Home Economia e finanza MANCA LA VISIONE STRATEGICA DI UN MODELLO ECONOMICO

MANCA LA VISIONE STRATEGICA DI UN MODELLO ECONOMICO

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di Antonio Foccillo

C’è da chiedersi se il governo di questo Paese vuole davvero mettere in campo azioni e misure tese a far ripartire l’economia, la competitività e la crescita nazionale. Anche nell’ultimo disegno di legge di bilancio troviamo alcune risposte che non vanno certo nella direzione, quella, per intenderci, di cui il Paese avrebbe bisogno.

Mi rendo conto che oggi le scelte della politica vengono giudicate solo da tifosi. Per cui i fans di questo governo sosterranno che la manovra va nella giusta direzione e quelli contrari diranno che niente va bene e metteranno in evidenza quello che manca, dimenticandosi che il governo per cui tifano, nella sua gestione, non ha risolto i molti problemi dell’Italia.

Il mio giudizio vuole essere neutrale e al di sopra delle parti, per cui al di là di qualche misura da giudicare positivamente, quello che manca (per la verità non solo di questo governo) è la visione strategica, che rilanci la mission di un diverso modello economico, rispetto a quello attuale. Anche perchè la finanza continua a imporre dogmaticamente le sue leggi, per cui non possono esserci prospettive con manovre diverse.

Essendo, invece, convinto che il Paese ha bisogno di competività, efficienza, politiche di bilancio sane e sostenibili; ma è altrettanto certo che le politiche di rilancio e di crescita non sono strumenti per così dire neutri, ossia privi di impatto e di effetti collaterali, ma devono essere politicamente orientate e socialmente sostenibili, a breve come nel lungo termine.

Per me, quindi, è giunto il momento che le misure da adottare e da approvare debbano essere equamente distribuite; che vi sia una visibile azione di redistribuzione del reddito tale da stimolare i consumi e generare maggiore crescita e che l’azione pubblica sia orientata ad una effettiva spending-review sugli oneri di bilancio impropri, troppo spesso occultati nelle pieghe e nelle inefficienze di spesa del bilancio pubblico. Ci sarebbe bisogno di una grande stagione di riforme.

Sotto questo profilo, invece, siamo ancora in ‘una terra incognita’. Riccardo Lombardi che aveva capito la necessità nel nostro Paese di riforme, già nel primo governo di centro sinistra, sostenne: “Proprio perché siamo in un periodo difficile dal punto di vista economico, è necessario dare il massimo rilievo ed evidenza alle riforme strutturali che devono, per la loro incisività, creare il clima di tensione morale e di fiducia necessario per fronteggiare la congiuntura”. Sono ancora più attuali queste parole di fronte ai tanti falsi riformisti.

Le riforme strutturali, infatti, quali esse siano, potranno dare benefici sono a lungo termine, e a condizione che si mettano in campo azioni di risanamento su ciò che è effettivamente superfluo, e siano accompagnate da investimenti, risorse e politiche di spesa non derogabili né ulteriormente rinviabili ed effettivamente verificabili ex-post, unitamente ad una effettiva semplificazione amministrativa che alleggerisca i cd. oneri ‘impropri’. La questione, in altri termini, non è semplicemente ‘non spendere’, non investire, bensì spendere meglio per creare le condizioni per una ripresa durevole oltre che socialmente sostenibile.

È stato sin in troppo facile additare le inefficienze della P.A. e il conseguente costo eccesivo della spesa pubblica per sviare il nodo vero, ossia l’assenza di una vera stagione riformista che animi il palcoscenico politico e delle politiche pubbliche; più attratto, evidentemente, dall’effetto annuncio delle ‘copertine’ dei provvedimenti legislativi e delle maggioranze numeriche parlamentari, piuttosto che dal saper affrontare i nodi strutturali del nostro Paese.

Si vive oggi una crisi che investe ormai problemi elementari della vita collettiva. siamo in presenza di un degrado così profondo di rapporti basilari della vita civile quali le istituzioni rappresentative, la pubblica amministrazione, il welfare (in particolare sanità e istruzione), il sistema politico, gli interessi sociali organizzati, per cui ogni singolo momento del tessuto connettivo socio-politico si trova ad essere coinvolto nella crisi del suo immediato interlocutore istituzionale, attraverso una progressiva cancellazione di ruolo e di rappresentanza, che lentamente, passo dopo passo, sembra mettere in discussione i principi stessi da cui ha preso origine l’esperienza della Stato repubblicano.

