Home Politica estera MACELLAI SENZA GLORIA DEMOLISCONO LA CULTURA MILLENARIA DELLA SIRIA

MACELLAI SENZA GLORIA DEMOLISCONO LA CULTURA MILLENARIA DELLA SIRIA

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di Giorgio Cattaneo
 
Arabi, ma anche curdi e turcomanni, armeni, circassi e assiri. Musulmani sunniti, come pure alauiti, sciiti duodecimani, ismailiti e drusi. E poi i cristiani: greco-ortodossi (Antiochia), greco-cattolici melchiti e siro-ortodossi. E con loro gli apostolici armeni, gli ortodossi siriaci, i maroniti, la Chiesa cattolica sira, i caldei, la Chiesa armeno-cattolica, la Chiesa assira d’Oriente. Tutto questo in un unico, grande paese: la Siria, estremo nord-ovest dell’antica Assiria. Una terra lambita dalle maggiori civiltà mediorientali e mediterranee: quella sumero-accadica e poi quella persiana, passando per l’eredità fenicia (i Popoli del Mare) e la tradizione cananea della Palestina, antecedente all’avvento dell’ellenismo.
Tanti i padroni della Siria, da Alessandro Magno all’Impero Romano. Più tardi il califfato omayyade, quindi l’Impero Ottomano. Ultimissime pagine: il mandato coloniale francese, l’indipendenza nazionale e il regno di Hafez Assad, ostile a Israele e quindi insidiato dal fondamentalismo islamico dei Fratelli Musulmani manovrati dalla Turchia. Il padre di Bashar è ricordato per la sua feroce repressione della rivolta islamista di Hama. L’insurrezione fu scatenata contro il leader siriano, irriducibile avversario del sionismo: Assad arrivò a occupare per anni il Libano, oggi invaso e bombardato dagli israeliani, mentre la stampa occidentale – come da copione – si affretta a mostrificare suo figlio, fuggito a Mosca, dipingendolo come feroce dittatore.
Dettaglio: la Siria è caduta nelle mani degli ex tagliagole dell’Isis, protetti dall’Occidente. Non smette di lavorare col favore delle tenebre, il network dei Fratelli Musulmani: originariamente ispirata dai britannici, quella filiera (creata per indebolire il mondo arabo) ha oggi in Erdogan il suo terminale regionale. Si può notare il dislivello storico-culturale tra i colti, cosmopoliti levantini siriani e i tetragoni seguaci dei monoteismi armati, quelli che caratterizzano le quasi-teocrazie guerrafondaie coinvolte nell’attuale demolizione della Siria. Potenze regionali che, armando i terroristi, dal 2011 hanno ottenuto l’effetto di radicalizzare progressivamente il regime di Bashar Assad.
Negli ultimi anni, Assad junior era stato sorretto da Mosca e Teheran con la partecipazione di Hezbollah, in un paese caduto preda degli stragisti manovrati dai servizi segreti occidentali. Oggi, la Nato ha logorato la Russia in Ucraina, mentre Israele si è occupato dell’Iran e del Libano uccidendo i maggiori leader sciiti. A Erdogan non è rimasta che la spallata finale, affidata ai terroristi armati dalla Turchia. Lo scalpo della Siria era inevitabile: i peggiori poteri mondiali non perdonavano ad Assad la sua intransigenza anti-israeliana.
Incalcolabili, nel frattempo, le sofferenze imposte alla popolazione siriana: 6 milioni di rifugiati, in fuga da una nazione che prima dell’avvento dell’Isis aveva accolto mezzo milione di profughi palestinesi e quasi un milione e mezzo di iracheni, scampati alla devastante violenza imperiale statunitense. Come nel caso dell’Iraq, colpisce lo strano accanimento sulla Siria da parte dei pericolosi nani al comando del pianeta: come se la lunghissima storia e l’immensa cultura di quei paesi fosse un problema, per i gangster che pianificano le guerre di oggi.
E dire che lo stesso Bashar Assad fu a lungo celebrato come promettente riformista: avrebbe potuto archiviare l’ingombrante memoria del padre, che era giunto a fondere la Siria con l’Egitto di Nasser dando vita alla Rau, Repubblica Araba Unita, in funzione antiamericana e filo-palestinese. La nuova Siria sarebbe stata verosimilmente sdoganata tra le nazioni presentabili, cioè obbedienti, se il giovane Assad avesse lasciato campo libero al Fondo Monetario Internazionale. Al suo rifiuto, si scatenarono i soliti maghi neri: quelli che i terrorismi domestici li fabbricano alla bisogna.
