
di Bruno Chiavazzo
Oggi non voglio parlare di politica ma di film: ieri sera ho visto Parthenope di Paolo Sorrentino. Essendo napoletano non potevo mancarlo. D’altra parte i film di Sorrentino li ho visti tutti, a partire dal primo, “L’uomo in più”, davvero straordinario con un Tony Servillo impareggiabile.
Devo dire che l’aggettivo che mi è venuto in mente, appena uscito dalla sala, è stato: pretenzioso. Sì, Sorrentino ha smesso di fare film con un senso compiuto e cioè con una trama, un plot, una sceneggiatura, un inizio e una fine. Parthenope è una specie di sogno lisergico del regista. La protagonista, tra l’altro bellissima, Celeste Dalla Porta, milanese di nascita e formazione, che si sforza di calcare l’accento napoletano, ma non ci riesce, dovrebbe, se ho capito bene (ma ne dubito), rappresentare Napoli con tutte le sue sfaccettature.
Il film, fotografato alla grande, fa vedere in modo parossistico, la città con tutte le sue contraddizioni: dalla camorra, all’umanità dei vicoli, dalle case bellissime affacciate sul Golfo, ai drammi adolescenziali dei rampolli della Napoli bene che passavano l’estate a Capri.
C’è la caricatura di Achille Lauro, l’armatore poi sindaco di Napoli, che regalava una scarpa in cambio del voto alla povera gente e, in caso di vittoria, dava anche l’altra. Una pratica di “customer service” ante litteram. C’è una Luisa Ranieri, alias Sophia Loren, che lancia un’invettiva contro i napoletani descrivendoli come una massa di ignoranti, cafoni, cialtroni che si sentono furbi, ma sono solo dei poveracci. Lei, invece, attrice di successo invecchiata, vive al Nord, dove tutto funziona. Ma quando le riducono il cachet per la serata, esce al naturale e come una napoletana dei Quartieri azzanna l’orecchio dello sponsor della serata.
La partecipazione del bravissimo Gary Oldman, nella parte di uno scrittore inglese gay in perenne vacanza a Capri, non si capisce a che serve, forse solo per dare un aplomb internazionale al film? Insomma la sensazione è che Sorrentino si avvia pericolosamente verso un cinema felliniano, ma senza essere Fellini. Si era già visto nella Grande Bellezza questo scivolamento verso il cineasta di Rimini, solo che Fellini aveva alle spalle fior di sceneggiatori in grado di rendere cinematografici i suoi “amarcord”, Sorrentino fa tutto da solo: scrive, dirige e, per fortuna, ancora non interpreta.
Ma la cosa più fastidiosa, per me, è stata vedere la dissacrazione del miracolo di San Gennaro (ci sta che qualcuno pensi sia una sceneggiata), ma farla fare da un cardinale (l’interprete è l’ottimo Peppe Lanzetta) con una croce d’oro da camorrista sul petto che veste la protagonista con il tesoro del Santo, per poi circuirla e farsela nella cappella del miracolo, mi sembra un tantino esagerato, anche per i sogni repressi di Sorrentino. Due ore e mezzo di pellicola che poteva essere utilizzata meglio.
Mia moglie, non napoletana, alla fine del film mi ha detto: ma che m’hai portato a vedere? Che è sta cosa?





