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Referendum, un voto avvelenato

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Referendum, un voto avvelenato

Una democrazia ridotta a riflesso condizionato

Questa volta non basterà prendersela – come d’abitudine – con l’elettore medio italiano: pigro, disattento, capriccioso; pronto a usare il voto non come strumento di giudizio, ma come occasione di sfogo.

Sarebbe troppo comodo, e forse persino indulgente. Perché il guasto è più profondo.

Il risultato del referendum sulla giustizia non sarà soltanto figlio della consueta ignoranza civica – quella che trasforma ogni consultazione in un gioco di ripicche, in una lotteria di umori – né delle ormai rituali mistificazioni di certa sinistra, capace di evocare perfino improbabili minacce alla “vita” dei cittadini pur di agitare uno spettro.

No: qui siamo oltre.

Questo è un voto avvelenato da un cortocircuito mentale che ha smarrito ogni rapporto con la realtà.

Aumenta la benzina? È colpa di Trump.

La Meloni è amica di Trump? Puniamo la Meloni.

Il sillogismo è questo. Rozzo, infantile, eppure largamente operante. Non importa che i nessi siano inesistenti, che le responsabilità siano altrove, che la materia del voto sia un’altra.

Conta soltanto l’impulso: colpire qualcuno, chiunque, purché si abbia l’impressione di reagire.

È una democrazia ridotta a riflesso condizionato. Non ragiona: reagisce. Non giudica: si vendica.

E allora viene il sospetto – che non è più solo una provocazione intellettuale – che questo meccanismo, elevato a sistema, produca più danni di quanti ne eviti.

Che la sovranità popolare, quando si svuota di coscienza e di conoscenza, degeneri in un’anarchia emotiva travestita da diritto.

Si finisce così per rimpiangere, e non solo in astratto, il vecchio e tanto vituperato dispotismo illuminato. Non perché fosse giusto – non lo era – ma perché, nella sua brutalità, aveva almeno il pregio della responsabilità concentrata.

Se il despota sbagliava, si sapeva chi fosse il colpevole. E, nella storia, non sono mancati i casi in cui lo si è accompagnato non gentilmente all’altro mondo, per poi ricominciare.

Qui, invece, l’errore è diffuso, anonimo, irresponsabile. Non paga nessuno. E, proprio per questo, si ripete, si incancrenisce, si normalizza.

Questo è il livello della nostra democrazia.

O forse –  più onestamente – della democrazia in sé.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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