Per oscurare la vera natura dei neo-conquistatori della Siria, la stampa occidentale ora si affretta a inscenare l’orrore per le “carceri del regime”, parlando addirittura di “fosse comuni”: nessuno le ricorda più, le “fosse comuni” inventate dagli stessi media per demonizzare Gheddafi. Sempre i nostri giornali fingono di non vedere cosa sta accadendo a Gaza da oltre un anno a questa parte: silenzi e ipocrisie, sulla più grande macelleria umana dei nostri tempi. Quanto alla scomoda Siria: è bene che la sua storia resti sconosciuta ai più?
Anni fa, interrogandosi sulla ferocia delle persecuzioni occidentali abbattutesi su Assad, un analista come Matt Martini (co-autore nel 2020 del coraggioso instant book “Operazione Corona”, pubblicato da Nicola Bizzi) ventilò l’ipotesi che nel territorio siriano siano presenti particolari “luoghi di potere”, ritenuti di elevato valore esoterico. In altre parole: la Siria non sarebbe solo una tessera geo-strategica fondamentale, a cavallo tra Iraq e Mediterraneo, Iran e Russia, Turchia e Israele. C’è forse dell’altro, che discende dal suo lunghissimo passato?
La capitale, Damasco, ha almeno 9.000 anni di storia: insieme alla palestinese Gerico e alla siriana Aleppo, è considerata la più antica città al mondo, fondata all’epoca delle civiltà mesopotamiche e, da allora, abitata ininterrottamente. Giusto per dare un ordine di grandezza: il calendario ebraico inizia dalla presunta data della creazione del mondo, che in base alle indicazioni bibliche è stata individuata nel 3760 avanti Cristo. Secondo gli ortodossi, dunque, il nostro pianeta non avrebbe neppure seimila anni di storia.
Una convinzione surreale, che fa sorridere. Se si guarda alla sola Siria, si scopre che il suo territorio, addirittura nel mesolitico, ospitò la cultura dei Natufiani: parliamo del X millennio avanti Cristo. Quella dei Natufiani, da cui si presume sia nata l’agricoltura, potrebbe esser stata una delle prime civiltà umane della storia. Risale invece al III millennio avanti Cristo lo splendore della città-Stato siriana di Ebla: era a capo di un impero esteso tra il Mar Rosso, l’Anatolia e la Mesopotamia, dove commerciava con l’Impero Sumero-Accadico.
Conquistata dall’accadico Sargon attorno al 2260, Ebla tornò a fiorire come centro degli Amorriti, fino alla conquista da parte degli Hittiti. Sulla riva occidentale dell’Eufrate, poi, si trova un’altra antica città-Stato, la sumerica Mari, anch’essa fiorita nel III millennio. Più tardi, dopo i Babilonesi, nel territorio siriano approdarono popolazioni cananee e aramaiche, insieme (si suppone) ai Popoli del Mare. La regione, ricordano i manuali di storia, fu a lungo contesa: la volevano gli Egizi, gli Hittiti e gli Assiri, che la dominarono fino al VII secolo per poi cedere il passo ai Persiani, quindi ad Alessandro Magno e ai suoi successori, che crearono l’Impero Seleucide.
Dopo la conquista da parte di Pompeo nel 64 avanti Cristo, l’area entrò a far parte della provincia romana di Siria: il capoluogo, Antiochia, fu una delle maggiori metropoli dell’impero. Nel III secolo divenne imperatore Eliogabalo, siriano di Emesa. In quegli anni, tra il 266 e il 272, nacque il regno indipendente della città di Palmira. Più tardi, nel IV secolo dopo Cristo, la Siria fu annessa all’Impero Romano d’Oriente. Rimase nell’Impero Bizantino fino alla conquista islamica, risalente al VII secolo. In epoca romana, erano siriani illustri letterati e filosofi, da Luciano di Samostata a Giovanni Crisostomo, da Ulpiano ad Ammiano Marcellino.
Tuttora, la letteratura siriana è considerata una delle principali espressioni del patrimonio letterario arabo. Già in epoca medievale emersero autori importanti, come Al-Mutanabbi e Al-Ma’arri. Nel XIX secolo brillò la stella di Francis Marrash, mentre nel ‘900 si imposero grandi narratori (Hanna Mina, Abd al-Salam al-Ujayli, Colette Khoury, Ghada al-Samman, Ulfat Idlibi) e poeti del calibro di Adonis. Tuttora giganteggia la figura di Khaled Khalifa, romanziere e poeta.
