
di Giovanni Fasanella
«Sono Maria Fida, la primogenita di Aldo Moro. (…) L’assassinio di mio padre fu un colpo di Stato. L’ho sempre pensato e l’ho sempre detto. E ne ho pagato il prezzo. (…)
Avevo compiuto trentun anni da qualche mese, quando sequestrarono papà. Luca, mio figlio, ne aveva solo due. (…)
In famiglia pensavamo che un evento terribile era nell’ordine delle cose. Era come se ce lo aspettassimo, soprattutto dopo il rapimento del figlio di Francesco De Martino, Guido… Erano tre i personaggi politici che, negli anni precedenti, avevano contribuito a rimettere in gioco il Pci: il socialista Francesco De Martino, il comunista Enrico Berlinguer e il democristiano Aldo Moro. Berlinguer non era molto tranquillo (…) nel 1973 avevano tentato di ammazzarlo in Bulgaria simulando un incidente stradale. A De Martino, nell’aprile 1977, avevano sequestrato il figlio per impedire al padre di essere eletto presidente della Repubblica. E papà, anche se non lo lasciava trasparire, era molto preoccupato.
Noi, in famiglia, lo eravamo più di lui. (…) un giorno mi decisi a chiedergli se lui ipotizzasse di poter essere rapito. Ricordo che mi rispose: «Nella vita non si può mai sapere». Tradotto dal suo linguaggio ermetico, voleva dire di sì. (…)
Ricevevamo minacce continue. Non solo mio padre, ma tutta la famiglia era esposta a intimidazioni e pressioni.
Ricordo il 3 agosto 1974, altra data infausta (…) Papà era ministro degli Esteri e avrebbe dovuto raggiungerci in treno a Bellamonte, sulle montagne del Trentino, dove di solito trascorrevamo insieme le vacanze estive. Era già salito sulla sua carrozza, alla stazione Termini, e il treno stava per partire, quando all’ultimo momento arrivarono dei funzionari e lo fecero scendere perché doveva tornare a firmare alcune carte. A causa di quell’imprevisto, perse il treno e fu costretto a raggiungerci in macchina. Un ritardo provvidenziale, perché quel treno era l’Italicus. (…)
Altre volte, un’infinità di altre volte, si era salvato per il rotto della cuffia. Un giorno esplosero le gomme della sua auto, che andò fuori strada. (…) Qualche tempo dopo, accadde di nuovo. (…) Qualche tempo dopo, papà soffriva di un malanno da diverse settimane, e stava peggiorando sempre più. Poi un giorno la mamma, che è infermiera della Croce Rossa, scoprì che alcune delle medicine con le quali papà veniva curato erano non solo inefficaci, ma addirittura pericolose, tanto che forse lo stavano avvelenando. Fece sospendere la cura e papà si riprese.
Potrei citarvi davvero tanti altri episodi strani, ma ci vorrebbe forse un libro intero… (…)
La normalità della nostra famiglia era vivere in attesa di precipitare in un burrone. Vivevano così i miei genitori, innanzitutto. E poi noi figli, io in particolare, che ero la primogenita. Mi sentivo responsabile e volevamo proteggerlo. Facevamo di tutto per non farlo uscire di casa. Ricordo che mia sorella Agnese, piccolissima, nascondeva la sua tessere parlamentare sotto la cenere fredda del caminetto: aveva capito che, senza quella, papà non sarebbe potuto partire in treno. E mio fratello Giovanni, anche lui piccolissimo, spesso si addormentava, davanti alla porta d’ingresso, per impedirgli di uscire. Proprio Giovanni! Un giorno carpii spezzoni di una conversazione concitata dei miei genitori, che si parlavano in francese. Quella era la lingua che usavano, insieme al tedesco, quando volevano essere sicuri che noi non capissimo. Io invece qualcosa afferrai, e ne rimasi sconvolta. Qualcuno aveva minacciato papà di portare via Giovanni, il mio fratellino adorato, e di rimandarlo indietro, tagliato a pezzi, in una valigia. Quell’episodio ha sconvolto la mia infanzia, la mia giovinezza e la mia età adulta. (…)»