In mancanza di una ridefinizione delle garanzie di coesistenza delle differenze culturali e di valori correttamente contrapposte nella dialettica politica, che va risollevata con atti concreti di contrasto degli interessi di potere sostituendoli con il ruolo di tutela dell’interesse collettivo, difficilmente si potranno trovare convergenze che diano, alle diversità economiche sociali e politiche, il senso di una sintesi ideale che le accomuni nello Stato.

In momenti come questi, di fronte alla drammaticità della situazione, c’è bisogno di ritrovare il gusto di una battaglia ideale e politica per ripristinare le condizioni in cui il cittadino si senta realmente cittadino e non suddito. È venuto a mancare proprio quel processo democratico alimentato dal confronto tra idee, che portavano, nella loro sintesi e mediazione, alla linea d’azione da seguire. Questo consentiva alle persone di sentirsi parte integrante e soprattutto incisiva nelle sorti delle diverse realtà territoriali, da quelle locali a quelle nazionali.

A livello politico bisogna ritrovare una volontà di collaborazione e ritornare a fare politica con la P maiuscola. Per questo va rilanciata l’idea di una ricostruzione di una forza socialista, che rappresenti non solo la continuità storica della cultura laica e socialista italiana, ma che sappia anche guardare al futuro con una prospettiva adeguata, consapevole della realtà globale che muta quotidianamente, sotto tutti i punti di vista, creando nuovi problemi, nuove sfide, come quella della guerra.

Il socialismo, come ha fatto in passato, può avere un nuovo ruolo, se si determina la consapevolezza di questa funzione necessaria, per costruire un nuovo contenitore, che rilanci quei valori su cui si era costruita la società moderna in Europa della solidarietà, della coesione, della libertà, delle pari opportunità e dell’emancipazione sociale, economica e politica. Valori che hanno rafforzato la centralità dell’uomo e davano le giuste risposte alla vita dei cittadini.

Bisogna che nasca questa capacità di aggregazione intorno ai valori laici e socialisti che siano in grado di riproporre queste idee con forza ed autorevolezza, inserendole in una proposta innovativa che non si chiuda nella conservazione ma apra al miglioramento della qualità della vita di tutti i cittadini, iniziando dai più deboli.

La Politica deve affermare la concordia civile, la solidarietà, la coesione e la giustizia sociale, valori tutti costituzionali, sapendo che sia necessario che i diritti politici dell’uomo come cittadino, siano accompagnati e sostanziati dai diritti sociali dell’uomo come lavoratore.

Una società più articolata invece che frammentata, una società più attenta al lavoro che al profitto, che integra e non esclude, che affermi pari opportunità attraverso la scuola pubblica, la sanità ed tutti gli altri servizi pubblici, una società che garantisca la democrazia. Altro che Autonomia differenziata!

Il merito dei contenuti su cui battersi è molto chiaro. Ciò che è più difficile è proprio individuare lo strumento per attuare queste politiche. Per questo va rilanciato il socialismo, che può fare molto nel riproporre i temi che riguardano l’intera comunità: da quello della rappresentanza politica e sociale, i cui connotati sono quelli della piena partecipazione, del pluralismo del pensiero, del diritto al lavoro a quello della costruzione di una società più giusta, più equa e più rappresentativa di tutte le realtà.

Non è utopia e neanche un precetto, credo che piuttosto sia un dato di fatto: ad esigenze concrete e supportate da specifiche proposte, devono far seguito atti concreti, per questo nel nostro Paese va ripristinata la Politica, quella del primo centro sinistra per intenderci, che ha tanto positivamente realizzato, con tutta una serie di scelte economiche, sociali e poliche, che ha reso più civile il nostro vivere quotidiano. Altrimenti inevitabilmente e senza per questo dire che sia un bene, l’opinione pubblica andrà a cercarsi altre strade, la dove viene lasciato spazio aperto, con l’avventurismo che ha caratterizzato i nostri ultimi trent’anni.

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  • Redazione

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