
di Antonino Macrì Pellizzeri
PROLOGO
Vorrei anzitutto sgombrare il campo da equivoci. Questo è il mondo in cui viviamo, il mondo dell’Europa mediterranea, formatosi nella grande cultura greco-romana e poi via via maturato (cito a caso) con il Cristianesimo, la Riforma, la Controriforma, Galileo, Cartesio, Spinoza, Kant, la Rivoluzione Francese, Hegel, Marx, Lenin, fino al nazismo, e alla democrazia di oggi, molto diversa da ciò che si intendeva, con la stessa parola, nella Grecia antica e successivamente fino ad oggi. Tutto ciò con i suoi riflessi nell’arte, nella letteratura, nella musica e, senza che ce ne rendiamo conto, nella vita di tutti i giorni. Noi siamo tutto ciò, è l’aria che respiriamo, il nostro substrato mentale e morale e non possiamo farne a meno. Questa cultura, con piccole varianti, pervade tutti i Paesi dell’Europa centro-occidentale, i paesi anglosassoni e in sostanza i Paesi che chiamiamo “di democrazia avanzata” o “in senso stretto”: circa il 12% degli abitanti del nostro pianeta. Spesso si applica questo concetto, per allargare un po’ il numero, ad altri Paesi, come ad esempio l’India, che hanno in realtà ben poco a che fare con il nostro usuale concetto di “democrazia”, basti pensare alle caste e alla sostanzialmente ufficiale supremazia Indù sulle altre religioni, o ai matrimoni combinati, ma ciò esula dal nostro discorso. In conclusione noi siamo questo dopo 3000 anni di sviluppo, è il nostro hardware. Dobbiamo però accettare, e rispettare, che esistono altre culture, altri schemi di vita e di pensiero che si sono sviluppati nello stesso periodo, su basi assolutamente diverse, indipendenti, senza alcun legame con la nostra, quasi come se fossero uno o più altri rami del grande albero dell’homo sapiens. Anche questo è un fatto di cui prendere atto, ma non è l’argomento di oggi.
DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UOMO
Secondo me esistono diversi livelli di diritti di ogni essere umano. Al primo posto porrei alcuni diritti irrinunciabili, alla base della società umana, a cui corrispondono altrettanti doveri assoluti da parte del mondo intero. Nel corso dei miei viaggi per il mondo mi sono reso conto che essi sono condivisi sostanzialmente in tutte le culture, almeno in teoria. Il primo è il diritto alla vita che implica un’alimentazione adeguata e cure mediche tali da garantire a ciascuno di nascere e poter vivere. Purtroppo una gran parte del nostro mondo è tagliata fuori da tutto ciò. Molti di noi non se ne rendono conto, spesso anche in buona fede. Tante volte ho detto “non si può capire cosa sia veramente la povertà se non si sono viste le condizioni in cui vivono gli abitanti di alcuni Paesi dell’Africa Sub-Sahariana o, oggi in un numero fortunatamente minore, alcune comunità del Sud Est asiatico e dell’India”. Mi viene risposto che anche da noi c’è la fame e basta vedere quanta gente è nutrita grazie al sostegno della Caritas o analoghi enti di assistenza. Senza di essi morirebbero. Appunto, ma nei Paesi di cui parlo, questi enti non esistono, e a parte il cibo spesso bisogna percorrere molti chilometri a piedi per arrivare a un pozzo e prendere un po’ di acqua fangosa. Lo stesso avviene nei campi profughi, dove milioni di individui vivono in condizioni inimmaginabili. Per chi riesce ad avere un po’ di cibo esiste poi il problema di accesso alle cure più elementari. Posso citarvi un caso che non dimenticherò mai. Sei o sette mesi prima dell’epidemia di SARS ebbi la fortuna e l’onore di conoscere il dott. Carlo Urbani, l’eroe che sacrificò la sua vita per scoprire e curare quell’epidemia breve ma violentissima. Diventammo amici. Mi parlò di quell’infinità di bambini che vivono nei grandi fiumi, si riferiva al Mekong che entrambi conoscevamo bene ma anche ad analoghi fiumi africani. Tutti questi bambini hanno una caratteristica in comune: una pancia enorme, causata da un microrganismo (non ricordo i dettagli perché sono passati tanti anni) che li infettava proprio per le condizioni igieniche in cui erano costretti a vivere stando a contatto continuo con l’acqua inquinata. Per curarli sarebbero state sufficienti delle latrine (e l’educazione a usarle) e medicinali il cui costo era circa un dollaro/anno per ogni bambino. Purtroppo quei soldi non c’erano.
