
Cerchiamo di capirci: il fatto che Standard & Poors abbia declassato la Francia da AAA- ad AA+ , e quasi contemporaneamente un’altra agenzia, DBRS Morningstar abbia alzato il rating italiano da BBB+ ad A- , non vuol dire che improvvisamente la nostra economia è diventata più affidabile di quella francese, e non significa neppure che in Italia ora vada tutto bene.
Il credito dato alla Francia continua ad essere migliore di quello italiano, ma il suo trend è in picchiata, mentre in nostro è in risalita.
D’altra parte neppure una tripla A certifica che in un paese va tutto bene, se così fosse la Germania andrebbe a gonfie vele, mentre invece sta attraversando la più grave crisi della sua storia recente.
I rating sono una delle componenti di riferimento per la fiducia dei mercati e guidano gli investimenti. Rating più alti significano normalmente minori rischi per gli investimenti, denaro meno caro, e quindi economia più vivace.
La dinamica o variazione temporale dei rating invece è direttamente riconducibile all’operato del governo e in pratica è una sorta di attestato di apprezzamento o fallimento.
Il miglioramento del rating italiano quindi è innegabilmente un riconoscimento di buon governo per la Meloni e la sua squadra (almeno per i temi economico finanziari), qualunque cosa dicano i detrattori.
Va infatti ricordato che tutti i precedenti governi furono per lo più inesorabilmente bacchettati dalle agenzie di rating (famosa l’invettiva di Scalfaro contro il declassamento di S&P). In 37 anni dalla tripla A la discesa è stata costante ed inesorabile con sole tre piccole eccezioni.
Di contro il declassamento francese è stato traumatico perché non programmato, ma adottato dalle agenzie, diciamo, “in emergenza”, prendendo atto di una situazione che si sta molto rapidamente deteriorando, e riflette una situazione di governo caotica con alto tasso di incertezza.
In buona sostanza, oggi la Francia teoricamente è ancora più affidabile dell’Italia, ma le sue prospettive appaiono catastrofiche al contrario delle nostre che per gli analisti sono nettamente positive.
Poiché gli investitori ragionano in prospettiva, oggi l’Italia è certamente più affidabile della Francia.
Questo non significa che non ci siano paesi più affidabili del nostro, anzi, ce ne sono molti, ma vuol dire che non siamo più i grandi malati d’Europa, c’è qualcuno più malato di noi, oppure che la malattia è diventata contagiosa.
Mal comune mezzo gaudio? Non proprio.
La Francia rischia di essere il vero grande problema d’Europa. Con la Germania che non se la passa benissimo, noi che abbiamo le nostre perenni criticità, e le economie fortemente interconnesse, il dissesto francese può far sprofondare tutto il castello europeo.
Ma perché la Francia è messa così male?
Il debito pubblico elevato è una ragione, ma non la sola: in rapporto al Pil il nostro debito è ancora più elevato.
In realtà il problema francese sta nel welfare che è da anni a livelli insostenibili e porta la spesa pubblica al 57% del Pil, di cui più della metà (31%) è dovuto proprio alla spesa sociale.
Il punto è che i francesi, che da sempre hanno una pressione fiscale tra le più alte al mondo (superiore perfino alla nostra) e la tollerano proprio per il welfare, non sono disposti a cedere neppure una piccolissima parte dei benefici sociali ai quali sono abituati.
Per questo sono scesi in piazza quando il governo ha proposto di lavorare di più abolendo alcune festività, e di allungare l’età pensionabile.
Voi direte: “scendiamo in piazza anche noi, ma il governo se ne frega e tira dritto”.
Bene, in Francia questo non è possibile: se il popolo scende in piazza per ragioni sociali il governo cade e può cadere perfino il Presidente della Repubblica, anche se è assai più difficile.
La differenza tra i due paesi non è di poco conto.
In Italia c’è un bipolarismo con due coalizioni tra partiti che non si amano, ma che sono tenuti insieme dal collante della poltrona. Al governo del paese o c’è uno o c’è l’altro.
La protesta di piazza organizzata da una opposizione non incide sull’elettorato della coalizione opposta in maggioranza. Quindi se i partiti della coalizione vanno d’accordo, il governo resterà in carica per tutta le legislatura indipendentemente dalle manifestazioni di piazza che per di più spesso sono strumentali.
A parte questo c’è da dire anche che la differenza politica tra le due coalizioni non è cosìmarcata e spesso i loro programmi si sovrappongono.
In Italia raramente si protesta per rivendicazioni sociali, in genere lo si fa per motivi ideologici che coinvolgono solo una minima parte della popolazione.
In Francia invece c’è un tripopolarismo con due schieramenti nettamente divisi su tutto ma costretti ad andare a braccetto per evitare che il FN di Marine LePen, che già ha una solida maggioranza relativa, prenda il controllo del paese.
Il governo è espressione proprio di questi due schieramenti ma con equilibri dettati da una delle leggi elettorali più antidemocratiche che esistano: uno strano maggioritario a doppio turno in un sistema semipresidenziale che qui è difficile spiegare. È quella Legge che permette alla sinistra e ai macroniani di governare insieme il paese ma gli equilibri sono molto risicati e le due forze politiche che insieme governano il paese sono politicamente divise su tutto.
Una protesta di piazza per motivi sociali coinvolge gioco forza non solo l’opposizione del FN, sicuramente in prima linea, ma anche molti elettori dei partiri di governo, che vanno in piazza contro il governo stesso.
La maggioranza quindi sa benissimo che tirando dritto senza ascoltare la piazza, rischia di alterare questi equilibri e consegnare il paese alla LePen.
Per questo nessun partito di governo si azzarderà mai a fare riforme impopolari, o peggio trascurare i malumori popolari, per il rischio di venire penalizzato alle urne a esclusivo vantaggio del FN. Piuttosto fanno cadere il Governo, tanto in Francia c’è il presidenzialismo che permette di evitare il rischio di elezioni anticipate.
Ecco perché la Francia è meno affidabile dell’Italia: avrebbe bisogno di una profonda riforma del welfare, ma nessuno avrà mai il coraggio di farla.
Va detto che non la farebbe neanche il FN semmai dovesse andare al governo: nel suo programma infatti c’è l’aumento della spesa pubblica al 67% del Pil, e un welfare ancora più robusto, che vorrebbe dire passare dalla padella alla brace.