I siriani restano un popolo levantino indigeno, a stretto contatto con libanesi, palestinesi, giordani ed ebrei. La popolazione è in maggioranza araba, inclusa la componente beduina. Poi ci sono i curdi, per lo più musulmani sunniti, stanziati nel nord-est e nelle comunità di Damasco e Aleppo. Quindi i turcomanni, anch’essi sunniti: quelli rurali, di lingua turca, e quelli urbani, ormai arabizzati. Tra gli altri gruppi etnici figurano gli armeni e gli assiri, entrambi cristiani, e i caucasici circassi, islamici di fede sunnita.
Inoltre, il territorio siriano ospita anche greci e albanesi, bosniaci, persiani, afghani (pashtun), russi e georgiani. Un tempo era rilevante la comunità degli ebrei siriani, che hanno però lasciato il paese dopo le guerre arabo-israeliane del ‘900 e l’aggressione jihadista avviata nel 2011 contro il governo di Assad. Aggressione stragistica poi sfociata anche in guerra civile e aggravata dalle continue sanzioni anti-siriane inflitte dagli Usa, anche sotto la prima amministrazione Trump.
Nonostante tutto, e malgrado l’avvento dei tagliagole al governo, il tradizionale cosmopolitismo della Siria (caso più unico che raro, nel Medio Oriente dei monoteismi fanatici) è tuttora riflesso nell’armonica coesistenza delle tante lingue parlate nel paese. Quella ufficiale è l’arabo, che si esprime soprattutto attraverso i dialetti del Levante. Poi c’è la lingua curda, diffusa nelle regioni settentrionali, mentre i turcomanni rurali parlano il turco. La lingua aramaica è ancora parlata dagli assiri nel nord-est. A loro volta, i circassi utilizzano il cabardo e l’adighè, mentre gli armeni si esprimono nel dialetto armeno occidentale. Finora, peraltro, i ragazzi siriani, dai banchi di scuola, hanno potuto imparare l’inglese e il francese.
Analogamente ricco e variegato è il panorama religioso della Siria, ben rappresentato da una fondamentale figura come quella di Giovanni Damasceno, teologo arabo di fede cristiana, vissuto tra Damasco e Betlemme a cavallo fra VII e VIII secolo. Giovanni Damasceno è considerato un prestigioso esponente del neoplatonismo: corrente gnostica alla quale sono vicini gli alauiti, il gruppo (formalmente islamico, di estrazione sciita) a cui è stata legata da sempre la famiglia degli Assad. Una religione sincretica, capace di convivere con l’Islam ufficiale e con i tanti cristianesimi antichi che la Siria ha tenuto in vita.
Gli alauiti (ʿalawī) fanno risalire le loro origini all’undicesimo Imam e al suo pupillo Ibn Nuṣayr, vissuto nel IX secolo. Il fondatore degli alauiti sarebbe morto ad Aleppo, mentre il nipote si sarebbe trasferito a Latakia (Laodicea) dove avrebbe elaborato il nuovo credo, convertendo la popolazione locale. Tuttora, gli alauiti di Latakia – che costituiscono il 20% della popolazione siriana – supportano la dinastia degli Assad: sono stati i principali sostenitori del potere dinastico siriano appena abbattuto.
La confessione alauita è strettamente iniziatica, gelosamente custodita da una ristretta cerchia di adepti, di sesso maschile. Sul piano teologico, gli alauiti di oggi si considerano sciiti duodecimani, ma vengono ritenuti eretici per via della quasi-deificazione di Alī Abī Tālib, cugino e genero di Maometto. Tradizionalmente, gli alauiti sono stati indicati come non ortodossi e quindi emarginati dall’Islam sunnita. Come gli ismailiti, praticano una lettura esoterica del Corano. E in più considerano l’Imam Alì una manifestazione della divinità (teofania), simbolizzata come una triade divina.
Nella loro dottrina, lo sfondo gnostico e platonico emerge con evidenza: per la fede alauita, ogni individuo – in origine – era una stella; dal firmamento precipitò nell’infelice condizione terrena. Ogni alauita conserva però dentro di sé una scintilla divina originaria, che gli permetterà – dopo sette diverse reincarnazioni nel mondo materiale – di riconquistare il cielo. Curioso che, ancora una volta, a venir presa di mira sia proprio la tradizione gnostica. Succede in una Siria prima terrorizzata e poi sventrata dalla Turchia e da Israele, con il totale beneplacito di Trump.

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