
di Carlo Di Stanislao
“Tutto si può prevedere, per il sentimento che ci potrà ispirare ciò che prevediamo”
Alberto Moravia, La noia.
Mercoledì sera non sappiamo cosa fare. Leggiamo la guida alla settimana del Profeta: «mercoledì di retroguardia, uscire può costituire sanzione Ue». Restiamo a casa, quindi, in modalità lockdown.
Perdiamo un’ora su Netflix, in cerca di qualcosa di allettante, finché decidiamo di non far decidere alla nostra indecisione (che l’ultima volta ci ha portati a vedere un film in cui un Nicolas Cage mezzo alcolizzato e con la tinta combatte contro dei peluche assassini), così torniamo sui ben più rassicuranti canali tradizionali.
Un rapido zapping sconsolato del palinsesto televisivo, e ci fermiamo sulla finalissima di “Io canto Generation” (17.3% di share), fortunata competizione musicale su Canale 5 condotta dall’avatar di Jerry Scotti (sappiamo tutti essere morto), in cui dei bambini con delle belle voci e con nessun tipo di ansia da prestazione si sfidano a singolar canzone per vincere un percorso formativo presso la prestigiosa New York Film Accademy.
Come in ogni altro programma del genere, una giuria formata da un mappazzone di “esperti” (in questo caso Amendola, Michelle Hunziker, Rovazzi, Al Bano ecc.) valuta le esibizioni dando un voto complessivo che può arrivare a un massimo di 30 punti. Non abbiamo visto tutto il programma, ci siamo limitati ad ascoltare le esibizioni di due concorrenti in gara.
La prima, Sofia Tarantino (12 anni), ha cantato “Strani amori”, successo planetario di Laura Pausini che racconta di quegli amori splendidi ma destinati a finire, apparentemente inutili, ma nella cui perdita riscopriamo la possibilità di “crescere” e sorridere (sarebbe da capire per quale motivo una canzone del genere sia stata assegnata a una bambina di 12 anni che, non avendo ancora mai amato entro questi termini per motivi anagrafici, non ha idea di cosa stia cantando). La seconda concorrente, Aurora Binetti (15 anni), si è esibita con “Ho amato tutto”, capolavoro prodotto e arrangiato da Pietro Cantarelli nel 2020, portato sul palco dell’Ariston da una strepitosa Tosca.
E noi ci vogliamo concentrare proprio su questa seconda concorrente. L’esibizione di Aurora è stata davvero emozionante: il pubblico piangeva, a Jerry Scotti tremolavano tutti e tre i menti, Fausto Leali si asciugava gli occhi lucidi, Anna Tatangelo assisteva con mistico rapimento, e anche noi abbiamo ceduto quando è stato inquadrato il fratellino di Aurora in lacrime che abbracciava il padre commosso.
Detto questo, la ragazza non era particolarmente brava.
La sua voce era sicuramente melodiosa e intonata, ma troppo debole, bassa, una specie di sussurro, insomma niente di che, o comunque niente a che vedere con le doti canore a cui ci siamo abituati in questi anni di talent musicali.
A penalizzare tecnicamente la ragazza era la sua sedia a rotelle – lo ha spiegato un giudice, forse la Zanicchi, durante la sua valutazione – che, costringendola a stare seduta, non le consentiva di buttare fuori tutta l’aria, e questo ha influito negativamente sull’intensità della sua voce. Nonostante questo ostacolo che – ribadiamo – limita le sue capacità, la ragazzina ha ottenuto tre voti in più rispetto alla sua sfidante, che però era più brava di lei, e con più “brava” vogliamo dire che la voce di Sofia era indubbiamente più bella e completa di quella di Aurora.
La motivazione di questa vittoria l’ha data Orietta Berti con parole che adesso non ricordiamo precisamente, ma che suonavano più o meno così: «Cantare non significa per forza cantare in modo straordinario ma significa saper emozionare». In altre parole: «Tu hai vinto non perché hai cantato stupendamente, ma perché ci hai emozionati». Che significa: «Ci hai emozionati perché stai sulla sedia a rotelle ed è bello vedere una ragazza andare avanti nonostante le sue difficoltà».
Che andando più a fondo significa: «Non hai particolare talento, anzi hai un handicap, che in un contesto come questo sa emozionare più di una bella voce. Quindi ti premiamo perché è anche grazie a te se è aumentata lo share di questa esibizione» (Ragionamento che avrebbe assolutamente senso in un programma chiamato “Io emoziono”, ma non per “Io canto”, dove appunto bisogna valutare le capacità canore di chi partecipa). La ragazza sulla sedia a rotelle ha vinto sull’altra grazie alla sua disabilità, che è il contrario del talento.
