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RESTI DI GUERRA FREDDA E NUOVI FALLIMENTI DELL’UNIONE EUROPEA – 6 – CONSIDERAZIONI SULLA NOSTRA EPOCA

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di Paolo Raffone

Nei capitoli precedenti abbiamo trattato i seguenti temi:

Introduzione       https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15123-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=

Capitolo I –          Dopo la Guerra Fredda                                                    

https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15125-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-1.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=

Capitolo II –         Repubblica Democratica del Congo. Il nuovo fallimento dell’Unione europea nel “grande

gioco” africano

https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15159-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-2.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=        

Capitolo III –      Coriandoli di Occidente

https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15198-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-3.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=  

Capitolo IV –      Il capolavoro di Macron, Biden e von der Leyen

https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15249-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-4.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=

Capitolo V –       A che serve la NATO?

https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15380-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-5.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=

Nel capitolo VI tracciamo qualche considerazione sulla nostra epoca. Nell’ultimo capitolo VII accenniamo alle prospettive per il 2024-2025.        

Capitolo VI –      Considerazioni sulla nostra epoca

Nella nostra epoca occidentale viviamo in un progetto di dominio intessuto di un umanesimo a-umano – wokismo, cancellazione culturale, transumanesimo, e identità derivate da legami neuronali digitalizzati – quale prospettiva complessiva finalizzata a dotare l’essere umano di nuove categorie dalle assonanze già tragicamente conosciute in quel “nuovo” dell’irrisolto nesso di tecnica ed economia della prima metà del XX secolo. Oggi, con tragica cecità, alla conclusione dell’epoca sacrale della secolarizzazione, siamo prigionieri del nesso tecno-finanziario che è il prodotto e la risposta alle problematiche irrisolte della civiltà industriale e della società capitalistica.

Tornano attuali le questioni filosofiche sulla temporalità nietzschiana e alcuni punti paradigmatici del marxismo, in particolare in chiave trotzkista contrapposta “al grande e compatto partito di massa”. Deviando dall’univoco progetto occidentalista, si costituiscono, moltiplicandosi, nel mondo, circoli che vibrano di una continua tensione spirituale senza giammai presentarsi in prospetti univoci. Sapienze di una civiltà che non hanno la presunzione di verità universale perché precedono e superano quella inquadrata nella sacralità ordinativa del Trivium-Quadrivium. Per parafrasare Amleto, c’è “molto più in cielo e in terra di quanto si sogni nella nostra filosofia”.

Più di Mille anni fa, al-Farabi lo aveva capito. Al-Farabi, un viaggiatore turcomanno (non turco) proveniente dalle lontane steppe dell’Heartland, cercò di conciliare la filosofia aristotelica con Platone costruendo un nuovo sistema di pensiero. Abbeverandosi direttamente alla culla – la Mesopotamia e il bacino del Tigri e dell’Eufrate – il viaggio di al-Farabi culminò in un accumulo culturale di conoscenze della civiltà universale. Sinteticamente definito come il filosofo per eccellenza della civiltà, al-Farabi ha posto per la prima volta la civiltà in una posizione cruciale nel quadro di una nuova scienza. In questo è stato l’araldo e uno dei padri fondatori definitivi dell’umanesimo. Un secolo più tardi, il contributo di al-Farabi attraversò i Pirenei con Averroè, mentre, simultaneamente, permetteva a Moses ben Maimon di codificare la Halacha (leggi talmudiche e rabbiniche) avendo un’influenza riconosciuta dalla Persia al Marocco.

Assonanze con quella precedente età dell’assialità individuata da Karl Jaspers, quelle “fondamenta spirituali dell’umanità poste simultaneamente e indipendentemente in Cina, India, Persia, Giudea e Grecia” che sembrano essere smarrite nella nostra epoca occidentale. I circoli vibranti di spiritualità che si moltiplicano nel mondo odierno richiamano le “fondamenta dell’umanità” di Jaspers. Parafrasando Ernst Jünger, questi circoli vedono nel concetto di Zivilisation il più grande dei mali, nel progresso un demone, nel capitalismo un elemento cancerogeno, e nel liberalismo e il comunismo dei veri e propri incubi.

