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Nel Vecchio Continente cresce la destra, ma il potere rimane rosso verde

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Vecchio Continente

Il Partito Popolare Europeo dovrebbe seguire l’esempio di Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi ha avuto un ruolo centrale nello “sdoganamento” della destra italiana, portandola per la prima volta al governo nazionale nella Seconda Repubblica.

Fino agli anni ’90, il Movimento Sociale Italiano (MSI) di Giorgio Almirante e poi di Gianfranco Fini era sostanzialmente escluso dall’area di governo (“arco costituzionale”). Era considerato erede del fascismo e rimaneva ai margini del sistema politico.

Nel 1993, durante le amministrative a Roma, Berlusconi (ancora imprenditore) sostenne pubblicamente Fini contro Francesco Rutelli, dichiarando che avrebbe votato per lui. Fini arrivò al ballottaggio con circa il 47%. Questo gesto fu visto come il primo segnale di “sdoganamento”.

Nel 1994, Berlusconi scese in campo con Forza Italia. Alle elezioni politiche del 27 – 28 marzo formò due coalizioni: Polo delle Libertà (Nord) con Forza Italia e Lega Nord e Polo del Buon Governo (Centro-Sud) con Forza Italia e Alleanza Nazionale (evoluzione dell’MSI).

La vittoria portò al primo governo Berlusconi (maggio 1994), con ministri di AN. Fu la prima volta che esponenti post-missini entrarono nell’esecutivo.

Nel 1995, AN sotto Fini completò la svolta di Fiuggi, distanziandosi esplicitamente dal fascismo e posizionandosi come destra conservatrice e democratica. Berlusconi fornì legittimità e contenitore moderato (Forza Italia attirò voti liberali, cattolici e anticomunisti), evitando che la destra post-fascista restasse isolata o egemone.

Berlusconi stesso, anni dopo, rivendicò questo ruolo: «Noi abbiamo fatto entrare Lega e fascisti al governo… Li abbiamo legittimati noi, li abbiamo costituzionalizzati».

Ecco il punto: Berlusconi ha costituzionalizzato la destra italiana, normalizzando il confronto politico.

Ora, la stessa operazione la dovrebbe fare il Partito popolare europeo nel Vecchio Continente, eliminando barriere che consentono la sopravvivenza di alleanze regressive che stanno distruggendo l’Europa.

Secondo un progetto di ricerca di PopuList, guidato dall’Università di Amsterdam e ripreso dal Guardian, quasi il 23% degli elettori europei esprime oggi il proprio voto a favore di formazioni di estrema destra.

L’aggettivo estrema, sia chiaro, è del tutto arbitrario.

Si tratta di un dato storico, che certifica una crescita di quasi cinque volte rispetto alla metà degli anni ’90, con un’accelerazione marcata nell’ultimo triennio.

La fotografia dal progetto PopuList, guidato dall’Università di Amsterdam in collaborazione con oltre 150 politologi di 31 Paesi, evidenzia inoltre come la quota complessiva di voti destinati a partiti anti-establishment (considerando sia destra che sinistra) abbia toccato il 30%.

In particolare, in Francia il Rassemblement National è salito al 37%, diventando la prima forza nel Parlamento nazionale. In Germania, nelle elezioni del 2025, l’AfD ha raddoppiato i propri consensi, toccando il 21% e posizionandosi come secondo partito del Paese.

Idem in Austria, dove il Partito della Libertà (FPÖ) è balzato dal 16% al 29%. E ancora: nel Regno Unito e in Portogallo, dove – rispettivamente – Reform UK ha raggiunto il 14% delle preferenze, mentre i portoghesi di Chega sono passati dal 7% al 18%.

I partiti populisti di destra fanno parte di coalizioni di governo in Italia, Croazia, Repubblica Ceca e Finlandia, e offrono sostegno esterno all’esecutivo di minoranza in Svezia.

Si muovono al contrario le tendenze rosso verdi.