È vero che quando si tratta di musica non bisogna per forza avere una voce perfetta, perché l’emozione che un cantante suscita nel pubblico dipende sì dalla bellezza della sua voce, ma anche dalla sua intensità, dal suo timbro, dal suo carisma, in pratica da ciò che riesce a trasmettere, e nella storia della musica italiana di pessimi cantanti capaci di suscitare grandi emozioni ne abbiamo tanti.
Però è sempre la voce, la voce nel suo complesso, a dover essere valutata, non per forza dal pubblico, che recepisce con la pancia, ma dai giudici sì, che in questo caso hanno messo da parte la loro professionalità e la loro capacità di giudizio per farsi emozionare dalla triste storia di una ragazza sfortunata. Ma una giuria dovrebbe essere formata da persone competenti, obiettive, e per esserlo bisogna saper mettere da parte l’emotività, altrimenti il giudice diventa pubblico, e a questo punto la giuria non ha senso di esistere.
In questo caso, la vittoria è stata un gettone di risarcimento dato ad Aurora per la sua condizione di disabile. Così facendo però Sofia è stata umiliata, perché doveva vincere lei. La stessa Aurora è stata umiliata, perché premiata per la compassione che ha suscitato (e poi eliminata al turno successivo). I giudici sono stati umiliati, perché costretti a far vincere chi non doveva vincere, cioè non hanno potuto fare davvero il loro lavoro di giudici.
Tutto questo ci ha fatto riflettere, in modo trasandato e superficiale (per di più in ritardissimo rispetto alla polemica sulla nuova dicitura del Ministero dell’Istruzione) sul discusso concetto di meritocrazia, ben al di là di questo specifico caso del tutto innocuo. Una società meritocratica, secondo le critiche che le sono state mosse, pretende di stabilire dei parametri oggettivi per valutare le competenze individuali, ma manca di misurare lo scarto di opportunità nell’acquisizione delle competenze, per cui ognuno ha possibilità economiche e culturali differenti.
La meritocrazia corre quindi il rischio di premiare chi è più ricco e ha potuto permettersi studi ed esperienze formative di più alto livello, dando vita a una forma di aristocrazia ereditaria 2.0.
Questa critica ci sembra giusta per sommi capi, ma quindi che bisogna fare? Dare a tutti le stesse possibilità di partenza con i migliori ammortizzatori sociali? Sì, ma rimarranno gap culturali, di educazione formale e di relazioni che lo Stato non potrà mai colmare senza abolire la famiglia e la sua rete di amicizie, le passioni che veicola, il quartiere in cui risiede, lo sport che incentiva.
Quindi ciò che la critica alla meritocrazia ha prodotto negli ultimi anni, forse involontariamente, non è la correzione dell’assetto capitalistico della società (domina il realismo, su questo punto) ma la riprogrammazione del sistema di riconoscimenti, le modalità di valutazione e di misurazione del merito. Valgono perciò sempre di più – in determinati settori dove conta molto l’esposizione mediatica dell’azienda, in certe cariche manageriali, nelle professioni più visibili del quaternario, dell’intrattenimento e della cultura, fattori avulsi alle competenze, inerenti soprattutto al contesto di provenienza, dove a primeggiare sono le mitologie personali che meglio rispondono ai canoni vittimistici.
La vittima è l’eroe del nostro tempo, come suggerisce un saggio molto bello di Daniele Giglioli (Critica della vittima, edizioni Nottetempo): il “dispositivo vittimario” è un nuovo strumento di sovranità e di mera competizione tra vittime, chi lo usa meglio ha più potere nella disputa pubblica, nella concorrenza professionale, nella gerarchia del merito.
Alla nuova élite del dolore e della sfortuna, però, è richiesto solo di emozionare, e non più di far valere le antiche e inique certificazioni di competenza, ma la competizione rimane. Anzi, il problema è che i metri di giudizio sono ancora meno oggettivi di quelli meritocratici.
Perché il concetto di vittima è arbitrario, mobile, emotivo al massimo grado, e quindi in fuga perennemente da se stesso. Ci sono «vittime presunte, potenziali, aspiranti, e talvolta biecamente false» come suggerisce Daniele Giglioli. E questa mobilità consente a tutti, a turno, di appropriarsi del suo status. Ecco perché vincono i populismi: sono la narrazione più forte di vittimismo in assoluto, sono il vittimismo sfuggito di mano alla wokeness e alle minoranze che credevano di detenerne il monopolio: sono il vittimismo della maggioranza.





