
di Paolo Raffone
Nei capitoli precedenti abbiamo trattato i seguenti temi:
Introduzione https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15123-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=
Capitolo I – Dopo la Guerra Fredda
https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15125-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-1.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=
Capitolo II – Repubblica Democratica del Congo. Il nuovo fallimento dell’Unione europea nel “grande
gioco” africano
https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15159-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-2.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=
Capitolo III – Coriandoli di Occidente
https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15198-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-3.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=
Capitolo IV – Il capolavoro di Macron, Biden e von der Leyen
https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15249-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-4.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=
Capitolo V – A che serve la NATO?
https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15380-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-5.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=
Capitolo VI – Considerazioni sulla nostra epoca
https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15422-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-6-considerazioni-sulla-nostra-epoca.html
Capitolo VII – 2024-2025: caos e instabilità
Questo capitolo finale, per ovvie ragioni di spazio, non può che toccare solo qualche argomento prioritario per noi italiani ed europei. Il primo è la situazione interna agli Stati Uniti d’America che sono, come ha detto il commissario europeo Dombrovskis, il nostro principale partner strategico e quello più grande a livello commerciale[1]. Il secondo è dedicato alle conseguenze della crisi americana, in particolare alla capacità di deterrenza degli Stati Uniti che, come vedremo, non è più scontata. Dei tanti altri temi che ci ha regalato il 2023, ne parleremo nel 2024.
Anche l’America entra nel caos
Il più importante paese dell’Occidente, gli Stati Uniti d’America, è in crisi di volontà a causa della disillusione che ha lasciato l’esperienza di egemone dopo la fine della Guerra Fredda. Il sogno americano si è inceppato, lo dicono i numeri dell’economia degli ultimi quattro anni: carburante +20%, comprare casa +43%, spesa al supermercato +26%. Questo è l’effetto dell’inflazione ma non solo. In trent’anni, l’egemonia nella globalizzazione ha prodotto sconfitte militari, forti disuguaglianze economiche in patria, e oneri internazionali gravosi, non ha americanizzato il mondo ma pare proprio che abbia de-americanizzato l’America. Eppure Biden e le sue élite DEM dicono che l’economia va a gonfie vele. Ciò avviene principalmente grazie agli enormi pacchetti di investimento pubblico nell’economia – aiuti di Stato – di cui l’ultimo, che ha quasi tramortito l’UE, è l’Inflation Reduction Act (IRA) da oltre 800 milioni di dollari che distribuiscono incentivi per la re-industrializzazione con sistemi di sconto fiscale non solo in settori “verdi” ma soprattutto nelle tecnologie di punta ad uso duale. Gli effetti si vedranno tra qualche anno, e probabilmente andranno nel senso della de-globalizzazione. Intanto la percezione dell’americano medio è che l’economia non va bene. L’aumento significativo della sofferenza sociale lo testimonia. Questo potrebbe costare la rielezione di Biden. I critici di Biden gli ricordano le parole di Dwight D. Eisenhower nel 1954: “Non manteniamo strutture di sicurezza solo per difendere proprietà, territorio o diritti all’estero o in mare. Manteniamo le forze di sicurezza per difendere uno stile di vita”.
Il sistema istituzionale americano non funziona bene, non da oggi. Basta guardare il comportamento del Congresso in materie importanti come i finanziamenti e le forniture di armi all’Ucraina o l’approvazione del gigantesco budget federale. Quest’ultimo, ormai da più di una decade, si deve negoziare anno per anno, impedendo qualsiasi programmazione seria. La classe media americana vive sulla propria pelle le conseguenze dei servizi sempre più scadenti e precari. La crisi americana non è solo economica ma soprattutto culturale, lo si vede nelle università, e di coesione civica disgregata dalle ideologie woke e dal conservatorismo estremo. La cifra dell’America di oggi è la polarizzazione, cioè l’autosegregazione in fortini identitari. Infine, la credibilità della più grande e potente democrazia che difende il mondo libero s’incrina in un sistema elettorale a dir poco bislacco e lacunoso. Dalle contestate elezioni del 2001 la qualità del sistema elettorale non è migliorata, fino ad esplodere con le sommosse e l’insurrezione del 6 gennaio 2021. Per le elezioni del 2024 mancano una decina di mesi, ma si annunciano già complesse ed instabili. Per ora si assiste ad un’indecorosa delegittimazione tra i principali candidati e a tentativi di alcuni giudici politicamente eletti (i giudici a livello statale) per impedire a Trump di partecipare al processo elettorale. Si attende un pronunciamento della Corte Suprema degli Stati Uniti, che per ora tace.
