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MUTARE O PERIRE

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Mutare o perire (in dialogo con Riccardo Campa).

“Nessun bisogno” (Parmenide, fr. 7/8, v. 14 s.)

A distanza di 15 anni (gennaio 2010 – settembre 2024), Riccardo Campa ha ridato alle stampe la sua raccolta di saggi dal titolo Mutare o perire.

Due sono gli aspetti particolarmente rilevanti del saggio e dell’intera sua opera (https://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_Campa). Il primo, riguardo al ruolo che l’Autore ha svolto e svolge nell’“attualità”- intendendo il termine nel senso heideggeriano di actualitas – e cioè la propria partecipazione attiva a ciò che egli definisce – anche a distanza di tempo – “una nuova Kulturkampf”, ovvero l’uscita del logos – nel senso greco del termine – “fuori dai laboratori scientifici e dai salotti filosofici”. Il secondo, riguardo alla “dimensione filosofica dei problemi fondamentali che Mutare e perire discute e che accompagnano l’uomo da quando ha iniziato a riflettere sulla propria esistenza e che sono, forse, irrisolvibili”.

Quest’ultima è un’annotazione dell’Autore presente nella seconda edizione della Raccolta, che conserva intatta la “sintesi” già elaborata nella prima edizione, salvo per quanto concerne le ricerche scientifiche “ormai datate”. E quindi dettagli quantitativi di una ricerca che conserva la sua intera e immutata qualità specifica, con termine appropriato diciamo perenne, e per l’appunto da quando l’uomo ha iniziato a riflettere sulla propria esistenza.

Il pregio maggiore dell’opera di Campa è sempre stato ed è, essenzialmente, l’uso di un linguaggio diretto, che arriva immediatamente al punto centrale o nodale, e cioè gordiano, della questione, che, in sé stessa, è la vita dell’uomo (W. Shakespeare, Amleto, Atto terzo, scena prima).

E pertanto, a partire dall’incipit dell’Introduzione, Campa scrive: “Mutare e perire sono due implacabili leggi di natura, alle quali nulla sembra sfuggire. Tutto scorre, diceva Eraclito. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, sentenziava Lavoisier un paio di millenni più tardi (…) In fondo, se è vero ciò che dice Lavoisier, la differenza tra mutare e perire, è dovuta solo ai limiti del nostro linguaggio (…) D’altronde, già Parmenide, nel suo Poema sulla natura, aveva avvertito ‘che l’essere è ingenerato e imperituro, infatti è un intero nel suo insieme, immobile e senza fine’ e che per l’essere ‘saranno nomi tutte quelle cose che hanno stabilito i mortali, convinti che fossero vere: nascere e perire, essere e non-essere, cambiare luogo e mutare luminoso colore’ (Parmenide, Sulla natura, Bompiani, Milano 2001, pp. 51-53)”.

E tuttavia, codesta traduzione di testo riferito al pensiero di Parmenide – che peraltro pare proprio che non abbia scritto nulla di suo pugno – contiene un’inesattezza, che inficia del tutto il significato della sintesi del pensiero del Maestro dell’eleatismo. Infatti: Parmenide dice che gli uomini “posero duplice forma a dar nome alle loro impressioni: d’una non c’era bisogno, in questo si sono ingannati” (Bur, ottobre 1999, Fr. 7/8 vv. 58-59).

Si parla dunque di “impressioni”, traducendo così il termine greco γνώμη; traducibile anche con il significato propriamente di “facoltà di conoscere, disposizione, inclinazione”. E pertanto possiamo aggiungere correttamente che per Parmenide ogni opinione degli uomini derivi da ciò che gli antichi e in specie i Greci chiamavano “il sostrato”, che per gli uomini è e resta inconoscibile e quindi indicibile.

In estrema sintesi, ritengo che senz’altro sia stato lo storico della scienza Giorgio de Santillana (https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_De_Santillana) a cogliere esattamente la “differenza” di significato del pensiero di Parmenide, evidenziando che “la sua spiegazione potrà essere valida in quanto apportatrice di coerenza”. E cioè: “L’ordine affermato nel flusso della realtà da un’opinione sensata è un bene durevole: le cose hanno accettato dall’uomo ‘il sigillo di un nome’. Così, finalmente, il fenomeno uomo si ritroverà ‘a casa’ (questa espressione greca tanto significativa!) in un mondo di fenomeni”. E infine: “La logica degli Eleatici è guidata a tal punto dall’oggetto della contemplazione da rimanere scientificamente impeccabile; la logica dei loro successori non lo è, e dobbiamo supporre che sia mutato l’oggetto” (Prologo a Parmenide, in Fato antico e fato moderno, Adelphi 1993, pp. 81-128).

E tuttavia, si tratta di una “differenza” di significato componibile, anche seguendo il ragionamento dello stesso Riccardo Campa. Egli, infatti, mostra di poter condividere affatto il pensiero dell’Eleate allorquando scrive che “la differenza tra mutare e perire potrebbe essere dovuta solo ai limiti del nostro linguaggio” e, aggiungo specificatamente: ai limiti della nostra facoltà di ricevere “impressioni”. Così che, il “fenomeno” che chiamiamo uomo, ancora prima che inizi a riflettere sulla propria esistenza, riceve quelle impressioni che, trasformate in “inquietudini e speranze” – entrambe di vita e di morte, e non di vita o di morte – costituiscono il de-stino che ci appartiene ovvero lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo.

Mutare o perire? Nell’attualità, parafrasando Giovanni, potremmo ancora dire che l’uomo preferisce la tenebra alla luce. E, con Parmenide, concludere che l’una dall’altra figura distinsero e posero segni opposti fra loro, di qua il fuoco etereo vampante, utile, assai rarefatto, leggero, in sé del tutto omogeneo, altro rispetto all’altro; anch’esso però in sé stesso notte cieca al contrario, forma densa e pesante (n.d.r.: oggi diciamo piuttosto energia, così come in Aristotele, il cui termine greco ενέργεια, dice Martin Heidegger, è stato tradotto erroneamente con il significato del termine romano actualitas; ciò che – dice il filosofo – ha determinato l’avvento della “metafisica” e il fenomeno che egli stesso definisce “oblio dell’essere”: in Sentieri interrotti, traduzione di Pietro Chiodi). Io t’enuncio di ciò sistema in tutto plausibile, sì che mai opinione corrente possa sviarti.

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  • Redazione

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