
Non sempre le manifestazioni di potenza sono espressioni di superiorità; credo invece che nella maggior parte dei casi esse sottendano gravi vulnerabilità, disvelando uno stato di debolezza da parte di chi agisca con atti di supremazia e di protervia. Ciò accade ogni qualvolta alla forza non si associ l’esercizio di un principio di giustizia. Ma la giustizia non è semplice, non è scontata, esige dialogo, orientamento al dubbio, tempo, anche umiltà.
Così interpreto, dunque, gli accadimenti occorsi nel giorni scorsi in Venezuela a danno del regime di Maduro. Vedo nella posizione statunitense non solo un’azione compiuta in violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno stato terzo, ma soprattutto un tentativo di dissimulare i problemi che affliggono la comunità americana, ormai alterata nei suoi principi democratici e compromessa da dati sociologici non più facilmente ricomponibili in un’ottica di bene comune.
Il fenomeno Trump, manifestazione ultima di un processo ultratrentennale, è la conferma di come la società statunitense abbia toccato il fondo nel violare i fondamenti etici sanciti dalla sua stessa carta costituzionale; esattamente l’opposto di quel concetto di grandezza rappresentato dall’acronimo MAGA. Un pregiudizio forse irrimediabile al “diritto alla felicità” di cui il decalogo costituzionale statunitense è stato a lungo per tutti noi faro di ricerca.
Un fenomeno di disgregazione sociale iniziato con la spinta neoconservatrice degli anni ’90, quando lo sviluppo egemonico transatlantico si avviò a raggiungere il limite più remoto della sua espansione. Una fase della storia contemporanea che ha segnato alcuni dei più gravi abomini commessi dalle democrazie occidentali: Iraq e Afghanistan solo per citare i più evidenti. Nel frattempo, tra le mura domestiche di un Occidente di cui gli Stati Uniti rappresentano il capofila ideologico, si andava definendo un aggregato sociale, inquadrato nella sua prospettiva macroscopica, a basso valore intellettuale. Un compendio variegato di popoli non amalgamato dagli aggreganti dell’inclusione e della equanimità sociale, invece infiltrato dai veleni anestetizzanti e ipnotici di un capitalismo arrembante che, producendo ricchezza a qualsiasi costo, depriva la società della partecipazione consapevole dei cittadini al bene comune, unico spirito guida possibile per operare, in democrazia, autentiche scelte di libertà.
Una società minimizzata nelle capacità di elaborazione del concetto del vivere, con le paure e le incertezze che sempre lo caratterizzano.
Una società nella quale si viene formati da un sistema educativo che abdica al dovere di preparare l’individuo alle difficoltà ontologiche dell’esistenza, poiché troppo gravoso sarebbe, per un perverso principio di ordine, l’arricchimento intellettuale del singolo e perché disturbante sarebbe il senso critico che scaturirebbe nell’animo e nella mente del cittadino rispetto alle esigenze di governo e di controllo sociali.
Una società di mercato che relega il cittadino meno abbiente alla marginalità, incasellandolo in una posizione predeterminata e svilendone la sensibilità emotiva e la dignità.
Una società che sta raggiungendo il paradosso della sua ricchezza. Un benessere materiale che immiserisce, che depriva, che annichilisce: droga, violenza, precarietà sanitaria a danno delle fasce sociali più deboli, uso della forza istituzionale oltre limiti di giustizia, fenomeni come i mass-shooting o la diffusione incontrollata delle armi per l’autodifesa, derive settaristiche, ritualità esoteriche, influenze psicologiche aberranti della sacralità della vita.
Un sistema sociale per molti aspetti brutale.
Su scala geopolitica, la riaffermazione della dottrina Monroe in chiave affaristica, di cui la detronizzazione di Maduro è l’atto più recente, con possibili estensioni alle latitudini artiche della Groenlandia o a quelle caraibiche di Cuba, denota il tentativo, forse concordato con altri, di stabilire un nuovo ordine mondiale. Un balance of power in cui ognuno dei “grandi” definisca le rispettive sfere d’interesse e d’influenza: Ucraina, Georgia e stati centrasiatici per la Russia; Africa, Mar Cinese e Taiwan per la Cina; arcipelago sunnita per il binomio turco-saudita come baluardo anti-iranico e anti-sciita in Medio-Oriente.
Ritenere che tutto ciò, se vera fosse questa teoria, possa portare a un ordine nuovo sarebbe sbagliato. Meglio non acclamare, dunque, l’affermazione di principi di autodifesa o di legittimità per giustificare azioni che sono finalizzate, nella realtà, a scopi di altra natura. L’ordine delle società, delle relazioni internazionali, degli equilibri geopolitici può essere unicamente quello idealizzato dal rispetto per i diritti fondamentali dell’uomo, e non certo quello della forza senza giustizia di cui il suprematismo autoritario di turno, ammantato di falsa democrazia, si è reso ancora una volta artefice.
Non è ordine, infatti, ma solo premessa per altro caos.





