
Perché una parte della popolazione palestinese ha sostenuto Hamas anche dopo il 7 ottobre
Non tutti i palestinesi erano complici.
Molti hanno taciuto per paura, altri hanno pianto, altri ancora hanno capito troppo tardi di essere stati traditi.
Ma una parte – rumorosa, visibile, convinta – ha sostenuto Hamas, anche dopo il 7 ottobre.
E questa verità, per quanto scomoda, non può più essere ignorata.
L’illusione del voto
Tutto comincia nel 2006, con l’unica elezione parlamentare mai tenuta nei Territori Palestinesi.
Hamas ottenne circa il 44% dei voti, ma la maggioranza dei seggi.
Fu un voto di protesta, non di fanatismo.
La gente era stanca di Fatah, del clientelismo, della corruzione e di una leadership che prometteva uno Stato ma consegnava solo stipendi e privilegi.
Molti votarono Hamas per disperazione, non per odio.
Non immaginavano che quella scheda elettorale sarebbe diventata un’arma puntata contro di loro.
Nel 2007, quando Hamas prese Gaza con le armi, le urne si trasformarono in un colpo di Stato.
Da allora non c’è stata più democrazia, solo paura.
Il consenso costruito
Hamas non governa Gaza: la controlla.
Gestisce scuole, moschee, media, ospedali e aiuti umanitari.
Decide chi lavora, chi mangia, chi può parlare.
Chi critica, sparisce.
Per quasi vent’anni ha plasmato le nuove generazioni con una narrazione unica: Israele come mostro, la morte come gloria, la guerra come destino.
L’educazione è diventata indottrinamento.
E quando un popolo cresce senza alternative, la propaganda diventa verità.
Così una parte della popolazione – non tutta, ma abbastanza da contare – ha finito per identificarsi con Hamas.
Non per ideologia, ma per identità.
Perché in un mondo chiuso e assediato, anche l’odio può sembrare appartenenza.
Il 7 ottobre: la bugia della “rivalsa”
Quando Hamas ha scatenato il massacro del 7 ottobre 2023, molti a Gaza non sapevano ancora che cosa stava accadendo davvero.
La propaganda parlava di “una grande vittoria contro il nemico”, di “basi militari conquistate”.
I video dei civili uccisi sono stati censurati, manipolati, negati.
Per qualche ora, qualcuno ha esultato.
Non sapeva che cosa stava applaudendo.
Non vedeva il sangue, vedeva solo la vendetta.
E in una società educata alla rabbia, la vendetta è l’unico linguaggio che resta.
Ma quella “vittoria” è durata poco.
Quando Israele ha reagito, Gaza si è ritrovata sotto le macerie, e molti hanno capito di essere stati usati come scudi, sacrificati da chi diceva di difenderli.
L’altra metà che non parla
La verità è che non tutti i palestinesi sono complici.
Molti odiano Hamas, ma non possono dirlo.
Molti vorrebbero la pace, ma non hanno voce.
Chi critica il regime viene accusato di “collaborazionismo”, spesso torturato o ucciso.
Esiste una Gaza silenziosa, fatta di medici, insegnanti, famiglie che vogliono solo vivere.
Ma quella Gaza non ha megafoni, non ha televisioni, non ha rappresentanza.
Il mondo preferisce non sentirla: non fa rumore, non serve alla narrazione.
Il doppio inganno dell’Occidente
L’Occidente ha smesso di distinguere tra palestinesi e Hamas.
Ha trasformato un’intera popolazione in un simbolo e il simbolo in uno slogan.
Così ha finito per assolvere il carnefice e dissolvere la vittima.
Nei campus universitari, si sventolano bandiere di un gruppo terroristico sotto la parola “giustizia”.
Nei talk show, si parla di “resistenza” mentre scorrono le immagini di ostaggi e bambini uccisi.
È un ribaltamento perfetto: chi massacra diventa liberatore, chi si difende diventa oppressore.
E chi prova a dire che Hamas non rappresenta tutti i palestinesi, ma solo una parte fanatizzata e armata, viene accusato di propaganda.
È la nuova ipocrisia morale: quella che chiama equilibrio il silenzio.
Il disincanto e la paura
Col passare dei mesi, a Gaza è cambiato qualcosa.
Sempre più persone capiscono che Hamas ha distrutto non solo le loro case, ma la loro credibilità nel mondo.
Lo ammettono a bassa voce, dietro porte chiuse, lontano dagli occhi dei miliziani.
Ma finché Hamas resta al potere, il dissenso resta clandestino.
E l’Occidente, con la sua indulgenza pavida, contribuisce a mantenerlo lì.
Ogni volta che qualcuno dice “non tutti i palestinesi sono Hamas”, ma poi continua a giustificare Hamas, il cerchio si chiude.
In sintesi
Non tutti i palestinesi erano complici.
Molti erano ostaggi, prigionieri di un potere che ha usato la fede come arma e la miseria come collante.
Ma una parte – quella che ha creduto, quella che ha applaudito, quella che ancora oggi difende Hamas come “resistenza” – ha scelto di voltarsi dall’altra parte mentre altri venivano massacrati.
Il futuro di Gaza non dipenderà da Israele, ma da loro.
Dalla loro capacità di rompere il silenzio e dire basta a chi li ha traditi in nome della liberazione.
Finché questo non accadrà, non ci sarà pace vera né per gli israeliani né per i palestinesi.
Perché non puoi costruire libertà dentro una prigione che continui a difendere.





