L’assordante silenzio femminista di fronte alle frasi di controllo patriarcale degli imam
Ascolto un imam che parla a favore del velo, del niqab e della modestia.
Dice: «Noi valorizziamo la donna, le diamo un valore inestimabile. Per questo la proteggiamo. Tu un diamante non lo lasci in bella vista: lo copri. Le nostre donne non sono come le loro, che si mostrano ossessionate dal piacere agli uomini».
Ne ascolto un altro, un altro ancora, e questo discorso ritorna sempre: la donna che si scopre lo fa per piacere agli uomini.
La metafora del diamante non è originale dell’Islam, né è specifica della cultura araba. È una variante di una logica patriarcale universale, che attraversa religioni e civiltà.
Nel cattolicesimo preconciliare, la donna era «il fiore più delicato del creato», da custodire nel nucleo familiare. Nel confucianesimo, la donna virtuosa «non lascia traccia fuori dalla soglia di casa». Nella società vittoriana, la «donna angelica del focolare» era il gioiello del padre, poi del marito.
La metafora del tesoro da proteggere – per proteggere non la donna, ma la proprietà maschile sulla sua sessualità – è la stessa ovunque.
L’imam pensa di dire qualcosa di profondamente islamico; in realtà ripete un cliché millenario di controllo patriarcale.
Il problema non è solo la metafora in sé: è che questa visione patriarcale venga presentata come emancipazione, «valorizzazione», quando è esattamente il contrario.
Leggendo i commenti rimango poi di sale.
Perché quando questo stesso discorso era portato avanti da italiani – preti, politici, intellettuali, gente comune – frotte di femministe infuriate rispondevano: «Una donna non vive in funzione dell’uomo. Se una donna mostra il suo corpo, spesso è per piacere a se stessa, per acquisire sicurezza, per accettarsi. Vedere la donna come ossessionata dal piacere all’uomo è maschilismo.»
Quello era il discorso della Chiesa cattolica degli anni Cinquanta, incarnato dalle encicliche dei Papi sulla «dignità della donna» intesa come vocazione alla maternità e alla sottomissione.
Era il discorso dei manuali di educazione femminile, che insegnavano alle ragazze a «non attirare l’attenzione», a «essere discrete», a «non farsi notare».
Era il discorso dei padri di famiglia, che ritiravano le figlie da scuola «per non farle vedere dai maschi».
Era il discorso dei tribunali, che assolvevano i mariti adulteri ma condannavano le mogli infedeli.
E il femminismo italiano lo ha sempre combattuto con ferocia. Il libro “Sputiamo su Hegel” di Carla Lonzi, del ’70, è una dichiarazione di guerra contro l’idea che la donna esista in funzione dell’uomo.
La battaglia per l’aborto, per il divorzio, per la parità salariale, è stata anche una battaglia contro la «protezione» come gabbia.
Ma quando a fare discorsi intrisi del peggior maschilismo, qui in Italia, sono imam, non un commento, una parola. Io, italiano, devo «decostruirmi», fare il lavoro, e sarò comunque visto come maschilista.
Lavorare su di me, per diventare migliore per me e per chi mi sta accanto, per rendere il mondo più sicuro, è qualcosa di necessario.
Il maschilismo esiste, e va combattuto in me e nella società che mi circonda.
Ma se il lavoro di decostruzione è richiesto solo a certi uomini, quelli «bianchi», quelli «occidentali», quelli «cristiani» e, nonostante il lavoro, noi restiamo marchiati a fuoco dalla colpa di essere noi, allora il lavoro non è solo inutile, ma è anche ingiusto.
Perché portarlo avanti?
L’imam che parla di donne – diamante non è chiamato a decostruire nulla. Anzi, il suo discorso è protetto da uno scudo di «sensibilità culturale»: criticarlo è islamofobia.
Così, il maschilismo occidentale diventa un nemico da abbattere, il maschilismo islamico diventa una «diversità» da rispettare. La decostruzione diventa selettiva e, quindi, ideologica, e l’obiettivo diventa non il maschilismo, ma il maschio in sé, e solo un gruppo di maschi: quelli europei, che, pure, sono gli unici ad aver fatto i compiti a casa.
Un imam può fare tranquillamente discorsi da anni Cinquanta, e non sembra essere un problema. Ma chi sono questi imam? Dove predicano?
In Italia esistono circa 1.200 luoghi di culto islamici, tra moschee, centri culturali, oratori. Molti imam sono cittadini stranieri (marocchini, egiziani, tunisini, pakistani), arrivati in Italia per lavoro religioso, spesso con un’istruzione teologica ricevuta nei paesi d’origine.
Le loro prediche sono in arabo, o in italiano stentato, o in dialetti locali. Sono seguiti principalmente dalle comunità musulmane immigrate, ma sempre più anche da convertite italiane, specialmente giovani, spesso sole, insicure, in cerca di senso.
Il problema non è solo l’imam che predica: è l’imam che predica senza contraddittorio.
Nelle moschee non c’è dibattito pubblico, non c’è trasparenza, non c’è controllo democratico. L’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII) e l’Unione Islamica del Triveneto sono le principali sigle italiane, ma rappresentano solo una parte del panorama.
Molte comunità sono autonome, gestite da singole famiglie o da imam carismatici. E quando questi imam parlano di donne – diamante, nessuno li contesta, né all’interno, né all’esterno.
Il silenzio femminista è più scandaloso poi se l’imam parla pubblicamente (su TikTok, su YouTube, nelle scuole, nei dibattiti interreligiosi). Ma anche se parla solo ai fedeli, il messaggio si diffonde: le figlie delle immigrate, le convertite italiane, le giovani in cerca di identità, lo recepiscono. E il silenzio esterno diventa complicità.
Così, rimango di sale.
Perché conosco la storia, conosco le battaglie femministe e conosco le parole e il loro valore. So cosa avrebbero detto le femministe se un prete cattolico avesse paragonato le donne a diamanti da coprire.
So cosa hanno detto quando Silvio Berlusconi ha parlato di «donne da proteggere» o quando Beppe Grillo ha scherzato sullo stpr. So cosa dicono ancora quando un politico di destra sfiora il maschilismo.
E, invece, di fronte all’imam, il silenzio. Non una critica, non una presa di distanza, un «aspetta, qui c’è un problema». Come se il maschilismo fosse un virus che colpisce solo i bianchi, e gli imam fossero immuni per «vaccino culturale».
È un tradimento delle stesse parole d’ordine che il femminismo ha pronunciato per decenni. E il tradimento fa più male dell’assenza.
Il maschilismo non ha colore, non ha religione, non ha passaporto. Ha solo una logica: la donna è un oggetto, un diamante, un fiore, un corpo da coprire o da scoprire, ma mai un soggetto.
Chi combatte il maschilismo solo quando è comodo, quando è «nostro», quando non rischia accuse di razzismo, non combatte il maschilismo: combatte una sua visione ideologica.
E lascia fuori dal campo di battaglia le donne che più ne avrebbero bisogno.





