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Non è una guerra per il petrolio. È una guerra per le rotte

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Non è una guerra per il petrolio. È una guerra per le rotte

Da Hormuz al Caspio, dal Mar Rosso all’Artico: la nuova geografia del potere energetico

Una distinzione è fondamentale per comprendere ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi, perché le notizie che arrivano in queste ore sembrano raccontare crisi diverse, lontane tra loro.

Gli Houthi che tornano a minacciare infrastrutture energetiche saudite e traffico marittimo nel Mar Rosso; la nuova architettura di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan; la pressione economica e strategica degli Stati Uniti sull’Iran, mentre Hormuz rimane uno dei principali punti di tensione del sistema energetico mondiale; il Kazakistan che porta all’arbitrato internazionale le proprie contestazioni relative a contratti per circa 10,7 miliardi di dollari legati allo sviluppo di Kashagan, uno dei grandi giacimenti petroliferi dell’Eurasia.

E poi, quasi come se fosse un episodio appartenente a un’altra storia, arriva la notizia che riguarda la Cina e l’Artico ma in realtà sono lo stesso racconto. insieme, diventano una mappa ben precisa

È la mappa che abbiamo iniziato a osservare nelle ultime settimane dietro la frammentazione della cronaca esiste una geografia precisa delle rotte energetiche e commerciali.

Hormuz, Bab el-Mandeb, Mar Rosso, Suez, Mar Nero, Caspio e ora Northern Sea Route non sono teatri isolati.

Sono colli di bottiglia, passaggi obbligati e direttrici strategiche attraverso le quali si muove una parte decisiva dell’energia e del commercio mondiale. L’energia non è soltanto una risorsa ma una catena logistica, infrastrutturale, finanziaria e geografica.

Una “guerra” per controllare il percorso che porta dal giacimento al mercato.

Hormuz, il primo cancello

Lo Stretto, tra Iran e Oman, è uno dei principali chokepoint energetici del pianeta. La sua vulnerabilità non deriva soltanto dalla quantità di petrolio e gas che lo attraversano, ma dalla difficoltà di sostituirne integralmente la capacità attraverso rotte alternative.

L’Iran controlla la sponda settentrionale e la crisi con Washington ha trasformato la geografia dello Stretto in una leva geopolitica di prima grandezza.

La risposta americana non passa soltanto dalla forza militare, ma anche dalla pressione economica, dalle sanzioni e dal tentativo di impedire a Teheran di trasformare la propria posizione geografica in uno strumento di coercizione strategica.

Il vero potere di Hormuz non consiste necessariamente nella sua chiusura ma nella possibilità di renderne incerta la transitabilità.

Bab el-Mandeb, la porta del Mar Rosso

Qui entrano gli Houthi, che dalla costa yemenita possono minacciare una delle principali porte di accesso al Mar Rosso e quindi alla rotta che collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso Suez.

Gli attacchi alle infrastrutture e al traffico marittimo saudita mostrano un principio fondamentale: la vulnerabilità della rotta può trasformarsi nella vulnerabilità delle infrastrutture che alimentano quella stessa rotta. Deviare significa aumentare distanza, tempi di navigazione, consumo di carburante, costi logistici e premi assicurativi.

Arabia Saudita, Turchia e Pakistan: la sicurezza delle rotte

È in questa prospettiva che il nuovo accordo di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan assume un significato che va oltre la semplice cooperazione militare.

Non viene formalmente presentato come un’alleanza contro l’Iran, ma nasce dentro una fase di crescente instabilità regionale e mentre Riyadh deve proteggere contemporaneamente territorio, infrastrutture energetiche e direttrici marittime. La geometria è significativa.

La Turchia porta nella nuova architettura profondità strategica verso il Mediterraneo e il Mar Nero. Il Pakistan apre la direttrice verso il Mar Arabico e l’Oceano Indiano.
L’Arabia Saudita concentra nella stessa equazione posizione geografica, infrastrutture e una quota decisiva della capacità energetica del Golfo. Non è una questione di alleanze ma di accessi.

E nella geopolitica delle rotte, accesso significa potere.

Dal Caspio al Mar Nero

La mappa, a questo punto, si sposta verso nord. Dal Caspio al Mar Nero passa una delle arterie più importanti dell’energia eurasiatica: il Caspian Pipeline Consortium.

Il sistema collega i grandi giacimenti del Kazakistan al terminale di Novorossiysk sul Mar Nero e rappresenta una delle principali vie di esportazione del petrolio kazako.

Le vulnerabilità che hanno interessato infrastrutture e attività portuali hanno dimostrato quanto una guerra possa colpire direttamente la fisica delle esportazioni energetiche.
Ed è qui che Kashagan entra nella nostra storia. Il gigantesco giacimento del Caspio non è soltanto una grande risorsa petrolifera.

