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RESTI DI GUERRA FREDDA E NUOVI FALLIMENTI DELL’UNIONE EUROPEA – 3

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Capitolo III – Coriandoli di Occidente

di Paolo Raffone

Nel capitolo precedente abbiamo raccontato del nuovo fallimento dell’Unione europea nel “grande gioco” africano, in particolare nel più grande e ricco Paese africano, la Repubblica Democratica del Congo che il prossimo 20 dicembre entrerà in un importante ciclo elettorale.

https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15159-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-2.html

In questo capitolo III ci occupiamo dell’Occidente composto tradizionalmente dalla “Vecchia Europa” e dal “Nuovo Mondo”.

Nel prossimo capitolo IV, trattiamo del fantasma della Guerra Fredda, la Russia. Ci chiediamo a che serve l’Unione europea? A che serve la NATO? Tratteremo anche delle prospettive che si possono tracciare per il 2024-2025.        

Dalla “Vecchia Europa” al “signor Nessuno”

C’era una volta la “Vecchia Europa”, centro del mondo che ne illuminava la civilizzazione trasmettendogli il segreto della conoscenza e la chiave del progresso. Un Prometeo che dopo essersi suicidato nel 1914 ha poi vissuto lo strazio del nazionalismo totalitario che ne ha sfregiato le vene. E’ stata bombardata e sconfitta da coloro che erano fuggiti lontano da lei, per vivere in libertà. Con l’intento di opporsi all’ingiustizia economica e con la speranza di nuove condizioni per il continente dei nonni, i giovani discendenti degli europei hanno contribuito a mantenere vive le coscienze di molti nella resistenza contro le dittature militari e contro le ingiustizie perpetuate dai ricchi centri di potere verso le periferie sociali e geografiche. Con le vene ancora aperte, la “Vecchia Europa” ha avviato una catarsi per scolpire nel marmo ‘per sempre basta’ con le rapine, il colonialismo, il razzismo e il disprezzo dei processi democratici propri e altrui.

Una catarsi iniziata bevendo la pozione magica dei gatti mammoni. Così, la “Vecchia Europa” ringiovanì e, ignorando l’esistenza di un patto mefistofelico, s’innamorò della propria immagine riflessa nel “Nuovo Mondo”. Un amore infelice da cui è nata “L’Europa” nutrita dai ritornelli europeisti del Re di Thule che la tentano continuamente fino a farla cadere nello sconforto e privandola della vista. L’Europa accecata dal suono magico e soffocante dell’europeismo non si abbatte e immagina un futuro roseo dove un popolo laborioso, libero e unito avrebbe realizzato grandi opere per la propria felicità. Se L’Europa avesse vissuto tanto da vedere quell’Unità, avrebbe desiderato che quell’attimo si fermasse. Proprio quel desiderio di perennizzare l’appagamento per il godimento dei volgari piaceri terreni compì la scommessa del patto mefistofelico.

Cera una volta la “Vecchia Europa”. Resta l’ologramma che oggi è popolato da europei vecchi, stanchi, malinconici e impauriti, soddisfatti dei danni altrui, che si tengono stretti i denari suoi, assillati dal gran tormento che un giorno se li riprenda il vento. Dopo cent’anni di solitudine, questi europei cercano nello spettro del nazionalismo l’illusione di ritrovare i lustri perduti da individui divorati dalla storia e dove la storia è divorata a sua volta dal mito. Un’Europa vecchia, che torna al futuro. Un’Europa faustiana dove un’ombra nera di un sol senza avvenire si estende da levante a ponente. Un’Europa che ha accettato di mettere a rischio l’anima pur di recuperare un’esistenza che le consenta di raggiungere sapienza e godimento perfetti. Inerzia e auto compiacimento sono colpe gravi. Così, L’Europa ha perso la sua anima.

L’Europa di oggi è un “signor Nessuno”, ricco, decadente e insignificante. Per salvare la sua anima, L’Europa deve ritrovare lo Streben faustiano, cioè quella tensione conoscitiva interiore che non può prescindere dalla rivalutazione della tradizione. Perché la sua anima sia graziata da quell’Eterno Femminino evocato da Goethe nel finale del suo Faust, L’Europa deve ritrovare l’azione per un costante impegno a favore del bene e della società, un dinamismo irrefrenabile legato indissolubilmente all’impazienza e all’insoddisfazione del presente.

Prometeo agita il “Nuovo Mondo”.

Prometeo abbatte le barriere tra Divino e Umano e avvia quella desacralizzazione del mondo al termine della quale c’è la negazione di ogni valore che non sia individuale o collettivo, l’impossibilità di stabilire una gerarchia nelle idee e nelle cose, quindi il caos.

In un instabile miscuglio di fusione etnoculturale, l’antropocentrismo e il teocentrismo, noti nella “Vecchia Europa” come sinistra e destra, si fondono nella nuova etica estesa ed applicata a tutto il vivente. Più che lo Stato è l’illuministica filantropia che spiazza il dialogo imponendo di ridefinirsi su valori nuovi e sui più ampi orizzonti già, del resto, avvistati allorché ci si addentra negli spazi aperti ad esempio dalla bioetica, dall’ingegneria biologica, dall’intelligenza artificiale.

