
Esiste un detto popolare molto efficace: “farla fuori dal vaso”. E credo descriva perfettamente ciò che Elly Schlein ha fatto in questi giorni.
Il Pd era già profondamente spaccato: lo si era visto con il ddl Delrio, che aveva diviso il partito tra chi lo sosteneva e chi vi si opponeva con argomentazioni che, in molti casi, sconfinavano apertamente nell’antisemitismo. Ma con le uscite sul referendum si è andati oltre: qui non si è solo sbagliata strategia, si è fatta la frittata.
Il Pd, insieme al Movimento 5 Stelle, ha scelto consapevolmente di portare avanti una campagna corporativista, costruita a esclusivo vantaggio di alcune componenti della magistratura, trasformando un referendum tecnico in una battaglia identitaria. Non solo: ha deciso di dare del fascista a chiunque non voti “no”, arrivando a farlo con video, manifesti e slogan che evocano il fascismo come ricatto emotivo.
Il problema è che una parte consistente del Pd – storicamente – è sempre stata favorevole a una riforma della giustizia, spesso proposta da suoi stessi esponenti. Una riforma che non ha nulla di “di destra”. È quindi inevitabile che questa linea abbia prodotto scontento, smarrimento e fratture interne.
A questo punto, ricordando le parole di Marattin di qualche settimana fa, la domanda diventa inevitabile: perché così tante persone continuano a restare in quella che ormai è una succursale del Movimento 5 Stelle, probabilmente il peggior movimento politico della storia repubblicana?
Si possono comprendere le buone intenzioni individuali, ma il problema non è più il singolo. È il contenitore.
Quella cosa che oggi si chiama Pd:
• si permette di dare del fascista a Falcone (e a chiunque condivida l’idea di una riforma della giustizia);
• non ha mai preso davvero le distanze da Hamas;
• non sente alcuna urgenza nel difendere Iran, Ucraina, dissidenti;
• utilizza ogni causa – dai diritti alla geopolitica – solo in funzione di un ritorno elettorale.
Questa non è più una crisi di leadership.È una crisi strutturale di identità e di credibilità.
E quando un partito arriva a usare l’antifascismo non come valore, ma come arma; quando sacrifica l’interesse del Paese a logiche corporative; quando scambia la politica per un riflesso pavloviano contro “il nemico”, allora il problema non è riformarlo.
Forse è semplicemente arrivato il momento dei saluti





