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NUOVE STRATEGIE SINDACALI E POLITICHE IN UN MONDO CHE CAMBIA

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di Antonio Foccillo

Stiamo vivendo un periodo molto confuso, instabile e privo di certezze, dove è difficile individuare il punto di svolta. Negli Stati Uniti un presidente uscente e candidato per la riconferma è stato messo in condizione di dover rinunciare; in Europa una forte avanzata delle destre, anche estreme, ha cambiato al geografia delle forze politiche, in Italia, per la prima volta vi è un governo a guida di una personalità di destra. Sembra che la politica abbia perso la bussola ed in questo i sindacati hanno sempre più difficoltà ad impostare azioni e raggiungere risultati soddisfacenti sul piano economico, occupazionale e sociale.

Venendo all’Italia, anche con un governo di destra non bisogna perdere la consapevolezza che il sindacato sia ancora importante, per tentare di concordare un nuovo “Patto sociale” per arrivare a definire, anche alla luce di quello che è avvenuto in Europa, alcune tematiche quali ad esempio: il lavoro, il diritto alla contrattazione, la partecipazione ed il fisco.

Partendo dal lavoro si può affermare che l’Unione Europea ed i paesi che vi aderiscono hanno bisogno di politiche che ridiano slancio e fiducia al settore produttivo e occupazionale, per riconquistare un buon futuro per i suoi cittadini sempre più sfiduciati. Ma non mi sembra che, con la riconferma della Ursula Von der Leyen e della maggioranza precedente, le cose possano cambiare.    

Vanno ricostruite relazioni diverse anche con i datori di lavoro, basti pensare che per tale struttura di rapporti l’art. 46 della Costituzione stabilisce che: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.

Nella tradizione italiana questo articolo, per lo più, è stato disatteso. Vi sono state alcune eccezioni, basate sull’iniziativa volontaria, in cui i rappresentati dei lavoratori hanno avuto un ruolo importante nel tavolo decisionale. Le parti sociali, infatti, hanno avuto un approccio più pragmatico che ha portato a valorizzare i temi della partecipazione con gli Enti Bilaterali.

Venendo al domani è fuori di dubbio che il tema della modalità del processo di partecipazione, alla luce delle tante crisi, diventa elemento fondamentale e cruciale del sistema di relazioni industriali e sindacali.

Se la sfida sarà colta da tutti, avremo una nuova stagione del coinvolgimento dei lavoratori, per evitare che siano chiamati solo a gestire le crisi. In tal senso si crea un sentimento di apatia che è molto più distruttivo, in un sistema democratico, di un qualsiasi dittatore. Quando si genera l’apatia, non riconoscendo un proprio ruolo dentro il sistema decisionale, si rischia non solo la partecipazione, ma la stessa democrazia.

Di fronte a ciò il sindacato confederale deve uscire allo scoperto ed indicare un suo modello di società e di regole condivise, di stato sociale, di partecipazione nella gestione dell’economia e delle scelte economiche e quindi, anche, di nuove relazioni partecipate a livello di azienda. In sintesi deve ritornare a fare politica, avendo la consapevolezza di essere soggetto rappresentativo di un vasto mondo e che in una società democratica e pluralista ogni soggetto è legittimato e accettato anche per la sua capacità propositiva, che partendo dagli interessi particolari li inquadra sempre in un quadro di compatibilità generale del Paese.

Sulla base di queste considerazioni, possiamo chiederci quale sarà il futuro per il sindacato e come continuerà a esercitare la sua funzione di rappresentanza. Deve, quindi, in tal senso essere capace di riprendere la sua azione per ripremiare i contenuti di una società dove siano salvaguardati la persona e i diritti di cittadinanza in tutti i suoi aspetti: dal diritto al lavoro, alla vita; dalla sicurezza sociale e personale; dal ripristino del potere di acquisto ad un fisco che recuperi la sua funzione di ridistribuzione della ricchezza e della solidarietà. Sono principi considerati dai più “conservatori” e “vecchi”, ma proprio in quanto tali la loro efficacia è stata ampiamente sperimentata e sono quelli che hanno dato al Paese anni di benessere e garanzie, considerando ogni individuo non un suddito ma un cittadino a pieno titolo.

