllare direttamente le rotte globali se può contribuire a renderle instabili. Non deve sostituire l’Occidente nella gestione del sistema, ma aumentare il costo della sua gestione.
Il suo vantaggio è sistemico, ogni elemento di instabilità riduce la capacità occidentale di coordinarsi e di proiettare potenza.
In termini militari, il conflitto globale entra in una fase diversa. Non si tratta più solo di scontri diretti tra forze, ma di competizione per il controllo delle condizioni operative: flussi, accessi, tempi, costi. La guerra diventa meno visibile, ma più diffusa e continua.
In questo contesto, nessuna infrastruttura è neutrale. Ogni rotta, ogni terminale energetico, ogni nodo logistico può essere difeso, colpito o utilizzato come leva strategica. La distinzione tra spazio economico e spazio militare si dissolve.
La Russia, pur impegnata in Ucraina, si trova quindi in una posizione paradossalmente favorevole. Non perché controlli il conflitto, ma perché opera in un sistema che sta evolvendo nella direzione più compatibile con il suo approccio strategico: aumentare la pressione sistemica sugli avversari senza esporsi direttamente.
Il convitato di pietra non è ai margini della partita. È dentro la logica che la sta trasformando.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