Nelle elezioni europee del 2024 (6 – 9 giugno), il gruppo Greens/EFA (Verdi/Alleanza Libera Europea) ha ottenuto complessivamente 53 seggi su 720 (circa il 7,4%), con una perdita netta rispetto ai 67-71 del 2019 e una quota di voto intorno al 6,6% a livello UE.

Si sono avuti forti cali nei grandi paesi dell’Europa occidentale (soprattutto Germania e Francia).

Nelle elezioni europee 2024 (6 – 9 giugno), il gruppo S&D ha ottenuto 136 seggi su 720 (circa il 19% del totale), confermando il secondo posto dopo i Popolari (EPP, 188 seggi), ma con una leggera flessione rispetto alla legislatura precedente.

Il Partito Popolare Europeo (PPE/EPP) è il principale partito politico europeo di centro-destra (cristiano-democratico, conservatore liberale ed europeista). Raggruppa decine di partiti nazionali da vari Paesi UE e alcuni extra-UE. Nel Parlamento Europeo 2024/2029 il suo gruppo parlamentare conta circa 188 seggi su 720 (il più grande).

È del tutto chiaro che se oggi il Vecchio Continente è in declino, con un apparato produttivo compromesso, è a causa delle politiche dell’alleanza tra PPE, Verdi e Socialisti, con l’aggiunta di esponenti della finanza in veste di esperti e di consulenti.

Merz sopravvive a sé stesso, con il più basso gradimento popolare mai raggiunto da un leader tedesco. Se non fosse schiavo dei suoi storici rapporti con la finanza, farebbe quello che ha fatto Berlusconi, ossia si alleerebbe con AfD e darebbe una sterzata salutare alla Germani e, al contempo, all’Europa.

In Francia Macron, altro prodotto della finanza, non molla pur avendo ormai un consenso infimo nel Paese, perché i suoi mentori lo hanno inchiodato all’Eliseo nella speranza di entrare nel gioco.

In Spagna, principale sostegno del Green Deal con la commissaria Teresa Ribeira, Sánchez, travolto dagli scandali, non molla, anche se anche gli alleati lo attaccano e gli dicono: ‘Fai come Starmer’, il leader laburista fabiano inglese che, finalmente, se ne è andato.

Sánchez sfida gli alleati a votare la sfiducia con le destre. E così, Pedro Sánchez, fra gli ultimi moicani della sinistra al governo, si è rivolto ai deputati deciso a vendere cara la pelle.

Questa volta il quadro politico e giudiziario è molto pesante. Con le inchieste che coinvolgono la moglie Begona Gomez e il fratello David Sánchez, colpiti da misure, a dargli in benservito è stato il leder dei popolari, Alberto Nunez Feijoo: “È lei la corruzione, l’aggressore degli spagnoli”.

Alberto Nunez Feijoo ha poi chiesto di nuovo lo scioglimento delle Camere e un ritorno alle urne, sulla stessa linea del leader di Vox, Santiago Abascal. Ma il vero affondo è venuto dai banchi degli ex soci, dove la portavoce del partito indipendentista Junts per Catalunya, Miriam Noguera, ha deriso “un governo indebolito” e ha esortato Sánchez a seguire “l’esempio” del leader britannico laburista Keir Starmer.

“Se volete presentare una mozione di sfiducia con il PP e con Vox, fatelo pure. Ma non cercate scorciatoie”, l’ha sfidata il leader socialista. Deciso non solo a resistere, ma a “non desistere”.

Meraviglioso esempio di democrazia in versione socialista, Sánchez è il pupillo del PD in versione Schlein.

In Francia il maggio scorso Jean-Luc Mélenchon ha annunciato la sua quarta candidatura alle elezioni presidenziali francesi. La sua candidatura, oltre a mettere il suo partito al sicuro in una nicchia, taglia le gambe a Macron e favorisce la Le Pen.

Il Rassemblement National è il primo partito di Francia. Lo certificano tutti i sondaggi disponibili, con una forchetta che oscilla tra il 35% e il 36% al primo turno nei diversi scenari testati dalle principali società demoscopiche.