Ecco, quando parlo di diritto irrinunciabile, mi riferisco a queste due facce della stessa medaglia. Noi, tutti i cittadini dei Paesi ricchi dovremmo avere l’obbligo di contribuire a risolvere queste situazioni indegne del mondo moderno, che purtroppo esistono anche nel nostro occidente ricco e democratico, pur se in scala ridotta. Certamente a livello individuale si può fare molto poco, ma i governi del mondo democratico potrebbero fare qualcosa che è l’essenza stessa della democrazia. Purtroppo tutti sono pronti a riconoscere a parole l’esistenza del problema ma molto pochi sarebbero disponibili a spender dei soldi per risolvere questo problema in Italia e tentare di alleviarlo nel “quarto mondo”.
Sullo stesso livello pongo il diritto al lavoro che a sua volta implica il diritto a un minimo di istruzione. Il lavoro, come ho detto più volte, non è solo un modo per procurarsi da vivere ma un modo per costruirsi una dignità. Anche questo dovrebbe essere un dovere da parte di tutti noi E inoltre sarebbe nostro interesse, di tutti, specialmente di noi popoli mediterranei, aiutare quei popoli. Riflettete un attimo. Nessuno al mondo sarebbe disponibile ad abbandonare il suo Paese, i suoi cari, le sue abitudini, se potesse vivere in maniera appena decente a casa propria. Se scappano attraverso deserti, violenze, stupri, e molto spesso muoiono per arrivare da noi, è perché tutti questi rischi sono minori ai loro occhi di quel genere di vita. E questi profughi saranno sempre di più, arriveranno a milioni come le “orde barbariche” che sommersero in un gigantesco “tsunami” l’Impero Romano. TALI DIRITTI SONO SCOLPITI NELLA NOSTRA COSTITUZIONE.
Esistono poi altri diritti che hanno però senso solamente una volta che siano stati soddisfatti i bisogni primari. A differenza dei primi, essi non rivestono nel resto del mondo la stessa importanza che hanno nella nostra cultura. Fra essi cito la libertà di pensiero e di poterlo esprimere, la libertà di associazione, la libertà di stampa, la libertà di movimento, una magistratura indipendente e via di seguito. ANCHE QUESTI CHIARAMENTE DETTATI DALLA NOSTRA COSTUTUZIONE. Sono spesso criticato per il fatto di porre questo diritto su un livello più basso rispetto ai precedenti, quando, per i miei interlocutori, dovrebbe essere il contrario. Rispondo con un esempio. Un mio collega che viveva in un Paese dirigista, me lo descrisse come il “male assoluto” perché in quel Paese non si poteva dimostrare contro il dittatore. Risposi “Sono sostanzialmente d’accordo, ma non credi che da noi, nella libera Italia, chiunque di quei poveracci che dormono per strada, talvolta italiani come noi, non baratterebbe la libertà di dimostrazione con una casa e un lavoro?” “E’ vero – rispose il mio amico – anche noi abbiamo qualche piccolo problema”. Ecco secondo me la differenza. Per chi ha una casa, un lavoro, una sanità garantita, tutto ciò è “un piccolo problema” rispetto alla mancanza della libertà di espressione del proprio pensiero. Io penso invece che sia il contrario; le libertà che vi ho elencato come “secondo livello”, sono senz’altro importantissime per chi fa parte del famoso 12% del mondo di cui vi ho parlato (almeno per quasi tutti) ma perdono di significato se non è stato prima garantito il diritto alla vita, alla sanità, all’istruzione e a un lavoro. per i quali bisognerebbe che ci impegnassimo senza se e senza ma. Invece succede il contrario. Ci impegniamo tanto (e purtroppo in maniera selettiva) per la libertà di pensiero e quasi per niente per la lotta alla fame. Non c’è malafede ma un’ignoranza e un disinteresse mostruosi, per l’incapacità di chiederci cosa penseremmo noi, se fossimo d’un tratto costretti a vivere per strada.