Il “Nuovo Mondo” è un Prometeo mefistofelico, tragico e contraddittorio, animato da forti valori etici e da un’illimitata Volontà di Potenza. Un Prometeo che ha inventato la globalizzazione per incarnare il nuovo spirito dell’Occidente, o degli occidenti. Uno spirito che ha trasfigurato il capitalismo della produzione, dell’accumulazione e dello scambio, in un Leviatano immateriale che riproduce ricchezza dalla ricchezza. Un’invenzione totalitaria dei nuovi canoni della modernità e delle nuove crisi. La globalizzazione è una contraddizione tra una forte vocazione umanitaria e una non meno forte volontà d’assoggettamento e di modificazione del mondo, della natura, della storia.

Nel “Nuovo Mondo”, l’ecumène gestrice e detentrice della ricchezza e di un alto livello di sviluppo tecnologico ha (re)inventato “l’altro”. Per dirla con Tzvetan Todorov, si tratta di una (re)invenzione originata dall’incontro, dal confronto e dallo scontro tra culture diverse, all’insegna del dibattito sulla possibilità o meno della costruzione d’una società multiculturale, ma soprattutto del disagio che investe sia i popoli del cosiddetto Occidente sia le genti dalle quali provengono flussi di “alieni”, cioè gli “altri” che nella Vecchia Europa son chiamati “extracomunitari”.

Abbattuto il Nomos, il Prometeo del “Nuovo Mondo” è una metafora del pensiero e archetipo di un sapere sciolto dai vincoli del mito, della falsificazione e dell’ideologia. Prometeo si aggira irruente nel Caos terribilmente affollato da umani senza memoria. Privato del fuoco divino, Prometeo brandisce intelligenze non biologiche convinto di sconfiggere i mali fuoriusciti dal vaso di Pandora. Imprigionato dalla sua sfrontatezza, Prometeo “Nuovo Mondo” potrà essere liberato solo dall’intercessione di Speranza, che resta bellissima e nascosta.

Per ritrovare il fuoco, il “Nuovo Mondo” dovrà compiere una catarsi per liberarsi dalla sfrontatezza, una “Prometheia” in armonia universale.

Occidente nel caos.

Sia nel “Nuovo Mondo” sia nella “Vecchia Europa” – scrive Franco Cardini nel suo libro “La deriva dell’Occidente”[1] – gli eventi degli ultimi anni hanno sembrato rimettere tutto in discussione: dal bisogno d’identità e di radicamento, diciamo pure di tradizione, alle prospettive invece di costruzione di una società iperindividualistica e omologata nella quale l’uguaglianza si realizzi anzitutto come koinè culturale e rifiuto della specificità; dai concetti di “progresso” e di “sviluppo”, dei quali si sono da più parti denunziati i caratteri deterministici e ideologici, sino al dibattito relativo al senso della storia e quindi alla “necessità” che strutture, processi ed eventi si propongano così come li registriamo.

E’ ben noto che già Oswald Spengler aveva intuito come la mentalità storica occidentale, usa a pensar se stessa come la misura di atteggiamenti mentali normali, naturali e universali, sia invece un’eccezione piuttosto che una regola. Solo dei commedianti improvvisati e prestati alla politica, come Ronald Reagan o George Bush jr., ha scritto Massimo Cacciari, potevano nascondere le contraddizioni strutturali e organiche del loro “mondo” dietro a sciocchezze come il supposto “Male assoluto” (il comunismo sovietico) o il “Male radicale” (l’Iran fondamentalista).

I pupari dei vari commedianti della Casa Bianca volevano convincere il mondo che alla civiltà occidentale sia intrinseca un’“obiettiva” (sic!) superiorità morale che rende tout court universale i suoi valori. Una superiorità che costituisce il vero pericolo spirituale che noi stiamo correndo ora. Il pericolo, a quel che sembra, è che la convinzione di una superiorità intellettiva e fisiologica d’un Occidente identificabile con una “razza superiore” (ariana, caucasica, comunque “bianca”…) è stata del tutto abbandonata e rifiutata. A dire il vero, nella “Vecchia Europa” c’è voluta la tragedia del nazismo per obbligarci ad esorcizzarla del tutto, per quanto essa si sia poi più volte ripresentata in vari travestimenti, sia pur in forme più circoscritte e culturalmente meno pericolose. Eppure, nonostante la profondità storica europea, i leader dell’UE e degli Stati membri, soprattutto di Francia, Germania, Italia, e del Regno Unito, hanno sostenuto questo paradosso storico-antropologico. D’altra parte, la convinzione – esplicita o strisciante che sia – di una “superiorità” occidentale è storicamente parlando decodificabile. Cardini nota che tra tutte le grandi civiltà del mondo e tra tutte le culture è solo quella occidentale che si considera al “centro”, di fatto identificandosi con se stessa senza aver mai sviluppato il vero concetto di tolleranza (nonostante la dottrina cattolica post conciliare) e una vera antropologia culturale intesa come “scienza dell’altro”. La cultura occidentale ha (cristianamente) imposto se stessa in modo sistematico, insieme ad un senso (unico) della storia universale che, nonostante la pluralità delle sue dinamiche, coincidesse con la nostra.

Mentre, a causa di tutto ciò, l’Europa libera e unita non è mai nata, sebbene ne resti vivido il sogno (e il bisogno), dobbiamo occuparci del presente, reale, che nella sua rappresentazione infrange molta parte della speranza.

Segue

 

[1] https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858152058

Autore

  • Redazione

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