Jordan Bardella, 29 anni, presidente del partito e delfino designato della stessa Le Pen è considerato ormai come il candidato naturale alla presidenza, con numeri superiori in molti scenari rispetto alla leader storica.

Quello che è chiaro è che RN ha smesso di essere il partito escluso dal sistema. Da tempo si è rotto il cosiddetto “cordone sanitario”, l’argine repubblicano che per decenni teneva la destra fuori dalle istituzioni.

Oggi Bardella e Le Pen vengono trattati come interlocutori istituzionali, e il processo di legittimazione culturale e politica del partito è avanzato abbastanza da rendere concreta, per la prima volta nella storia francese, la prospettiva di un presidente dell’Eliseo proveniente da destra.

Veniamo alle vicende italiane che, sono, in un certo senso, cartina di tornasole delle agitazioni politiche europee.

Il 25 giugno, Carmelo Caruso, su Il Foglio, scrive che Draghi si è incontrato con la Schlein e che lui la ascolta, la consiglia e la stima per il “suo senso istituzionale”. Che meraviglia.

L’ex premier, sostiene Il Foglio, è incuriosito dalla segretaria del PD e ne apprezza il suo essere “una donna preparata”.

Poi Caruso ci annuncia che la Schlein la leader dem prende il tè con Prodi e il Campari Spritz con Draghi.

“Gli incontri – scrive Caruso – adesso sono due. Uno recente e riservato si è svolto a Roma ed è la prova, direbbe Schlein, del salto “quantico”. È stato aperto un canale di comunicazione vero fra il “nonno Draghi” e la “nipote Elly”. Draghi? È sinceramente incuriosito, perché Schlein sta dimostrando “senso istituzionale”. L’ex premier le spiega le virtù del centro, la segreteria del Pd rilancia con la patrimoniale. Lui suggerisce: meglio di no, cara Elly. Lei annuisce: va bene, presidente. La frase di Schlein pronunciata in direzione PD, “un pezzo di establishment non mi vuole a Palazzo Chigi”, è dissimulazione. Si è convinta di fare la premier e, per farlo, prende il tè con Prodi e il Campari Spritz con Draghi. Sedetevi e con la penna prendete nota. I professori di Schlein ora sono due”.

Come la prenderà Giuseppe Conte che da Mario Draghi è stato cacciato con la complicità di Matteo Renzi, che in politica contende il titolo di Tarzan a Vincenzo Scotti?

In ogni caso le frequentazioni della Schlein in cerca di sponsor non fanno altro che attestare che lei sarebbe la leader della finanza globalista, esattamente quella che ha rovinato l’Europa e che ha svenduto l’Italia.

Mario Draghi è membro emerito (Emeritus Member) del Group of Thirty (G30), un’organizzazione privata e indipendente (Consultative Group on International Economic and Monetary Affairs, Inc.), fondata nel 1978 su iniziativa della Rockefeller Foundation. Riunisce circa 30 membri attivi (più emeriti) tra banchieri centrali, accademici di alto livello, economisti e leader del settore finanziario privato.

Il suo scopo è approfondire la comprensione di questioni economiche e finanziarie internazionali, esaminando le implicazioni delle decisioni pubbliche e private. Organizza meeting riservati (due plenary all’anno), seminari e pubblica report su temi come stabilità finanziaria, regolamentazione bancaria, mercati dei capitali e politiche monetarie. Non è un’organizzazione di lobbying formale, ma viene spesso criticata per la sua natura esclusiva e i legami con il mondo bancario privato.

Il 2 giugno 1992 Mario Draghi, allora Direttore Generale del Tesoro, tenne un discorso sulla nave reale britannica HMY Britannia, ormeggiata a Civitavecchia, durante una conferenza sulle privatizzazioni organizzata da investitori britannici (British Invisibles).

Era, guarda caso, il periodo di Tangentopoli, crisi delle finanze pubbliche italiane (debito alto, deficit elevato), firma del Trattato di Maastricht (febbraio 1992) e necessità di riforme per convergere verso l’euro.

