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Ivan Illich aveva previsto LinkedIn

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LinkedIn

Come la società delle competenze ha sostituito la società della conoscenza

C’è una domanda che milioni di persone si pongono ogni mattina senza rendersene conto e non è, come si potrebbe pensare, “Che cosa so?” o “Che cosa penso?”, ma “Come posso rendere visibile ciò che so?”.

La differenza sembra sottile mentre, in realtà, è enorme.

Viviamo in un’epoca in cui la conoscenza conta meno della sua certificazione. Non basta imparare una lingua, bisogna ottenere il badge… non basta leggere un libro, bisogna recensirlo… non basta acquisire un’esperienza, bisogna inserirla nel curriculum, raccontarla online, trasformarla in competenza spendibile.

Ogni sapere deve essere tradotto in un formato riconoscibile dal mercato.

A prima vista potrebbe sembrare una conseguenza inevitabile della modernità digitale, invece qualcuno aveva intravisto questo scenario più di cinquant’anni fa e, quel qualcuno, si chiamava Ivan Illich.

Oggi il suo nome sopravvive soprattutto nelle bibliografie universitarie e nelle librerie dell’usato, eppure, poche voci del Novecento sembrano parlare al presente con altrettanta precisione.

Illich non era un economista, né un sociologo nel senso tradizionale del termine, ma era qualcosa di più difficile da classificare… un pensatore che diffidava delle istituzioni quando queste smettevano di servire l’uomo e cominciavano a servire se stesse e, per questo motivo, concentrò gran parte delle sue riflessioni sulla scuola.

La sua critica, però, non riguardava l’istruzione ma l’idea che l’apprendimento potesse essere monopolizzato da un sistema di certificazioni.

Secondo Illich, la società stava progressivamente confondendo due concetti diversi: imparare e dimostrare di aver imparato.

Il risultato era la nascita di una cultura nella quale il valore di una persona non veniva misurato dalla sua conoscenza reale, ma dai documenti che attestavano quella conoscenza.

A distanza di decenni, la sua intuizione appare sorprendentemente familiare.

Pensiamo alla quantità di corsi online che promettono di “potenziare il profilo professionale” oppure pensiamo all’ossessione per gli attestati, ai certificati digitali, alle competenze da inserire nei profili professionali, alle micro-credibilità che popolano il web.

Naturalmente non c’è nulla di sbagliato nell’imparare cose nuove ma il punto è un altro.

Sempre più spesso il processo di apprendimento sembra subordinato alla sua esposizione pubblica e la domanda, che dovrebbe essere “Cosa voglio apprendere?”, diventa: “Questa competenza sarà riconosciuta?”.

È una trasformazione culturale profonda.

Il Sapere, per secoli associato all’idea di formazione interiore, diventa oggi un capitale da valorizzare, palesando non tanto una questione morale, ma una questione antropologica.

L’individuo contemporaneo vive immerso in una continua attività di aggiornamento. Deve acquisire nuove competenze, dimostrare flessibilità, reinventarsi, restare competitivo.

Le parole cambiano rapidamente… reskilling, upskilling, lifelong learning.

Dietro il lessico dell’innovazione si nasconde, però, una sensazione sempre più diffusa che è quella di non essere mai abbastanza preparati… mai abbastanza aggiornati… mai abbastanza certificati… mai abbastanza visibili.

In questo senso il professionista del XXI secolo assomiglia meno all’intellettuale e più all’atleta. Non studia per sapere, si allena per non essere escluso.

È qui che la critica di Illich acquista una forza inattesa.

Il problema non riguarda la tecnologia e non riguarda nemmeno LinkedIn, ma il rischio che l’intera esistenza venga reinterpretata come un curriculum in costruzione.

Ogni esperienza deve produrre valore, ogni lettura deve generare una competenza, ogni viaggio deve diventare un arricchimento professionale, ogni passione deve trasformarsi in una skill e, perfino il tempo libero viene spesso raccontato attraverso il linguaggio della produttività.

L’uomo contemporaneo non colleziona più soltanto esperienze, colleziona prove della propria spendibilità. È una mutazione culturale che Illich avrebbe riconosciuto immediatamente.

La sua preoccupazione non era che le persone studiassero troppo, anzi temeva esattamente il contrario, ovvero che, a forza di misurare il sapere, avremmo finito per dimenticare il piacere della conoscenza, che l’educazione si sarebbe ridotta a un sistema di credenziali, che l’apprendimento avrebbe perso la sua dimensione gratuita e che il valore di una persona sarebbe stato sempre più identificato con il proprio profilo.

Non aveva previsto i social network e non poteva immaginare algoritmi e piattaforme digitali, ma aveva capito qualcosa di essenziale, una società può trasformare l’istruzione in un mercato e gli individui in imprenditori permanenti di se stessi.

Oggi quella trasformazione è sotto i nostri occhi e, forse per questo vale ancora la pena leggere Ivan Illich.

Ovviamente non aveva tutte le risposte, ma aveva individuato una domanda che continua a inquietarci… in un mondo dove ogni competenza deve essere esibita, esiste ancora uno spazio per imparare qualcosa soltanto perché ci interessa?

La risposta, probabilmente, dirà molto del nostro futuro.

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