Gli Stati Uniti sono ancora una volta governati da un’aristocrazia vanitosa e arrogante che premia le credenziali rispetto all’esperienza e il prestigio all’integrità, e che trascorre le sue giornate gratificandosi a vicenda all’infinito. I principali consiglieri di Biden alla Casa Bianca ne sono un ottimo esempio. Anche il più promettente, Jake Sullivan, consigliere alla sicurezza nazionale, non è il George Kennan del 21° secolo. Il suo curriculum include una rapida escalation di fallimenti: il pasticciato ritiro dall’Afghanistan, il fallimento della deterrenza in Ucraina, la fallita controffensiva ucraina, la guerra economica con la Cina, la disastrosa politica di confine dell’America e ora, in modo decisivo, la politica degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran che, secondo i critici più radicali, ha goduto per un decennio del sostegno finanziario e diplomatico di Biden e Sullivan nonostante il suo record di repressione e di morte.
Argomenti di questo genere sono usati, ad esempio, dagli esponenti più radicali del sionismo israeliano di destra, molto influenti a Washington, per giustificare quella che definiscono “una guerra per il cambio di regime a Gaza”, conseguenza diretta degli errori di Biden e Sullivan negli anni (da Obama ad oggi), affondando le speranze di un accordo di pace con l’Arabia Saudita ma permettendo di riempire le casse di Vladimir Putin con l’impennata dei prezzi del petrolio[2].
Nella foresta di think tank americani circolano riflessioni sull’opportunità e il vantaggio di mantenere in essere le attuali alleanze che potrebbero essere sostituite da più agili e meno onerosi partenariati regolati da appositi trattati bilaterali (Treaty ally), come avviene, ad esempio, con Israele, il Marocco, l’Arabia Saudita e l’Ucraina[3]. Viceversa, non sorprende che il più grande think tank collegato al Pentagono abbia recentemente pubblicato uno studio a difesa dei vantaggi economici che deriverebbero dalle alleanze stile NATO, NORAD (North American Aerospace Defense Command con il Canada), e ANZUS (Australia, New Zealand, U.S. Security Treaty, e Moroccan-American Treaty of Friendship) che è il trattato degli USA più antico e tutt’ora in vigore[4].
Un sistema così fuori asse, scrive Federico Petroni (Limes), attende una miccia per accendersi. Quella miccia potrebbe essere Trump, che ha tutte le carte in regola per vincere alle elezioni di novembre 2024. A meno che non sia fatto fuori dalla giustizia. Il rischio di una paralisi istituzionale legata alle conseguenze dei processi giudiziari ed elettorali è concreto. In quel caso, verrebbe meno la capacità dell’America di fare da garante del sistema internazionale, già sotto attacco in particolare dall’autunno 2023[5].
Tutto ciò ha effetti evidenti sulla volontà di potenza e sulla sua realizzazione. E’ messa in questione la capacità tecnico militare e industriale degli Stati Uniti di combattere una guerra prolungata contro un nemico alla pari (ad esempio, Russia o Cina). Le Forze armate, continua Petroni, hanno perso la supremazia militare. Pur restando le prime al mondo, hanno smarrito l’aura di invincibilità. La Cina ha neutralizzato o relativizzato molti dei loro vantaggi (prima assoluti). La pianificazione del Pentagono non si è adeguata a questa realtà. E mancano concetti operativi e addestramenti (dunque la preparazione) per affrontare nemici alla pari nel mondo reale. E non si può surrogare la guerra vera con la guerra economica. Il fallimento delle sanzioni alla Russia o all’Iran lo testimoniano. Poiché la dirigenza degli apparati militari e di sicurezza è stata troppo sicura e troppo ricca per troppo tempo, ha perso la capacità di pensare in termini strategici.
