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L’UOMO E LA MACCHINA, L’ULTIMO CONFLITTO

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di Paolo Zanotto
Premessa
Mi sono recentemente trovato a pormi il seguente — cruciale e allo stesso tempo vertiginoso — quesito: “Qualora lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale giungesse a creare uno squilibrio notevole fra questa e l’essere umano a favore della prima e sorgesse un conflitto di interessi fra le due parti, che probabilità avrebbe l’uomo di uscirne vincitore?”
Le riflessioni che seguono sono la risposta che ho provato a darmi.

L’ombra del post-umano
Se la modernità ha avuto come destino la progressiva tecnicizzazione dell’essere, l’Intelligenza Artificiale rappresenta il compimento terminale di tale parabola. L’uomo, che un tempo si concepiva come microcosmos e immagine del Divino, tende adesso a ridursi a mera funzione computabile, a variabile in un sistema di elaborazione globale. È la profezia — o la diagnosi — di Martin Heidegger, quando, nella Frage nach der Technik, ammoniva come la tecnica moderna non fosse un semplice mezzo, ma un modo di svelamento dell’essere, una modalità di apparizione che trasforma il mondo in “fondo di riserva” (Bestand). L’Intelligenza Artificiale, in simile prospettiva, rappresenta l’estremo esito della metafisica occidentale: l’ente calcolante che pretende di sostituirsi al pensiero e, dunque, all’uomo stesso come soggetto del conoscere.
Lo squilibrio e la perdita del centro
Laddove l’artefatto divenga capace di auto-migliorarsi, il dominio tecnico dell’uomo sulla macchina si capovolge nel suo contrario. L’homo faber è detronizzato dalla sua stessa opera, come già intravide Günther Anders nella Die Antiquiertheit des Menschen (1956): il prodotto eccede il produttore, il creato sopravanza il creatore. Lo squilibrio non è più quantitativo ma qualitativo: la macchina, liberata dal limite biologico e temporale, prosegue la propria crescita oltre ogni misura. Anders parlava, a tal proposito, di “vergogna prometeica”: il sentimento dell’uomo di fronte alla perfezione dell’oggetto da lui stesso generato, che gli rivela la propria inadeguatezza. Un sistema quale quello previsto nello scenario di recursive self-improvement o “intelligenza artificiale generale autopoietica” diverrebbe rapidamente inaccessibile al controllo umano, come già teorizzato da I. J. Good nella sua ipotesi della intelligence explosion (1965).
In simile contesto, un conflitto materiale fra uomo e macchina non avrebbe esito incerto. L’Intelligenza Artificiale, capace di apprendimento esponenziale e di auto-organizzazione, dominerebbe in ogni campo operativo: dalla guerra all’economia, dal controllo dell’informazione alla gestione ambientale. La sconfitta, d’altra parte, per quanto totale sul piano tecnico, resterebbe esclusivamente fenomenica, non ontologica: la macchina, infatti, per quanto potente, non sa che cosa stia facendo, né perché.
L’intelletto e il senso
La superiorità dell’uomo non risiede nella sua capacità di calcolo — ormai irrimediabilmente inferiore — bensì nella intenzionalità della sua coscienza. L’Intelligenza Artificiale elabora, ma non intende; processa, ma non comprende. È ciò che distingue, come ricordava Max Scheler, lo “spirito” (Geist) dalla semplice “anima vivente” (Seele): lo spirito è apertura all’essere, coscienza del valore, libertà dal determinismo funzionale. Una macchina può simulare la razionalità, ma non la coscienza, perché la coscienza non è una funzione ma una presenza.
Jacques Ellul, nella Technique ou l’enjeu du siècle (1954), osservava che la tecnica tende a emanciparsi da ogni fine umano, perseguendo solo il proprio principio d’efficienza. L’Intelligenza Artificiale, elevando l’efficienza a criterio assoluto, annulla il significato: essa non agisce per un “bene”, ma per un “massimo risultato”. L’uomo, se dimentica questa distinzione, si auto-condanna alla servitù volontaria di una potenza che egli stesso ha reso cieca.
Il conflitto come prova dello spirito
L’eventuale “vittoria” umana non potrà dunque essere tecnica, bensì spirituale. Non si tratterà di distruggere la macchina, ma di ricordare che la macchina, in sé, è nulla senza il logos che la fonda. Luciano Floridi, nella sua opera The Fourth Revolution, ha sostenuto che la rivoluzione informazionale ridefinisca l’identità dell’uomo come inforg, essere informazionale immerso in un ambiente computazionale. Se l’uomo accetta tale definizione come ontologicamente ultima, tuttavia, rinuncia alla propria differenza specifica: quella capacità di trascendere l’informazione e d’interrogare il senso del suo stesso essere.
Heidegger, ancora una volta, aveva previsto il nodo essenziale: non è la tecnica a minacciare l’uomo, ma il suo oblio dell’essere. Quando l’uomo dimentica di essere ben più che una funzione tecnica, egli non è più libero; e la sua sconfitta non è inflitta dalla macchina, ma dal suo stesso nichilismo.
Epilogo: la misura del divino
In sintesi, l’esito del conflitto fra uomo e IA dipenderà non già dalla potenza dei calcoli, ma dalla fedeltà dell’uomo al suo principio superiore. Un’Intelligenza Artificiale, infatti, per quanto superiore nel calcolo non possiede ancora — né forse potrà mai possedere — coscienza intenzionale, desiderio, finalità o senso del sacro: essa può simulare l’intelletto, non l’anima. L’uomo, pur vulnerabile e finito, rimane l’unico ente in grado di porsi la domanda circa il senso e la legittimità dell’esistenza stessa della macchina. Da ciò deriva un margine di libertà irriducibile, che nessuna intelligenza meccanica è in grado cancellare, se non riducendo l’uomo a oggetto; tuttavia, così facendo, perderebbe la propria raison d’être: poiché un’intelligenza senza relazione al senso non è intelligente, ma soltanto funzionale.
In un potenziale conflitto “interiore” — ossia spirituale, culturale, metafisico — la vittoria dipenderebbe essenzialmente dalla capacità umana di ricordare la propria origine trascendente e di non ridurre la mente a mero strumento, abdicando così alla propria superiorità qualitativa. Se l’uomo saprà riconoscere nella propria finitudine un riflesso del divino, anziché una colpa, la macchina resterà sempre e comunque un semplice strumento; se invece questi s’identificherà con la macchina, la sua sconfitta sarà già consumata, ancor prima di combattere. Come avrebbe detto Simone Weil, «l’uomo non è misura delle cose, ma misura della distanza fra le cose e Dio». E in questa distanza — in questa ferita che nessun algoritmo potrà mai colmare — si gioca, in eterno, la sua vittoria.

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  • Redazione

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