È un nodo nel quale convergono interessi kazaki, occidentali, cinesi e giapponesi, con KazMunayGas, Eni, Shell, ExxonMobil, TotalEnergies, CNPC e Inpex tra i principali partner del progetto.

Le contestazioni avanzate dal Kazakistan su circa 10,7 miliardi di dollari di contratti aprono un ulteriore livello della stessa competizione: non soltanto chi possiede la risorsa, ma chi controlla appalti, infrastrutture, costi, investimenti e distribuzione del valore generato dal petrolio.

È naturalmente essenziale distinguere l’accusa dalla responsabilità accertata, si tratta di contestazioni inserite in un procedimento arbitrale riservato.

Ma anche questo è geopolitica dell’energia.

E poi arriva l’Artico

Ed è qui che la mappa cambia.

Qualche giorno fa avevamo osservato il passaggio delle navi lungo la direttrice tra Asia e Artico e avevo scritto che la stessa logica dei grandi chokepoint stava iniziando ad arrivare fino all’Europa. Non era una previsione sul singolo viaggio.

Era una lettura strategica.

Oggi quella lettura trova una prima, concreta conferma commerciale.
La compagnia cinese Sea Legend ha avviato il China-Europe Arctic Express, un servizio stagionale programmato lungo la Northern Sea Route, la Rotta del Mare del Nord, con otto partenze settimanali previste nella stagione 2026 e una flotta di sette portacontainer.

La prima nave, la Dubai Tower, parte da Ningbo e attraversa la rotta artica verso Felixstowe, con successive connessioni verso diversi porti del Nord Europa, tra cui Amburgo e Gdynia.

Il dato importante non è semplicemente che una nave cinese attraversi l’Artico. Il dato importante è perché lo fa. La Northern Sea Route offre una direttrice geografica più breve tra l’Asia e il Nord Europa rispetto alle rotte che passano da Suez o che devono circumnavigare l’Africa. Sea Legend indica un tempo di percorrenza verso Felixstowe nell’ordine dei venti giorni, contro tempi sensibilmente più lunghi per le rotte meridionali.

Il precedente viaggio del 2025 aveva già dimostrato la fattibilità operativa della traversata; il passaggio a un programma di otto partenze rappresenta ora il tentativo di trasformare quella sperimentazione in un prodotto commerciale stagionale.

Naturalmente l’Artico non è una scorciatoia priva di costi.
Ci sono stagionalità, condizioni meteorologiche e glaciali, requisiti per le navi, assicurazioni specifiche, infrastrutture di soccorso più limitate e, in determinate condizioni, la necessità di supporto alla navigazione nel ghiaccio.

Per questo la Northern Sea Route non sostituisce oggi Suez. Ma stiamo osservando che si inizia a costruire una possibilità alternativa.

Quando una rotta diventa vulnerabile, nasce una nuova rotta.

È qui che l’Artico completa la nostra mappa.

Se Bab el-Mandeb diventa insicuro, il traffico cerca un’alternativa.
Se Suez diventa più vulnerabile o più costoso, aumenta l’incentivo a diversificare.
Se una direttrice energetica viene esposta alla pressione geopolitica, gli operatori cercano un’altra direttrice.

La Cina e la nuova geometria

La Cina è l’attore che meglio rende visibile questa trasformazione. Pechino non controlla Hormuz. Non controlla Bab el-Mandeb. Non controlla Suez.

Ma dipende dalle rotte che attraversano questi chokepoint e, proprio per questo, ha un interesse strategico diretto alla loro sicurezza e, soprattutto, alla diversificazione delle proprie direttrici commerciali ed energetiche. L’Artico diventa allora qualcosa di più di una rotta. Diventa una forma di diversificazione strategica.

Una direttrice che consente di ridurre, almeno per una parte del traffico e durante la stagione navigabile, la dipendenza da alcuni dei grandi colli di bottiglia marittimi tradizionali.

Cinque geografie, una sola domanda

Hormuz porta al Golfo.
Bab el-Mandeb porta al Mar Rosso.
Suez porta al Mediterraneo.
Il Mar Nero collega Russia, Caucaso e Caspio.
Il Caspio porta dentro la grande partita energetica dell’Asia centrale.
E ora la Northern Sea Route collega, almeno potenzialmente e stagionalmente, il Pacifico al Nord Europa attraverso l’Artico.

Chi controlla le arterie attraverso cui passa l’energia e attraverso cui si muovono le merci del mondo?

È una guerra geografica prima ancora che militare. Ed è questa la ragione per cui Arabia Saudita, Iran, Turchia, Pakistan, Russia, Kazakistan e Cina stanno diventando, attraverso modalità diverse, nodi della stessa partita.

Chi riesce a interrompere anche un solo anello non controlla necessariamente l’energia mondiale. Ma può condizionarne il prezzo, i tempi, i costi e, quindi, il potere di chi quell’energia deve comprarla.

A volte basta poter decidere se, quando e a quale costo arriverà a destinazione.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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