L’America non scomparirà. Resterà sempre una grande potenza ma si manifesterà in modi diversi da quelli finora conosciuti. Petroni conclude che l’America dovrà necessariamente concentrarsi sul fronte interno e su quello asiatico, non avendo più la potenza sufficiente a restaurare la supremazia di quindici anni fa per contenere il caos alle porte dell’Europa e per conto nostro.
Gli Stati Uniti sono costretti ad accettare quote crescenti di caos. E in quel caos c’è l’Europa. L’America non ha alternative, perché la priorità è il fronte domestico e la priorità internazionale è il fronte asiatico. Davanti a questo cade il nostro atteggiamento tradizionale, cioè: non facciamo niente, fiducia agli americani, ce la faranno. Il vecchio modo di pensare europeo non è più d’attualità in America. La fine dell’egemonia americana è un terremoto culturale per i paesi membri della NATO e dell’UE.
L’Occidente non può contare più sulla deterrenza degli Stati Uniti d’America
Il 24 febbraio 2022, dopo 8 anni di “guerra civile”, all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina la leadership americana ha imposto ai Paesi europei e all’UE, oltre che a ad una decina di altri alleati, un gigantesco programma anti-Russia, probabilmente già scritto. In base a decisioni unilaterali americane, cioè senza alcuna copertura nel diritto internazionale che prevede l’intervento preventivo del Consiglio di Sicurezza: sanzioni draconiane, interruzione dei rapporti economici, finanziari e commerciali, congelamento (e forse sequestro, come ha proposto Biden per il prossimo G7 a presidenza italiana[6]) dei beni russi privati e statali, esclusione della Russia da vari consessi internazionali, mandato di arresto internazionale per il presidente Putin accusato di crimini contro l’umanità, interruzione del roaming e dei voli diretti da e per la Russia, riduzione del personale diplomatico nelle ambasciate bilaterali, interruzione di tutti i contatti politici e tecnici (anche tra militari) con la Russia, eccetera. A questo si è aggiunto “l’invito” a sostenere l’Ucraina e il governo del presidente Zelensky con un massiccio meccanismo di aiuti finanziari (migliaia di miliardi) e la fornitura di servizi di addestramento delle truppe ucraine oltre all’enorme trasferimento di materiale bellico (attualmente ridotto per carenze di magazzino e di produzione).
Dopo due anni, il danno economico, politico, sociale e culturale ai Paesi europei è conclamato, mentre la Russia sembra aver subito solo qualche marginale conseguenza che ha superato con vari aggiustamenti commerciali e finanziari. Inoltre, il programma prevedeva la vittoria dell’Ucraina sulla Russia, addirittura con la “liberazione” di tutto il suo territorio riconosciuto nel 1991, inclusa la Crimea.
Dopo due anni e centinaia di migliaia tra morti e feriti, l’Ucraina è un Paese mutilato, uno “zombie” totalmente dipendente dagli aiuti occidentali in tutti i settori, in larghissima parte distrutto, senza più capacità produttiva agricola e industriale nemmeno per l’autosufficienza, ha un territorio pesantemente inquinato e zeppo di mine (lo sminamento avrà costi astronomici e una durata più che decennale), ha perso circa metà della popolazione che è “sfollata” altrove (e non ha intenzione di tornare, oltre a rifiutare la chiamata alle armi), non ha più accesso sicuro al Mar Nero con conseguenze sull’eventuale export, e non ha riconquistato o “liberato” quasi nulla dei territori già occupati dalla Russia prima del marzo 2023.
Si può concludere che la deterrenza americana nei confronti della Russia è fallita, sin dall’occupazione russa della Crimea nel 2014.
