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L’UNIVERSITA’ E LA BANDA DEI QUATTROMILA

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di Francesco Pontelli

 

Risulta sempre molto difficile  individuare la corretta definizione di cultura, in quanto molto spesso questa si può più agevolmente identificare  attraverso l’individuazione di  “comportamenti elevanti ” dei singoli, più che  da generiche  figure retoriche.
La cultura, per propria natura,  rappresenta un valore aggiunto e fornisce gli strumenti idonei  per adottare  comportamenti i quali trascendano dai banali interessi di schieramenti politici ed ideologici.
Quindi la sua acquisizione dovrebbe sempre assicurare il conseguimento dell’obiettivo principale  di questo valore, rappresentato   dalla possibilità di un  confronto umano e dialettico, anche tra esponenti con posizione  opposte ed anche estreme.
Al tempo stesso  risulta assai facile  accorgersi della sua assenza, basti ricordare la recente follia massimalista  espressa con il  divieto opposto alle esibizione di concertisti ed artisti,  in quanto nel DNA presentavano una  “russa”  colpevole cioè di rappresentare il paese  di Putin.
Una scelta anticulturale e contemporaneamente un esempio classico di come in quei momenti la politica si sia dimostrata assolutamente incapace di assicurare anche il minimo flusso culturale, garantito dalla stessa performance dell’artista. 
Tuttavia, la peggiore versione dell’anticoltura (la negazione di tutti i valori che la cultura invece dovrebbe assicurare) viene ora  rappresentata  da quel mondo universitario, impregnato di ideologia e massimalismo politico, il quale chiede di interrompere ogni rapporto culturale e di confronto con le università israeliane.
In questo contesto andrebbe ricordato ai quattromila (4.000) eruditi docenti universitari, come un qualsiasi mondo accademico nazionale non possa venire identificato con  l’indirizzo politico dello Stato,  sia esso  dislocato tanto in Corea del Nord,  Cina,  Israele o Stati Uniti. 
Al contrario l’università, se veramente democratica, può talvolta venir definita  come la rappresentazione,  anche se  parziale,  di una variegata cultura contemporanea: ma  non certo l’espressione di una  realtà politica e governativa  nazionale. 
Questa degradante richiesta si rivela come la classica affermazione di quella anticultura, cosa ancor piu’ frave in ambito accademico, che si conferma come l’antitesi di quel  “comportamento elevante”  a cui si faceva riferimento prima.
Un comportamento il quale, proprio grazie alla disponibilità di strumenti culturali, dovrebbe permettere alle persone di elevarsi a latitudini ben superiori, rispetto alle  terrene  contrapposizioni  politiche ed ideologiche espresse  dalla “banda dei quattromila” .
Mai come ora questa porzione del mondo accademico si rivela come una  mediocre espressione di quella anticultura espressa nella sua forma più mediocre.
In quanto questa dimostra di non possedere il livello minimo di strumenti culturali,  i quali permetterebbero il mantenimento di un canale aperto e praticabile  all’interno del quale valorizzare la possibilità di un confronto dialettico rispetto al contesto politico ed  ideologico.
Il declino di un paese trova le proprie  conferme proprio là dove dovrebbe regnare la cultura come valore aggiunto,  ed invece si rivela il terreno di conquista di una qualsiasi “banda dei quattromila”.
 

Autore

  • Redazione

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