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MUSK, STUPOR MUNDI?

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di Giorgio Cattaneo
 
Chi è davvero il fenomenale cinquantenne Elon Musk? Risposta facile: l’uomo con cui il mondo è ormai costretto a fare i conti. Già era decisivo ieri, grazie ai satelliti Starlink con cui ha avuto in appalto l’esclusiva vigilanza aerospaziale del pianeta. Oggi poi è ancora più ingombrante, nelle vesti di potenziale Dottor Stranamore al servizio dell’immortale Donald Trump. Un combattente sopravvissuto ad ogni agguato, fucilate incluse: rapidamente rimosso da Big Media, quel suo sangue all’orecchio resta lo stigma biologico del suo ritorno sul trono.
Inevitabile che, da oggetto di culto bipartisan, Elon Musk sia diventato materia di tifoseria. Parlano da soli gli esilaranti sfottò destinati ai “disertori” di X, i vip (veri e presunti) che in questi giorni cercano di farsi notare anche in modo comico: personalità irrisorie strillano il proprio divorzio dall’erede di Twitter. L’ex social più amato è ora detestato dai vedovi del sepolcrale sinistrismo euro-atlantico: proni alla peggior tirannide, purché tribalmente affine e dunque amica, oggi scomunicano X come eretico e mostruoso postribolo digitale.
Amenità, ovviamente. Ma quindi: chi è Elon Musk? Altra risposta facile: attualmente si presenta come l’uomo più potente del mondo, oltre che teoricamente il più ricco (“Forbes” lo accredita di un patrimonio che supera i 300 miliardi di dollari). Beninteso: è l’individuo virtualmente più potente tra quelli visibili, noti al grande pubblico. Una star a tutti gli effetti, generosamente esposta all’idolatria dei fan. Perfetto, Musk, nei panni di stralunato Re Mida del nuovo American Dream, fatalmente globale e, se possibile, non più solo terrestre: volendo (ipse dixit) esportabile un giorno anche su Marte.
Decisivo quanto il ferrigno Henry Ford, che rivoluzionò trasporti e mobilità? Visionario come Tesla, a cui ha intitolato la sua fabbrica di auto elettriche? Spregiudicato come Mayer Amschel Rothschild, che accelerò l’interventismo finanziario nell’economia passando per la politica? Semplici suggestioni, naturalmente. Elon Musk resta quello che è: un privato cittadino fuori dal comune. Uno Zelig unanimemente definito geniale, capace come nessun altro di influire sulla direzione del mondo: e senza che il mondo sappia ancora esattamente chi sia, né perché disponga di tutto quel potere.
Un potere in apparenza solitario, anche se oggi stranamente gemellato con il politico statunitense che i bookmaker davano vincente. Dunque, sullo sfondo si staglia un progetto: ridimensionare un certo Ancien Régime, detentore di un segmento di Deep State finanziario, mediatico, tecnologico, militare e sanitario. Il vettore della sostituzione? Ovvio: un diverso segmento di Stato Profondo (a sua volta finanziario, mediatico, tecnologico, militare e sanitario). Una cordata impersonata in modo bifronte dal presidente americano appena rieletto e dal suo enigmatico mentore cibernetico.
Un soggetto non candidabile perché nato all’estero, però insediabile – come tagliatore di teste – nel cuore dell’establishment che fino a ieri aveva cantato all’umanità la triste canzone della disgrazia planetaria, alimentando i profitti di una casta bellicosa, distopica e bugiarda, a vocazione chiaramente totalitaria. Ce n’era quanto bastava per invocare un salvatore universale. In questa veste, agli elettori statunitensi è bastato Donald Trump. Per l’altra metà del problema, ovvero il futuro, si è invece fatto ricorso all’uomo del mistero, il favoloso Elon Musk: emblema vivente della tecno-felicità, l’unica possibile nel terzo millennio.