Nel 2024, la migliore prospettiva per l’Ucraina è una “pausa” temporanea che tutti sanno può diventare perenne. L’anno elettorale americano e altre priorità geopolitiche e geostrategiche impongono delle scelte che Washington ha già fatto ma non ha ancora ufficialmente comunicato. “Congelare il conflitto”, che è la soluzione più immediata, si traduce per l’Unione europea e i suoi Stati membri nell’accollarsi un costo di alcune centinaia di miliardi all’anno solo per mantenere in piedi quel che resta dello Stato ucraino. Ciò per molti anni (un paio di decenni?), oltre ai costi della ricostruzione (calcolati a circa 1 trilione) e del processo di accessione all’UE decretato dal Consiglio europeo lo scorso 15 dicembre. Inoltre, l’Europa non deve sottovalutare che ospitando una diaspora ucraina di circa 12 milioni di persone esistono anche rischi di sicurezza che da cellule di irredentismo potrebbero diventare manifestazioni violente.
Dopo i pesanti massacri compiuti da circa 11 formazioni palestinesi il 7 ottobre 2023, è iniziata in modo dichiarato la violentissima guerra di “rappresaglia” di Israele contro i palestinesi, Hamas, gli Houthi, gli Hezbollah in Libano e Siria, e l’Iran. Probabilmente un copione già scritto poiché tutte le parti sapevano di contare su una deterrenza americana che sembra un pallido ricordo dei bei tempi della Guerra Fredda. Non solo Israele riesce a manovrare i gangli del potere politico e degli apparati americani a proprio vantaggio (impunità sempre e comunque, oltre al sostegno militare e di intelligence) ma può contare anche sul “silenzio” degli europei ancora tetanizzanti dai sensi di colpa di quasi un secolo fa (unico sussurro contrario è venuto dallo spagnolo Borrell, capo della diplomazia europea e notoriamente da sempre pro palestinese). Israele può contare anche sul quasi silenzio della Russia e dell’Arabia Saudita. Le roboanti dichiarazioni della Turchia o dell’Iran non sembrano preoccupare affatto Israele.
La bella favola “due popoli, due stati” si infrange nella caparbietà del governo di Israele che, senza giri di parole, sogna il “grande Israele” biblico, dal fiume al mare, facendo piazza pulita dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, oltre al ritiro (possibilmente la sparizione) degli Hezbollah dal Libano meridionale e dalla Siria. Mentre gli Stati Uniti ripetutamente pongono il veto a qualsiasi risoluzione del Consiglio di Sicurezza che obblighi Israele ad un cessate il fuoco – come richiesto da 150 dei 190 paesi dell’Assemblea Generale dell’ONU – Netanyahu tuona in faccia agli inviati americani che la guerra “durerà ancora a lungo” fino alla distruzione totale di Hamas.
Che Israele continui a radere al suolo Gaza e che possa uccidere altre decine di migliaia di palestinesi è militarmente possibile. Quel che non si capisce è come Israele possa pensare di distruggere “un’idea”. Per restare su uno sfondo biblico, il comportamento di Netanyahu ripete ciò tentò di fare Erode, mentre quello americano che vagheggia un’Autorità Palestinese che governi su Cisgiordania e Gaza richiama Ponzio Pilato. Il risultato è ben noto a tutti. I Paesi arabi mantengono un profilo molto basso avanzando qualche lasca proposta pro-Palestina. Invece, l’Iran si erge a unico vocale protettore dei palestinesi e tuona venti di guerra di rappresaglia contro Israele che ne sfida concretamente il ruolo geopolitico assassinando dignitari iraniani di alto rango nella regione, a Teheran e nel mondo.