Il governo Amato stava preparando un piano di privatizzazioni per ridurre il debito pubblico e migliorare l’efficienza delle imprese statali (IRI, ENI, banche, ecc.). Draghi salì a bordo per illustrare la strategia italiana agli investitori internazionali, ma scese prima che la nave salpasse per la minicrociera.

L’evento divenne simbolo della “svendita” dell’Italia alla finanza estera.

Lo spritz è servito.

Per quanto riguarda il te con Prodi, il rischio è di trovarsi al mercatino delle svendite.

Romano Prodi e la “svendita d’Italia” è il titolo delle privatizzazioni degli anni ’90 fatte dal centrosinistra.

Il tema si riferisce principalmente al ruolo di Prodi come presidente dell’IRI (prima 1982/1989, poi 1993-1994) e come Presidente del Consiglio (1996/1998 e 2006/2008), nel contesto di un ampio processo di dismissione di partecipazioni statali.

Negli anni ’90, dopo Tangentopoli e la crisi della lira (1992), i governi tecnici (Amato, Ciampi) e poi quelli politici avviarono un programma di privatizzazioni.

Mai dimenticare che George Soros, proprio in quei giorni, diede l’assalto alla lira italiana e alla sterlina britannica con interventi eventi speculativi culminati nel cosiddetto “Mercoledì Nero” (Black Wednesday) del 16 settembre, nell’ambito della crisi del Sistema Monetario Europeo (SME/ERM).

Nel 1992, diversi paesi europei (tra cui Italia e Regno Unito) aderivano al meccanismo di cambio (ERM) del SME, che fissava bande di oscillazione tra le valute, ancorate principalmente al marco tedesco. Alta inflazione, debito pubblico elevato (intorno al 105% del PIL), instabilità politica (Tangentopoli) e crescita debole rendevano la lira vulnerabile.

La sterlina era entrata nell’ERM a un tasso di cambio ritenuto troppo alto (circa 2,95 marchi per sterlina), con inflazione tripla rispetto alla Germania e tassi di interesse che danneggiavano l’economia reale.

Questi squilibri rendevano insostenibile il mantenimento delle parità di cambio, soprattutto dopo il referendum danese sul Trattato di Maastricht e tensioni sui tassi tedeschi (Bundesbank).

George Soros, tramite il suo fondo Quantum, non fu l’unico speculatore (molti altri trader e fondi agivano in parallelo), ma divenne il più famoso per la dimensione delle sue posizioni e i profitti ottenuti. La strategia fu una vendita allo scoperto (short selling) su larga scala.

La Banca d’Inghilterra alzò i tassi fino al 15% in un solo giorno, intervenne con riserve per difendere la sterlina, ma dovette arrendersi: la sterlina uscì dall’ERM e svalutò di circa il 15 – 20% (contro marco e dollaro).

La Banca d’Italia perse decine di miliardi di dollari di riserve (stime intorno ai 48 miliardi in totale per la difesa) e la lira uscì dal meccanismo, svalutandosi fortemente (fino al 30% in termini più ampi).

Soros con il suo -Quantum Fund guadagnò circa 1 miliardo di dollari (o più, fino a 1,5 miliardi nel mese) solo sulla sterlina, con profitti complessivi dal caos valutario europeo.

Soros è lo stesso che ora con la Open Society Foundations (OSF) finanzia diverse organizzazioni, think tank, associazioni e ONGT in Italia, soprattutto su temi come migrazione, diritti umani, inclusione, riforme delle politiche sulle droghe, diritti LGBTI e partecipazione civica.

Il tempo della speculazione di Soros è quello della svendita del Paese. Mario Draghi (allora al Tesoro) e Romano Prodi furono figure centrali. Il famoso incontro sul panfilo Britannia (2 giugno 1992) simboleggia l’inizio di questa fase, con banche d’affari internazionali coinvolte.

Sotto Prodi vennero preparate o realizzate cessioni di banche (Credito Italiano, Banca Commerciale), alimentari (SME), ecc. Nel 1997 fu ceduta Telecom Italia, definita da Prodi stesso la “madre di tutte le privatizzazioni”. La scalata di Colaninno portò a un controllo più concentrato e, in seguito, a forte presenza straniera. L’operazione fu criticata come svendita a prezzi bassi e perdita di controllo nazionale.