Nella nostra epoca occidentale, la globalizzazione clintoniana degli anni Novanta è indubbiamente stata un grande successo per l’umanità. Mettiamo da parte i noti aspetti economico-finanziari piuttosto evidenti in termini di concentrazione degli enormi surplus in una piccola minoranza di persone, e di organizzazione sociale con il conseguente ritorno alla gerarchia dell’accumulazione. Per dirlo con Toni Negri, la globalizzazione ha inconsapevolmente abbattuto le “gabbie” socio-economiche a livello globale, permettendo così alle “classi” etnico-sociali da sempre escluse dai benefici del liberalismo di ritrovare una soggettività, restando coscienti che la lotta per la libertà è un processo inesauribile. La precedente lotta di classe, il femminismo, e la decolonizzazione – cioè la lotta di liberazione dal dominio culturale, sociale ed economico dall’Occidente europeo – non era riuscita in questo risultato che è, oggi, epocale. Citando ancora Negri, poiché la lotta per la soggettività non ha mai fine – è vitale, resiliente e dinamica – negli ultimi trent’anni abbiamo visto ri-sorgere popoli, nazioni, fedi religiose e spirituali, Stati, e finanche diversificate soggettività umane, di genere e ambientali. Nell’epoca liberale non si era mai visto nulla di simile, per amplitudine e profondità. D’altra parte, Martin Heidegger aveva già intuito che la decostruzione del logos occidentale moderno era necessaria per la ricostruzione di nuove forme del linguaggio non escludenti della realtà più ampia dell’Essere, che già debordava le “gabbie concettuali” non più bastanti della “volontà popolare” – cioè della mancetta d’inizio XX secolo, che è il parlamentarismo liberale – nei confronti di quell’ordine borghese costituito, costituzionale, difeso, ad esempio, da Kelsen.

Gli eventi traumatici che si susseguono, con accelerazione dal 2001, testimoniano di una crisi epocale, un travaglio mondiale generale che, per dirlo con Donoso Cortés, rassomiglia ad una “guerra civile mondiale” che non sembra placarsi. Marx avrebbe detto che siamo di fronte agli spasmi dell’organizzazione capitalistica del mondo, che ha nella sua stessa natura la crisi permanente. Papa Francesco ha parlato di “guerra mondiale a pezzi”.

Come ci mostrano attualmente due guerre “all’antica” – Ucraina/Russia e Israele/Palestina – il confronto si basa su questioni di soggettività e spiritualità. Purtroppo, le modalità dei combattimenti travalicano, da tutti i lati d’osservazione, per dirlo con George Bataille, quegli argini di senso (la religione, la società dei ceti, le appartenenze organiche) che preservavano anche solo simbolicamente la vera natura dell’uomo, come per il monarca all’umanità intera la sua possibile completa sovranità futura. Due guerre che si dichiarano necessarie per ragioni esistenziali e che avrebbero l’obiettivo di eliminare “l’altro” dalla mappa terraquea.

E’ evidente che lo stato di alienazione in cui versano gli uomini che hanno creato un proprio doppio nei mezzi di sussistenza e benessere – il nesso tecnica-economia-finanza – è giunta alla sua ennesima intensità. La mancanza di orientamento di senso e la determinazione a non cercarne alcuno è, ricordando Marx, la rappresentazione di un rapporto sociale che fu lo stesso che fece annegare nel calcolo egoistico l’esaltazione religiosa e l’entusiasmo cavalleresco. Un crollo che Oswald Spengler vedeva condurre al dominio dell’economico sul politico e quindi, secondo Jünger, all’emancipazione della tecnica, già fuoriuscita dal vaso di pandora del primo conflitto mondiale.

Oggi, il pericolo per l’umanità è grande. Non solo per il mancato riconciliarsi con la natura, ma perché, per dirlo con Marx, l’uomo ha cessato di essere schiavo dell’uomo ed è diventato schiavo della “cosa”. Per questo motivo gli attuali rapporti sociali sono tanto peggiori di quelli del mondo premoderno. Infatti, non riproducono neppure la libertà di alcuni (le élite) rispetto ai molti, ma rappresentano e moltiplicano la prostrazione dell’uomo rispetto ai propri stessi prodotti, in un mondo che manca completamente di soggettività, ma in cui domina eternamente l’oggetto. Le due guerre sopra citate lo confermano: i popoli in guerra, russo e israeliano, trattano gli altri popoli come oggetti ai quali va espropriata ogni soggettività; i combattimenti sono all’antica, quasi dei corpo a corpo, ma i combattenti sono dominati da un oggetto tecnologico che, insensibile alla soggettività, trasforma anch’essi in oggetti.

Lo scontro attuale non è tra civilizzazioni, come profeticamente scriveva Samuel Huntington nel 1996 nell’imminente bagno di sangue scatenato da un torrente di falsità: la guerra del terrore, il Grande Medio Oriente, gli Accordi di Abramo, il sionismo incontrollato. Come sosteniamo in questo saggio, lo scontro attuale è interno ad un’unica civilizzazione, quella monoteista declinata in tre civiltà cristiane e in due civiltà del libro. Il resto del mondo è attonito di fronte alle conseguenze della razionalità capitalista occidentale che ha scatenato queste guerre tra civiltà all’interno della stessa civilizzazione. Per contrastare questa deriva non serve la moralità o l’etica ma un’intelligenza razionale capace di limitare e controllare il nesso tecno-finanziario che l’ha generata.