I grandi media, tutti dimezzati e riconducibili alla piramide globale anti-trumpiana, hanno appena registrato con sgomento le nomine della Donald’s List: una galleria di inquietanti presenze, sul piano estetico quasi tutte improntate al suprematismo (bianco, autoritario, ultra-sionista). Sostanza o solo teatro? Gli stessi media – pecunia non olet – non avevano esitato a salutare festosamente l’intero festival delle aberrazioni imposte dalla controparte: l’immigrazionismo escatologico e l’ideologia “woke”, la “cancel culture”, il delirio gender, il bisturi al nono mese, la religione climatica e la teologia pandemica. In quel caso: tutta sostanza, con relative guerre annesse.
Di questo passo, però, si rischia di scivolare nella politica: come se la politica esistesse ancora in purezza, intesa come scalabilità democratica del potere. La valanga di voti finiti a Trump rappresenta certamente una consacrazione legittima: è pur sempre la voce del popolo (o meglio: di un americano su quattro, visto che metà degli aventi diritto non ha partecipato alla lotteria). Condizione necessaria, la vittoria elettorale di Trump, per potersi godere lo spettacolo dei tracotanti “wokisti” finalmente scornati, ma non sufficiente a decifrare il nuovo Vangelo trumpiano e soprattutto il Verbo del suo profeta, Elon Musk.
Stupor Mundi: l’epiteto attribuito a Federico II di Svevia potrebbe attagliarsi benissimo all’ex énfant prodige di Pretoria, classe 1971, che all’età di appena 12 anni avrebbe intascato i suoi primi 500 dollari vendendo un videogame da lui stesso creato. Le biografie raccontano i problemi con il padre, già comproprietario di una miniera di smeraldi nello Zambia. Il giovane Elon sarebbe fuggito in Canada, paese d’origine della madre, dopo aver accusato il genitore di non averlo protetto dal bullismo che lo perseguitava: sarebbe persino finito all’ospedale.
Personalità complessa e per sua stessa ammissione “neurodiversa” (sindrome di Asperger), Elon Reeve Musk vanta ascendenze variegate: la nonna materna britannica, il nonno paterno del Minnesota. Due mogli, diverse compagne, undici figli. Il penultimo, avuto dalla cantante canadese Grimes, è stato chiamato X Æ A-12 (cifra poi sostituita dal numero romano XII, a causa delle leggi californiane). All’ultimogenita, venuta alla luce alla fine del 2021 tramite madre surrogata, è stato dato un altro nome da niente: Exa Dark Sideræl. Note biografiche che si possono spulciare ovunque: senza mai capire fino in fondo chi sia, davvero, l’uomo a cui Donald Trump sta per affidare l’hardware degli Stati Uniti.
Per certo si sa che il suo decollo iniziò nel 1995, quando riuscì a vendere alla Compaq la sua prima creatura (Zip2, guide online): quattro anni dopo, con i proventi dell’affare creò X.com, servizi finanziari web e pagamenti via e-mail, da cui nacque PayPal tramite la fusione con Confinity. Operazione poi fruttata 1,5 miliardi, con la cessione a eBay nel 2002: il grande salto. Nello stesso anno, infatti, Musk fondò SpaceX, attuale signora dei cieli per gentile concessione del Pentagono. Risale invece al 2004 l’ingresso in Tesla. Missione: convertire la mobilità mondiale eliminando gli idrocarburi. Operazione perfezionata due anni dopo con la creazione di SolarCity (fotovoltaico).
Alla famiglia dei trasporti appartiene anche il progetto Hyperloop (2013): treni futuristici che potrebbero collegare Los Angeles a San Francisco in appena mezz’ora. The Boring Company (2016) propone invece di connettere via tunnel le metropoli, bypassando il traffico di superficie. L’aerospaziale Elon Musk presidia anche l’ultima frontiera terrestre, quella cibernetica. Dall’orizzonte “quantistico” di OpenAI (2015) si arriva a Neuralink (2016), con l’intelligenza artificiale ingaggiata per governare l’interfaccia tra macchine e cervelli umani, attraverso microchip innestati nella scatola cranica: nella speranza, si dice, di poter intervenire su patologie oggi considerate pressoché incurabili.