Molte operazioni furono avviate prima o continuate dopo di lui, ma Prodi è spesso indicato come simbolo della svendita perché presidente IRI durante fasi chiave.

Le conseguenze della svendita furono la debolezza industriale italiana, deindustrializzazione, dipendenti colpiti da ristrutturazioni.

Le privatizzazioni furono necessarie per l’ingresso nell’Euro (Prodi è visto come “padre dell’euro” per l’Italia).

Altro affare gestito con i piedi.

Anche il te è servito.

Non pare, però, che quel mondo, intendo quello finanziario, sia unanime nel sostenere la segretaria del PD.

Mario Monti, ad esempio, ha recentemente espresso posizioni distanti dalla coalizione di centrosinistra guidata da Schlein.  Esponenti vicini all’ex premier e altre forze di centro hanno dato vita al cosiddetto “Polo dei non allineati”, con l’obiettivo esplicito di smarcarsi e fare opposizione al “campo largo” di Elly Schlein e Giuseppe Conte.

Mario Monti è un membro di lunga data del Gruppo Bilderberg, è stato Presidente del Consiglio dei Ministri italiano (2011-2013, governo tecnico dopo il golpe bianco contro Berlusconi) e Commissario Europeo per il Mercato Interno e poi per la Concorrenza (1995/2004).

Monti è anche fondatore e presidente onorario di Bruegel (think tank europeo), presidente della Trilateral Commission in Europa e ha avuto ruoli di advisor per Goldman Sachs e Coca-Cola.

Monti è considerato un membro influente del Gruppo Bilderberg, un forum privato annuale che riunisce politici, banchieri, imprenditori e intellettuali di alto livello (circa 120-140 partecipanti). Le riunioni si tengono a porte chiuse con regole Chatham House.

Monti ha partecipato a diverse edizioni fin dagli anni ’90, è stato membro del comitato direttivo del gruppo e ha continuato a partecipare anche dopo il periodo da premier (è elencato tra i partecipanti in edizioni recenti, come 2024 e 2025, come “Senator for life”).

Rimane da capire qual fine farà il partito dei preti rosso verde e arcobaleno, che ha trasformato le parrocchie e gli oratori in sedi del PD.

Se il cardinale Matteo Zuppi e i suoi seguaci intenti a fare i segretari di sezione del Pd guardassero da vicino i dati della partecipazione alle funzioni liturgiche chiuderebbero bottega.

La partecipazione dei cattolici italiani alle funzioni liturgiche (in particolare alla Messa) è, infatti. in calo costante da decenni e si attesta oggi su livelli molto bassi.

Secondo le rilevazioni ISTAT (Indagine multiscopo su famiglie e soggetti sociali), che rappresentano la fonte più affidabile e rappresentativa, nel 2022 circa il 18,8 – 19% della popolazione (dai 6 anni in su) partecipa a un rito religioso almeno una volta alla settimana (per i cattolici, prevalentemente la Messa domenicale). È un minimo storico.

Nel 2001 i praticanti regolari erano circa il 36% (quasi il doppio). I “mai praticanti” (che non entrano in un luogo di culto nell’anno, se non per matrimoni o funerali) sono passati dal 16% al 31-32%.

Tra i giovani il fenomeno è più marcato: 18-19 anni, intorno all’8% o meno di frequenza settimanale; fascia 18-34 anni, circa il 10-12% di frequentazione regolare.

Secondo una ricerca Censis, condotta per conto della CEI, il 71,1% degli italiani si definisce cattolico, ma solo il 15,3% si dichiara “praticante”, il 34,9% partecipa occasionalmente e il 20,9% è “cattolico non praticante”. Molti vivono una fede “interiorizzata” e individualista, senza partecipazione regolare alle funzioni.

E se i preti si occupassero di Dio, dell’anima, invece che di correr dietro alla Schlein?

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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