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NON SERVE UNA RESA, MA UNA VERA PACE

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di Vito Schepisi

La ricerca della pace è l’atteggiamento ideale per far prevalere il buon senso, per far sviluppare le opportunità (dei governi e dei popoli), per guardare alla stabilità sociale, per puntare allo sviluppo economico, per essere parte attiva di una comunità.
In un mondo di scambi e mercati, oltre che di necessità energetiche, in un contesto di sistemi complessi ed intrecciati con convergenze e condivisioni politiche in tema di ricerca, di cooperazione, di impegni sociali, strutturali ed economici, le cose più senza senso a cui oggi si possa pensare sono le guerre.
E’ sciocco pensare a farsi del male, invece di trovare le convergenze per difendersi dalle criticità ambientali (come l’inquinamento ed il clima).
La pace e la guerra, però, fanno parte di quelle condizioni – nei rapporti tra stati – che non si possono stabilire unilateralmente.
In riferimento ai due conflitti in corso, in Ucraina ed a Gaza, aree geograficamente vicine all’Europa, è evidente che la pace non sarà mai possibile, senza un comune passo indietro dei due contendenti, seguito dalle iniziative negoziali.
Non sarebbe, però, più una pace se una parte prevalesse in modo totalitario sull’altra: sarebbe una resa, quindi foriera di imprevedibili successivi strascichi.
Non serve, però, una resa, ma una pace vera.
Stabilire, pertanto, unilateralmente di porre termine alle ostilità, per la pace, come spesso si grida a sproposito, sarebbe come offrire una resa.
E la resa, in un caso, in Ucraina, se gli uni sono entrati con gli eserciti per occupare con le armi e con la violenza i territori degli altri, per reprimere e dominare, per gli altri non può che avere un solo significato: perdere la libertà, e quindi sottomettersi e rinunciare alla sovranità e alla indipendenza del proprio Territorio.
Nell’altro caso, a Gaza, ritirarsi dalla Striscia sarebbe come consentire che il 7 ottobre sia stato solo un ennesimo capitolo d’una lunga e tragica storia, tanto più che la consegna incondizionata dei civili presi in ostaggio non è mai stata un’ipotesi posta sul tavolo da Hamas.
Se il crepitio delle armi, però, non si ferma, c’è il rischio che l’onda lunga della guerra s’allarghi ai territori vicini.
Si rischia, inoltre, che ci sia il richiamo alle alleanze ed ai trattati stipulati per la difesa comune, fino all’escalation dei conflitti in un crescendo di distruzioni e mattanza, e con il conseguente crescente deterioramento dei rapporti complessivi.
Le conseguenze sarebbero terribili e ce ne sarebbero di motivazioni per scatenare la terza guerra mondiale.
Non si può, inoltre sottacere che, anche con la cessazione delle attività belliche, niente potrà essere e restare neutrale.
Perché non c’è niente di neutro in ciò che sta accadendo, se anche un capriccio può innescare una terribile catastrofe che sconvolgerebbe la Terra.
Niente potrà essere come se niente fosse successo, e come se le vittime e le macerie che si lasciano dietro siano state soltanto le conseguenze d’un disastroso fenomeno naturale.
Se la “guerra” è sempre stata un male, la “guerra” agli inizi del terzo millennio può anche trasformarsi in una disastrosa catastrofe per l’umanità.
Senza una visione d’insieme sulle conseguenze e sulle implicazioni per i territori interessati, prima che si passi al riflesso d’insieme in un contesto più largo e di valenza internazionale, non si può fare l’errore di pensare che siano assolutamente neutre le scelte, propendendo per il tipico cinismo di coloro che pensano che siano fatti loro e che se la sbrighino da soli.
Sarebbe folle pensarlo, ed è bene che si sappia che nessuno, che abbia colpa o ragione, dovrà essere esente dalla responsabilità dei danni che già ci sono e che appaiono ingenti.
Le due guerre riguardano da vicino l’Europa, e non solo in termini di sicurezza, per la vicinanza geografica e per il pericolo dell’allargamento dei due conflitti, ma anche in considerazione delle ricadute politiche, economiche e sociali.
Sono già evidenti, infatti, gli effetti negativi sugli scambi commerciali, per le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime, per la programmazione economica, per l’impennata dei prezzi, ed a cascata per la produzione industriale, per l’occupazione, per i redditi dei lavoratori, per i processi inflattivi e per l’economia complessiva dell’Europa.
L’Europa tutta sta subendo il fenomeno destabilizzante della deteriorata qualità della vita generata dalle criticità comportamentale dei vicini di casa.
La responsabilità d’una guerra è sempre di chi la scatena, in particolare se è pretestuosa, se è ragionevolmente immotivata, se è inutilmente ostile e feroce, se è aggressiva e velleitaria, se la si scatena per conto terzi e/o per istigazioni di altri.
Come spegnere questo tizzone ardente, prima che sia troppo tardi?
Non c’è un “come” stabilito e scontato, ma tra i modi sarebbe da escludere l’ipocrisia del pacifismo unilaterale che è sempre il più vile, sia per il suo esito di lasciar strada ai prepotenti, e sia perché mantiene in vita il rancore.

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