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Nuove norme e una nuova politica dell’immigrazione

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Non possiamo aspettare oltre

Ceuta insegna che l’immigrazione può essere un’arma in grado di destabilizzare gli stati.

Chi vuole sabotare i Paesi europei può giocare la carta dei migranti contro la quale noi non abbiamo difese.

Creatori di una gabbia giuridica fondata sui diritti umani che solo noi riconosciamo siamo, di fatto, alla mercé di chi non li rispetta.

L’invasione di Ceuta della fine di luglio non è stato un moto spontaneo, bensì sospinto e favorito dalle autorità del Marocco.

Le motivazioni sono ovvie: fastidio per le relazioni tra Spagna e Algeria e pretese sulle zone spagnole di Ceuta e Melilla in territorio marocchino.

Il Marocco ha voluto dare un saggio delle sue possibilità che sicuramente vanno oltre i 70 mila del primo arrivo. Se una tale massa di persone fosse arrivata sulle coste spagnole, francesi o italiane non ci sarebbe stato modo di fermarle né di respingerle e non si sarebbero potute evitare l’accoglienza e l’esame delle richieste di asilo che sarebbero arrivate a decine di migliaia.

Nel frattempo i migranti si sarebbero dispersi dovunque andando a sconvolgere la vita degli abitanti di quei territori. Non esiste, infatti, un sistema in grado di accogliere e tenere a bada 70 mila persone. La gabbia giuridica nella quale ci siamo rinchiusi non ci permette di difenderci e dobbiamo comprare l’aiuto dei paesi che con i loro sistemi frenano l’esodo verso i paesi europei come già accade da anni con la Turchia. È un equilibrio che può durare? No.

L’Africa preme e se diamo retta all’assurdo articolo 10 della nostra Costituzione l’Italia dovrebbe dare asilo agli stranieri ai quali sia impedito nel loro Paese “l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”. In pratica, si sta parlando di alcune centinaia di milioni di persone.

Le norme europee non si discostano da questa visione romantica del diritto di asilo e la lontananza della realtà si completa con l’assoluto divieto di respingimento e con i diritti che fanno di ogni immigrato un sovrano rispetto alla condizione giuridica alla quale è abituato nel suo Paese, ma che qui si può opporre sia ai provvedimenti di espulsione sia alla restrizione in un CPR.

Bisogna convincersi che l’immigrazione non gestita è un problema e non è una ricchezza.

Lo ha scritto Francesco Seghezzi esperto di politiche del lavoro in un recente articolo su Il Sole 24 Ore: “Se il problema viene definito esclusivamente come carenza di manodopera, la soluzione diventa inevitabilmente quantitativa: è sufficiente aumentare gli ingressi per coprire posti vacanti. Ma una politica del lavoro non può esaurirsi in un generico incontro tra domanda e offerta, dovrebbe interrogarsi sul valore che quel lavoro sarà in grado di generare nel tempo e quindi porsi anche un tema di qualità. Molti dei comparti che oggi dipendono maggiormente dal lavoro immigrato sono anche quelli caratterizzati da bassa produttività, limitati investimenti tecnologici e organizzativi, scarse opportunità di crescita professionale. In questo contesto il lavoratore straniero rischia di diventare, in virtù del basso costo del lavoro, la risposta alla mancanza di innovazione. Si colma così una scarsità immediata, ma si rinvia ancora una volta il problema dell’aumento del valore aggiunto. Anzi, si sostituisce forza lavoro ormai non più disponibile, con un esercito di riserva che accetta salari e condizioni di lavoro inferiori, peggiorando così la qualità dell’economia nel suo complesso…. Dobbiamo ricordarci che utilizzare l’immigrazione per alimentare segmenti produttivi fondati sui bassi salari e ridotte prospettive professionali significa accettare un modello di crescita estensiva nel quale il lavoro sostituisce l’innovazione”.

Sempre più questa appare una via imboccata consapevolmente per coprire l’arretratezza del sistema produttivo italiano trovando un sostegno e una copertura nell’apertura degli ingressi ai migranti irregolari.

Le insistenze delle organizzazioni datoriali nel chiedere una certa quota di ingressi di lavoratori stranieri è in contraddizione con le richieste di manodopera già formata che rimangono insoddisfatte.

Per essere chiari, i tecnici specializzati non arrivano certo con i gommoni e, quindi, che senso ha continuare a giustificarne l’ingresso con la necessità di manodopera?

Nella breve analisi di Francesco Seghezzi sta anche la spiegazione della fuga dei giovani italiani che vanno all’estero a cercare sbocchi professionali più soddisfacenti e meglio retribuiti che in Italia.

In sostanza, l’immigrazione che è stata praticata per molti anni e la gabbia giuridica nella quale è stata rinchiusa con buona pace delle sinistre e dei cattolici in vena di auto colpevolizzazione non serve a progredire, ma è in grado di seminare disordine e disgregazione.

Come dovrebbe essere evidente per questo effetto basta che una minoranza di immigrati si dia a vivere di espedienti e reati. Le statistiche sulla criminalità questo indicano.

C’è, poi, un problema di modelli culturali che spesso sono opposti tra noi e i nuovi arrivati che non sembrano affatto disposti a spogliarsene per abbracciare i nostri valori.

È piuttosto la predica del multiculturalismo che eleva modelli culturali chiaramente arretrati ad esempi da rispettare se non proprio da seguire.

Ebbene, è arrivato il momento di reagire.

O si costruisce una politica dell’immigrazione che persegua i nostri interessi nazionali e sovranazionali, adeguando tutte le norme che vanno cambiate, oppure sarà la fine del sistema di vita europeo.

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