Un’intelligenza razionale che, secondo Negri, scaturirebbe naturalmente dalla soggettività dei lavoratori che, nella nostra epoca post-industriale, essendo intellettuali dovrebbero quindi avere le capacità per resistere al Capitale senza bisogno di sfilare in piazza (come vogliono ancora certi ruderi sindacali). Una speranza nella virtù della “moltitudine” che probabilmente per Negri è una reminiscenza del convincimento nella forza interiore acquisita nei suoi anni giovanili in Azione Cattolica. Una via d’uscita che ci lascia piuttosto scettici.

Il nesso tecno-finanziario si è reso autonomo sia dagli Stati – quelli democratici lo subiscono e quelli autocratici hanno crescenti difficoltà nel contenerlo – sia dalla forza lavoro umana che, a partire dagli anni Ottanta, è stata sostituita da macchine e, in quest’inizio di XXI secolo, da algoritmi “intelligenti”. Tuttavia, l’intuizione di Negri è corretta laddove vede la sostituzione del vecchio ciclo capitalistico, che ruotava quasi esclusivamente sull’estrazione del plus-valore della forza lavoro organizzata in luoghi di trasformazione e produzione, con un ciclo dove la forza lavoro è marginalizzata (delocalizzazioni, cioè l’occultamento fisico) e l’estrazione del plus valore non è più collegata alla materialità dell’azione, bensì alla volontarietà del contributo intellettuale individuale in ogni fase e momento della vita umana. Oltre ad essere tutti volontariamente “connessi” a beneficio del nesso tecno-finanziario, la creazione della ricchezza si è smaterializzata tanto da diventare possibile automaticamente per chi già la detiene. Ciò ha creato inevitabilmente una frattura tra il Capitale e gli esseri umani. Diversamente dall’epoca della borghesia capitalistica, si è creata una piccola oligarchia apolide tanto potente quanto irraggiungibile per la “moltitudine” che è frammentata in individui oggetto e non più soggetto del ciclo capitalistico.

Il governo della “moltitudine”, almeno per evitare la fastidiosa esternazione del discontento, avviene attraverso il perfezionamento delle strategie e dei metodi di controllo che già nel secondo decennio del XX secolo furono inaugurati dai regimi liberali in reazione alle richieste di soggettività: la paura; la guerra; l’austerità. Metodi che il nesso tecno-finanziario sostiene e facilita ma ne delega l’esecuzione ai suoi gregari: gli Stati. In modo tattico, il nesso tecno-finanziario provvede a iper individualizzare la moltitudine, in un permanente farsi e disfarsi di “tribù” identitarie volte ad impedirne coscienza collettiva e coesione. Nei regimi già autocratici è gioco più facile che nelle democrazie dove la volontà popolare è formalmente rispettata ma va nei fatti sostituita con quella tecnocratica riconosciuta come necessaria e finanche salvifica.

Il lungo XX secolo iniziò con la paura del disordine che il voto alle masse avrebbe causato, con la Grande Guerra che avrebbe purgato i nazionalismi, e con l’austerità che figliò i totalitarismi. Un indubbio affare per i banchieri e per gli industriali delle tecnologie militari. Fatta eccezione per i brevi anni rooseveltiani di espansione economica e dei diritti, la paura, l’austerità e purtroppo anche la guerra sono costanti del lungo XX secolo, ancora presenti in questi suoi ultimi anni. Nella nostra epoca occidentale, le nazioni che vi si riconoscono condividono la partecipazione alla “guerra grande” (copyright di Limes), la paura del disordine che sarebbe provocato da masse di migranti pronte a sostituirci, e, soprattutto in Europa, dall’uso dell’austerità (nuovo patto di stabilità docet!) intesa come strumento di aggiustamento sociale prima che economico. Oggi come allora viviamo la “normalità” del riarmo e delle economie di guerra. L’unica novità rispetto al vecchio ordine liberale e del Capitale è, oggi, il nesso tecno-finanziario che si è reso apolide e a-umano, sfuggendo al controllo degli Stati e alla volontà di potere della politica. Al netto delle chiacchiere sull’alfabetizzazione digitale, sulla transizione ecologica e sulla contrapposizione “democrazie contro autocrazie”, nell’immediato il lungo XX secolo si sta concludendo con un chiaro indirizzo reazionario.

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