Intanto, l’impotenza consuma l’ONU che nacque tre anni prima della costituzione dello Stato di Israele (1948) e affidò nel 1949 la gestione dei rifugiati palestinesi espulsi dalla Terra Santa ad una sua agenzia (UNRWA) che da allora è ancora il principale canale di comunicazione e sostegno per i palestinesi di rinchiusi a Gaza, occupati in Cisgiordania e rifugiati in Giordania. Lo Stato di Palestina dichiarato nel 1988 è rimasto nella realtà una lettera morta, soprattutto per la netta opposizione di Israele e degli Stati Uniti d’America. Il fallimento di decenni di negoziati, da Camp David a Oslo, è divenuto palese già durante la presidenza di Trump che sostenne lo spostamento della capitale israeliana a Gerusalemme (che almeno nella sua parte Est doveva essere la capitale dello Stato palestinese) e poi lanciò il piano di “integrazione economica regionale” (Accordi di Abramo) tra Israele e vari importanti Paesi arabi nella prospettiva di collegare il nuovo insieme mediorientale alla bonanza del traffico commerciale che, secondo l’annuncio al G20 di Delhi, il corridoio con l’India avrebbe aperto (Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa – Imec[7]). E’ bene notare che in questo grandioso piano americano, non c’è menzione di uno Stato palestinese ma in modo indiretto si accenna a “compensi economici” per i palestinesi. Quindi, i palestinesi già non erano più un popolo degni di aspirare alla costruzione nazionale, e quindi ad uno Stato, ma solo un “costo” collaterale da “compensare”. Il tuonante Netanyahu segue esattamente questa prospettiva aggiungendovi azioni distruttive e massacri che giustificano la speranza che i palestinesi decidano di togliere il disturbo disperdendosi nel mondo.
Nessuno ha un piano concreto per il futuro dei palestinesi anche senza uno Stato. Finora nessuno dei vicini (Egitto e Giordania) offre la benché minima possibilità di accoglierli sul loro territorio. Dunque, che si fa? Tra Gaza e Cisgiordania ci sono circa 3 milioni di palestinesi in cerca di sicurezza e di un futuro, ma anche gli arabi israeliani (circa 1.5 milioni) potrebbero non voler più restare come cittadini di serie B nello stato ebraico. Se Netanyahu decidesse di allontanare gli Hezbollah dal Sud del Libano (secondo indiscrezioni a inizio 2024), il flusso di persone che hanno bisogno di protezione e sistemazione si aggraverebbe di almeno un altro milione.
A fine 2023, si può concludere che la deterrenza americana in Medio Oriente è nominale. Lo vediamo anche nel Mar Rosso dove un piccolo gruppo, gli Houthi dello Yemen, ha fatto scattare la chiamata americana alle “navi da guerra” (Operation Prosperity Guardian) che è stata seguita da non più di una dozzina di alleati con varie, restrittive e distintive regole di ingaggio[8]. Israele continua la guerra con lo schiacciasassi fregandosene di Biden e dei suoi emissari. L’Iran tuona rappresaglie. Gli europei si auto condannano all’irrilevanza e tacciono con un discreto senso di vergogna mista all’ignavia.
La gravità della situazione mediorientale e le sue terribili e possibili conseguenze – oltre ai milioni di sfollati che chiederanno protezione, non si può escludere un allargamento del conflitto a livello regionale fino ad un vero e proprio conflitto mondiale – ricadranno primariamente sui paesi ricchi più prossimi all’area, cioè l’Europa.
[1] https://www.politico.eu/article/us-eu-trade-dispute-electric-car-tax-credit-steel-valdis-dombrovskis-katherine-tai/
[2] https://www.tabletmag.com/sections/news/articles/george-kennan-who-wasnt-jake-sullivan
[3] https://www.defense.gov/News/Feature-Stories/story/Article/1684641/alliances-vs-partnerships/
[4] https://www.rand.org/pubs/research_reports/RRA739-5.html
[5] https://www.limesonline.com/rubrica/crisi-stati-uniti-bilancio-fiamme-americane
[6] https://www.agenzianova.com/news/financial-times-gli-usa-propongono-un-piano-del-g7-per-confiscare-270-miliardi-di-euro-di-asset-russi/
[7] https://www.orizzontipolitici.it/corridoio-economico-india-medio-oriente-europa/
[8] https://www.reuters.com/world/us-allies-reluctant-red-sea-task-force-2023-12-28/