Bisogna ricostruire nel mondo del lavoro e nella società un progetto ideale e sociale che dia motivazione alla battaglia politica, che sia fonte di aggregazione e di militanza proprio intorno a “antichi” valori.

Tutto è modificabile, basta metterci l’impegno e la convinzione della giustezza delle proprie valutazioni. Si può rispondere che ciò è utopico o improponibile, ma allora, se questo modo di ragionare fosse stato presente nell’arco delle centinaia di anni passati saremmo ancora all’età della pietra.

Le battaglie vanno fatte sempre per cambiare le cose, valutando però il consenso sulle proprie posizioni e coinvolgendo quanto più possibile le persone che si vogliono rappresentare, in un’ottica riformista che prevede piccoli passi, ma comunque modificativi del preesistente.

Si tratta allora di stabilire sedi pronte a decisioni politiche di portata generale. Oggi più di ieri vi è bisogno che prevalga la cultura riformista. Una delle condizioni che ha consentito al nostro Paese di evolversi sempre più in senso moderno e sul piano sociale e civile sta proprio nell’affermarsi della laicità dell’uomo, della sua natura di soggetto storico, indipendente dagli ordini religiosi e rituali, con la ricerca continua di una verità, frutto del dubbio e della ragione.

Il mondo del lavoro è il terreno più fertile per riconoscere ed applicare la filosofia laica e riformista, poiché maggiormente sente l’esigenza di valori portanti, propri del riformismo storico. È proprio con riferimento a questi valori che il movimento sindacale deve ridare smalto ideale e nuove strategie di ampio respiro alla propria azione.

È esigenza generale che il sindacato in particolare accentui il suo ruolo di soggetto politico trainante, giacché la “politica” sembra aver perso voglia di confronto e di dialogo, avviluppata com’è da un sistema bipolare imperfetto, che ha annullato il rapporto con la società civile e con le parti sociali, ha sterilizzato le ideologie e mortificato le tensioni sociali, per indirizzare tutte le sue energie verso leaders che una volta investiti dal voto elettorale ed ottenuta la guida del governo o della opposizione, divengono “centrali” e decisionali nelle scelte politiche.

Inoltre, la crisi del sistema finanziario è diventata crisi del sistema industriale e del sistema sociale e, infatti, di fronte ad una situazione così difficile e drammatica, le forze politiche, incapaci di avviare con le parti sociali tavoli di confronto e di concertazione, attente esclusivamente alle loro logiche elettorali, preferiscono prefigurare ed avviare uno scenario di contrapposizione e di divisione, incuranti degli interessi generali. Certamente sarebbe più responsabile, se non doveroso, stabilire tutti assieme come porre il Paese nella condizione di vincere la sfida per uscire dalle varie crisi.

Il sindacato, in questa situazione in cui non viene riconosciuto sempre come interlocutore attivo, in possesso di capacità di analisi e di proposta idonea al superamento della crisi, trova sempre più difficile poter svolgere il proprio ruolo e partecipare alle politiche che interessano il mondo del lavoro. Si vuole marginalizzarlo quasi rappresentasse la voce di una coscienza sociale scomoda da ascoltare.

Deve, invece, essere capace di diventare forza trainante per un  progetto ed un modello di società ove il ruolo del sindacato non abbia quale unica funzione il rivendicazionismo, ma spazi sui grandi progetti di rilancio che possano dare certezza al futuro di tutte le componenti di una società più ordinata, più coesa e solidale.

Si dia vita ad iniziative condivise che mettano nella condizione, non solo, di fare scelte sindacali strategiche per i prossimi anni, ma che pongano nella condizione di scegliere i compagni di viaggio di un progetto unitario per costruire quel grande contenitore laico e riformista, che manca – purtroppo da tempo- nel nostro panorama politico-sindacale.

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  • Redazione

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