
Pensierino della sera
Non avverto alcuna difficoltà ad essere quello che sono: un socialista riformista che contesta questa “sinistra” senza idee, perché si muove su terreni minati, perché pensa ad alleanze che la portano lontano dal socialismo europeo. Non il socialismo di oggi: quello dell’Europa che fu, e lo dico con orgoglio di aver militato in esso, centro culturale e politico del mondo.
Sento venature di critiche di “moderatismo” a chi, come me, fa queste contestazioni e guarda all’azione di questo Governo con spirito critico ma senza l’ossessione del fascismo. Critiche, come si dice, da sinistra: come quelle che contestarono i socialisti degli anni 60 e 70, ma fatte da figure di oggi che neanche lontanamente si possono paragonare alla sinistra e in particolare ai comunisti di quegli anni.
Anche noi socialisti, io e quelli come me, abbiamo poco da ridere. Avverto il vuoto di mancanze di idee anche fuori del PD, ed anche nelle aggregazioni meno radicali che il dibattito interno al PD di questi giorni sta evidenziando. Una nuova cultura “autonomista” non mi sembra riesca a decollare. E si allontana la speranza di uscire da un frontismo che il bipolarismo sta disegnando.
Anche noi non produciamo grandi idee e non disegniamo prospettive. Noi che abbiamo vissuto il tempo del rinnovamento culturale della politica riformista, con economisti come Francesco Forte, Franco Reviglio, Giorgio Ruffolo; giuristi come Giuliano Amato, Gino Giugni, Sabino Cassese, Ruggero Guarini, Tiziano Treu; storici e sociologi come Luciano Cafagna, Luciano Pellicani, Ernesto Galli della Loggia;…. con una rivista – quella di Mondoperaio – divenuta un “laboratorio” sapiente di idee e stimoli al rinnovamento della politica; noi che abbiamo vissuto il tempo di una DC non certo tutta da buttare via; anche da noi di uomini e donne “di livello” oggi quasi non vi è traccia.
Ma soprattutto non vi è traccia di una elaborazione politica che diventi progetto e programma: semplicemente si rifiuta la stessa idea di progetto politico. E se è vero che non vi sono i partiti che vadano al di là di solo contenitori, ma non di idee, noi socialisti continuiamo la nostra odissea, più divisi che mai. E quel rinnovamento e quei nomi che sono il nostro orgoglio sono solo il passato; non sbiadiscono solo perché hanno una forza prorompente, non perché in qualche modo speriamo di ripeterli. Abbiamo smesso di farlo: è triste, ma è così.
Qualche volta mi sento come quel soldato giapponese che continuò a combattere non sapendo che la guerra era finita: forse perché ho grande difficoltà ad accettare una disillusione che ogni giorno si rinnova. Ma io morirò socialista, di quel socialismo che ho amato e amo.