Nel 2022, con l’acquisto-monstre di Twitter per 44 miliardi di dollari, Elon Musk ha iniziato ad archiviare la sua luna di miele con la totalità del grande pubblico. La sua missione: epurare il mega-social dalla sorveglianza occhiuta dell’intelligence. I primi segnali di riposizionamento li aveva dati rigettando gli eccessi dell’isteria pandemica e della russofobia patologica. Poi, da ex grande finanziatore dei democratici (nonché “gretino” della prima ora) si è platealmente avvicinato a Trump, nel cui team esistono personaggi che negano l’esistenza dei cambiamenti climatici.
Argomento controverso e quasi umoristico, quest’ultimo: da una parte il vecchio Deep State ha promosso la colpevolizzazione generale, denunciando l’origine quasi solo antropica delle variazioni climatiche; dall’altra, esponenti del nuovo potere arrivano a smentire che siano in corso vistose mutazioni, come se il regime climatico terrestre fosse per sua natura stabile. Dovrebbero invece sapere che il nostro clima cambia continuamente, da sempre, in base a una complessa molteplicità di fattori, alcuni dei quali è possibile calcolare unicamente in modo presuntivo, tramite sofisticati (e discussi) modelli algoritmici.
Anche questo tema, in teoria scientifico, viene comunque triturato nella recente tuttologia da bar sport, in una selva di slogan elevati a verità di fede: finora puntualmente rilanciati dai grandi media, sempre al servizio dei “padroni del discorso”. E l’antico paladino green, chiamato Elon Musk? Ecco: sembra essersi letteralmente sfilato. Ieri tuonava contro la fuga di Trump dalle solenni celebrazioni imperiali del grande potere (le conferenze sul clima), mentre oggi siede alla destra di Donald: che sulla speculazione climatica non ha affatto cambiato idea.
Tra SpaceX e Neuralink si posiziona evidentemente il perimetro dell’avvenire prossimo venturo: e il fatto che a presiederlo sia stato chiamato l’apostolo Musk, Stupor Mundi, non dovrebbe lasciare dubbi sulla direzione dell’agenda, che ha l’aria di essere universale. Qualcuno – a Washington, a Mosca, a Pechino – sta forse contestando la digitalizzazione del pianeta? Gli stessi Brics hanno appena rinnovato la loro deferente devozione rispetto al Fondo Monetario Internazionale, all’Onu e all’Oms.
Semmai, un regolamento di conti interesserà i clan di vertice: Elon Musk potrebbe far fuori molti burattini del vecchio Deep State, così come ha licenziato in tronco più di metà dei dipendenti di Twitter. In basso, a pianterreno, resteranno le liti di portineria: le spassose diserzioni da X, piattaforma ormai trumpiana e quindi abominevole. Dettaglio: il social è sempre gestito da lui, l’indecifrabile magnate che tuttora maneggia l’orizzonte “transumanista” di Davos. Un indirizzo non esattamente rassicurante, a cui restano più che mai fedeli i politici finto-progressisti e post-democratici ai quali si richiamano gli stessi neo-contestatori di Musk.
Un favoloso cortocircuito, insomma, in ogni caso irrilevante: almeno quanto i personaggi che oggi sfruttano la popolarità di Mister Tesla per mettersi in luce nel ruolo di sdegnati detrattori. L’antico vizio della tifoseria, peraltro, rischia di accecare anche la fanteria opposta: non vedono, gli adoratori di Trump, che il nuovo demiurgo incaricato di plasmare il futuro è il massimo esponente mondiale della fusione uomo-macchina, per di più in proiezione ultra-terrestre? Che il suo grande sponsor sia un politico ambivalente, travestitosi da tradizionalista, non è che l’ennesimo tocco di classe in questa operazione anche teatrale. In realtà la sensazione è che proprio lui, Stupor Mundi, sia stato investito di un compito molto più grande delle piccole e grandi risse in corso. Ma, appunto: investito da chi, esattamente?

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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