Arriviamo al punto. Esiste poi un terzo livello di diritti che li racchiude e completa tutti. Esso è specifico della nostra cultura e sostanzialmente estraneo al resto del mondo, lo indichiamo con la parola “democrazia”.
Di democrazia parlavano già i filosofi dell’antica Grecia, ma essa era qualcosa di molto diverso dal concetto odierno. Ad Atene avevano diritto a deliberare della “cosa pubblica” “i cittadini” e questo escludeva, fra gli altri, le donne e gli schiavi. I “cittadini”, avendo tempo libero e disponibilità economiche, potevano essere informati sufficientemente e discutere di argomenti che ben conoscevano. Ci vollero duemila anni perché, con la Rivoluzione francese, si cominciasse a parlare di “liberté, égalité, fraternité”. Nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” si cominciavano a delineare nel sistema politico i principi dello stato occidentale moderno, intesi come principi fondanti della comunità. Stiamo quindi parlando di poco più di duecento anni fa e siamo ancora ben lontani dal concetto di democrazia ODIERNA. Quest’ultimo infatti ha poco più di cent’anni, un battito di ciglia nel processo storico. Eppure, esso è assurto in maniera assiomatica e fideistica come simbolo dell’unico modo in cui si possa concepire il vivere civile nel mondo intero. E’ assolutamente vero ciò che disse Winston Churchill “ E’ stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme sperimentate finora” ma esaminiamo quest’affermazione nel suo contesto. Il grande statista si stava confrontando con gli imperi ottocenteschi ormai distrutti e superati dalla storia, e con le due grandi tragedie dello stalinismo e del nazismo. Eppure la seconda parte della sua affermazione era tutt’altro che assoluta. Ben diversa la tesi di Francis Fukuyama nel suo articolo “La fine della storia” successivamente ampliato in un libro del 1992, di cui vi ho parlato più volte. Il grande politologo era convinto che entro la fine del XX secolo si sarebbe arrivati al definitivo trionfo ed all’affermazione universale del capitalismo e della democrazia liberale. Purtroppo, il suo ottimismo non si è rivelato profetico e ben presto si evidenziarono manchevolezze. La più importante fu sollevata da Samuel Huntington il quale affermò che la democrazia liberale è il prodotto della cultura occidentale e non un elemento inevitabile e conclusivo del processo di modernizzazione. Oggi Fukuyama sta in parte spiegando e modificando la sua teoria.
Vorrei aggiungere una riflessione. Secondo me, ciò a cui ciascuno di noi anela, una volta soddisfatti i bisogni primari, è la libertà per come la ho definita prima. Essa va ovviamente contemperata con la libertà degli altri, perché l’individualismo spinto porta inevitabilmente alla violenza e alla sopraffazione. Servono quindi delle regole. A mio parere la democrazia è un mezzo adottato dal mondo occidentale perché ci siano garantite le libertà a cui aspiriamo. Non è quindi fine a se stessa, né tanto meno l’unico mezzo possibile; soprattutto non è e non deve essere cristallizzata nei termini in cui la pensiamo oggi, anzi deve essere soggetta a modifiche per adattarla a un mondo che cambia a una velocità sempre più alta, come è successo nei secoli passati. Non siamo alla “fine della storia” di Fukuyama. (Continua)





